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ciromonacella
'o munaciello


Diario


23 febbraio 2007

io parto, ma vi lascio un'eredità

SUN DAY MOONaciell’
il periodicamente arbitrario del munaciello

 

 
Introduzione: occhio malocchio mazzo per mazzo
Iniziamo questo scritto ispirandoci alla pagina di uno dei mastri: Don Coon. Perché ne ammiriamo il refrigerio, l’adattabilità, la comodità al lettore, e perché viene funzionale all’assenza in cui vado a inoltrarmi per qualche giorno di riposo in eremo, e di apertura di pagine sudate. Mi auguro ne leggiate un tot al dì, con regolarità, perché vi ci invito e perché qui comando io. Mi preme però, prima d’ogni cianfrusaglia, ricordare che lunedì pomeriggio esce un gran libmagazine tutto volto alla crisi del prode boss, e indi son guai a chi non va a divorarsi le cose che gli escono da dentro. Che, traparentesis, io ho recensito INLAND EMPIRE (va scritto così perché il regista lo richiede, mica perché voglio fare o’guappariell), e mi sono onestamente fatto il mazzo. Così se non lo leggete la prossima volta il mazzo saprò a chi farlo. Tono minatorio, da matita fabbricata mediante asportazione di stecca di cervello, e chi la sa la sa.

            


vedo solo l’occhio sinistro” e la question di Stato

Quando si inizia a comprendere che la rappresentanza è una mossa distraente, una mossa Kansas City, e che non potrebbe che essere così viste le proporzioni sballate fra le parti in zuzza nel gioco democratico, e che manco potrebbe essere altrimenti causa l’individuoparlamentare coi suoi bisogni e/o vezzi, viene da farcisi una sega su. Che poi costui, l’individuo parlamentante, si trova nella comodissima postura di poterti fottere senza che il suo culetto venga manco minacciato d’un refolo: ti è dietro, chiaramente, e ti tiene per il collo, e forse fa le fusa mentre ti morde la scapola. Dico questo perché la facilità con cui si gioca con le parole, in quel luogo cupo da ambientarci un filmone che ho in mente io, la facilità con cui si giuoca coi destini, queste facilonerie sono capite solo a mezzo del mazzo di floreali banconote che, in caso di giuoco e di serietà, in caso di rovina o galleggiamento, all’individuo verrà dato, sempre, con lo stesso profumo di fottuto altrui. In sostanza i capricci ideologici perdono peso, l’adesione ad un partito perde adesivo al cospetto della terza villa romana, del secondo casale in toscana, del vitigno buono, del bolide rosso, della barchetta su cui rifugiare e annegare lo stress. Non voglio essere austero, ma il mestiere del parlamentare andrebbe ampiamente ridistrutturato, con mano ferma, non segaiola.

                              


 

l’allagamento della base? Ben capisco?
Ma voi lo sentite il caccia quando rompe il cielo? Il cielo rosso, ne è squarciato senza alcuna imitazione. Non si tratta di una canzone, che puoi smettere d’intonare con la semplicità della ninna nanna: è un calcio in pancia, un sasso sugli occhi che immersi nella terra rubano l’ultima immagine di luce. Non è tempo e spazio, solo la schiavitù di chi striscia nell’attendere che il dito di chi vola sia clemente, o errato, o preso da oggetti che a distanza non parlano ma mimano sorrisi e…
Il caccia che passa sulla testa è invisibile perché inganna la consueta percezione, quella che vige in tempo di pace. Io ne vedo però la faccia, il mento spuntato, l’occhio di vetro frammentato, e prego i testicoli della mattanza che quell’occhio non mi colga mai.
Un giorno la Cina reclamerà più spazio per la sua pancia tracimante, e le cose vanno preparandosi. Ma io sono mortale, non credo nei sistemi eterni, e mi godrò lo show.

                        

 

 

 

Il gran quiz per la quisquilia
1
La mia donna ha detto, una notte, che ero andato là senza portar né pane né vino né danaro. Però m’ero messo in giacca, con cravatta rossa. E l’avevo lasciata là, la cravatta. E che alla luce della candela sembravo di legno, prima di salutarla, ma un legno umido, di quelli che la notte prende a cuore perché s’avvede di quante lacrime le assorbono, con riguardo, in segreto: Vinci un bravo!


2
il letargo dalle testimonianze. La litania di un errante, quando cosce non sono sufficienti a contenere estrapolazioni di humus egiziano. Sfinge, tu, con gli occhi innescati della notte, perché mi butti addosso tutta la tua passione per l’azzurro? Non sarò mai tanto poco umano da dimenticarmi di te. Tranquilla. Nave di rena dei naufraghi. In te sogno la meta. In te sono trovato.

 
3
Orlo che fai mattino, prega per me. Orlo che purifichi il sangue dalle croste di capelli, prega per me. Orco, tu che devasti dove l’erba già non è cresciuta, donami la tua guerra. E prega me. Prega che ti risparmi, perché io apprenderò dal fantasma di una cometa i codici per fondere i metalli. E i sogni. E allora ti donerò la pace. Pace, che scendi su levrieri morti e dissepolti, tu prega di me, m’hai. (…)

..Vai a leggere l’ultima parola d’ogni capoverso di questo brano, a partire dall’ultimo…
5
E se sarà giunto il tempo del riposo, e sarà di certo dopo che anche la mia più frigida papilla abbia ricavato fuoco dall’unzione della carta e della stoffa della tua mutanda, io mi scaverò una botola nelle ossa del cranio. Là, dove regna il grigio grezzo prima del cunicolo delle vernici, assisterò alla cerimonia dei papaveri che un bimbo dona all’anca della bimba. Lo chiamano i rustici, cazzo.

 
6
Poi torno. Richiesto perché il cane non muore senza mordere qualcosa. La lingua la riattacco al muro, dove avevo lasciato le mani. E rivesto i panni lerci del camino, che il codo mi odorerà di prugne secche e mandolini suonati con passione. La passione della mia terra è esclusivamente la roccia rossa di cui si pasce lo spavento. E il primo riso dopo il pianto. Ed il miracolo del santo.

                            

 

 

Obblighi fantacalcistici
1.       Stanley Kubrick (quale torre non costruita sul solido dura?)
2.       Oliver Stone (estro difensivo, centrale a zona, capisce gli sviluppi dell’azione in anticipo)
3.       Sergio Leone (solido marcatore a uomo usa tutta l’esperienza che ha)
4.        Wim Wenders (fluidificante mancino dalla facile corsa)
5.       Quentin Tarantino (terzino destro, rapido, preciso: una costante minaccia)
6.       Martin Scorsese (centrocampista metodista dalla robusta formazione)
7.       David Lynch (ala destra con scarsa attitudine alla fatica, ma dal tocco geniale)
8.      Giovanni Moretti (ala sinistra con capacità iperboliche)
9.       Steven Spielberg (uno che mi sta sul cazzo, ma segna, come Inzaghi, quasi a ogni tiro)
10.     Federico Fellini (il fantasista)
11.      Emir Kusturica (mezza punta tecnica ma con limiti fisici e un po’ bruttino di faccia)

             

 

 

il panoramamama?
Che siamo maggiorenni, ormai, consci da qualche po’ di essere adatti ed atti al sesso. Dicesi dell’animale, non del blog. Cosa è e fa, dunque, questo posto né scordato né con capo? Un luogo in cui si comunicano cose che cose che cose che, io, porca miseria! vorrei essere letto da diecimila persone al giorno e cinquecento alla notte. Ma, nel caso, mi basta sapere che Arrabbiato è tornato da Praga e Eginone dalla Spagna… che Francesco Nardi mi legge con costanza… che qualche volta Malvino sia passato? che sia passato: se l’è di sicuro non ha sporcato… e via di seguito leggendo a sinistra.

Allora quanto poco senso intimo ha questo scriversi, questo donarsi, se il pensiero ogni tanto, dico ogni tanto, fugge a chi vuoi che venga a leggere? Non so se… rendo l’idea. Non so se questa è idea o… puntini sospensivi.
                          




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23 febbraio 2007

il punto salato della guancia

Oggi esportiamo un po’ di democrazia, mossi da un senso di giustizia inattaccabile, finanche inorientabile tanto promana dall’alto, perché noi siamo amici di dio, perché noi siamo le unghie della sua mano soppesata da vecchia stadera, perché il sergente Paul Cortez ha stuprato e ammazzato un’adolescente irachena di quattordici fottuti quattoridici anni, liberati infine dal regime, liberati, democraziati così… ed è accusato ancora dello sterminio della sua famiglia che, si sa, non guasta mai. Ah, porcellino!
Il sergente s’era dichiarato colpevole per evitare la condanna a morte. Il soldato era un soldato, mica un nero di quartiere. E lo sapeva che la giustizia si strizza gli occhi, entrambi, a chi la guarda in faccia da pari, quasi, se non da superiori, perché noi siamo vicini a dio. Siamo, noi soldatini, la realizzazione dei suoi desideri meno comprensibili, noi soldatini, e siamo quelli che fanno il lavoro più utile a mantenere nel creato quel filo di ragione che ci separa dalle tenebre dell’inizio e da quelle della fine, noi soldatini. Ed essere vicini a dio ti dà circa cent’anni di carcere, in questi casi, ma la vita la mantieni.
Un altro soldatino, Steven Green, che aveva partecipato allo stesso festino iracheno, macchiandosi macchia più macchia meno dello stesso sangue, invece rischia la pena di morte perché non è più soldatino.

Ah, dimenticavo: è la gloriosa centounesima aviotrasportati che ha trasportato i soldatini in questione, zeppi d’alcol e droghe, a scannucchiar famigliole. Ma tanto più, aviotrasportata è quasi quasi divina lei stessa.

 

“Oh oh black betty bambalam
Oh oh balck betty bambalam
She really get me high, bambalam
You know thats no lie, bambalam
Shes so rock steady, bambalam
Oh shes always ready, bambalam”


mix del soldatino




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22 febbraio 2007

La politica estera è una cosa seria (terza e ultima parte)

                            

L’equivoco è direzionale. La politica è ferma a una visione lenta o immobile della realtà. I giochi, infatti, si decidono sulla base di divisioni destra-sinistra-centro-centrodestra-estremasinistra. Più orizzontale d’un letto su cui non c’è amplesso da secoli. In tal modo, e ciò che dico non mi pare poco, essa resta ferma poiché la relazione che intercorre fra le parti è priva di dialettica spazio-temporale. L’asse andrebbe spostato. La direzione in virtù della quale dovranno determinare il proprio orientamento politico gli uomini s’ha da esigere che sia avanti-indietro.

 

Così parlò il munaciello.




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22 febbraio 2007

La politica estera è una cosa seria (seconda parte)

                        

Ieri, dopo pappata la pappa con la birra, mi ha frullato un certo sordore da maniscalco, di quelli cattivi, dannosi, contro chi si concentra a picchettare i ferri, i ferri di cavalli, ma anche di missoni, sordore, di quelli che presagiscono l’imminente apertura di mari di rosse tristure. Così, mezclo d’abboffato e di di disilluso di questo paccoccio che l’Italietta confeziona a ogni visita in ospedale, biscottini, pesche sciroppate, caduti e morti su lische di banane transatlantiche o nordatlantiche sarebbe stato certo meglio e più ammissibile… invece uno cade così, buttato un po’ da chi ne ha avuto zeppole e babbà. Allora mi intossicavo, in codesto modo, nevvero? E m’è pruruta l’ideuccia di fissarmi a romanzare sulla notte di questi buffi faccendieri di partito, col cuscino rovente che gli pizzica la guancia, perché è il cuscino del salotto, abituato a porgersi a culi di stoffa cruda e non a carne viva e nuda, appesi lì, con un occhio da Orfeo e l’altro al telefono che squilla ed è pronto ed è chi parla ed è il collega di partito che ti dice che semmai se tu ledessi meno se tu facessi un retropasso se tu se tu e se noi, invece, ti dessimo quel posto quella tal poltrona quella tal battona che volevi e che è passata grazie a dio ma specie al cazzo a danzare in tivvùvvù coi polpacci solo rivestiti?
Pensate, meditate, genti, meditate sulle notti insonni di questi sacrificati rappresentanti di un popolino che, per quale ragione non si sa, ha scelto, complessivamente, al netto dei ritagli partituncoli, di andare a destra. O al centro. Ma comunque indietro.
                                               

Porca miseria. Mi sa che non ne ho parlato affatto della storia di Prodi e di D’Alema. Ma alla prossima… alla prossima giurin giurello che lo fo.

O'Munaciell'




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21 febbraio 2007

la politica estera è una cosa seria

Io no.

Ci sarà qualcuno che se l’è presa a male. Qualcuno che se ne è agevolmente sbattuto. Qualcuno che penserà di trovarsi un Golgota nel salotto, davanti ai sicuri speciali della seconda serata, e qualcun altro che dal Golgota crede di essere disceso dalla via secondaria, quella senza sudario. Io no. Cioè, io niente di tutto questo. Sono alle prese con una ben più vitale questione. Niente carne oggi. Allora, che è poi buono anche come palliativo, fate come faccio io per cena.
Prendete una mezza cipolla e tagliatela fina fina. Giù nell’olio con anche un’unghietta di pereperoncino (ci siamo capiti, quello rosso). Quando la cipolla sarà dorata controllatene i carati, che se è proprio buona conviene non mangiarla.. visto mai s’evolva male la cosa parlamentare. Tagliate un bel salsicciotto tedesco (wurstel) in dadini o anellini o comunque piccoli pezzi, e mettetelo nella padella. Poi versare un po’ di birra e far svaporare. Sale, pepe.
Alla fine un po’ di panna liquida. Farla addensare. Nel frattempo… ah, avete acceso sotto l’acqua per la pasta? No? Sbrigatevi allora, citrulli!
A termine cottura fate saltare la pasta, pennette rigate, preferibilmente. Non fate saltare troppo in alto. Ecco il primo. Per il secondo, ricordando sempre che la carne non è ammessa in tavola oggi, orientatevi come me: un bel petto di pollo infarinato e cotto al burro e brandy: pollo in B.B.

 

 

Quando ero piccolo credevo che la carne fosse solo quella di mucca. Strano. Insomma. Ora credo che la carne sia solo quella di donna. Strano uguale, ma strano meglio.

Un saluto a Brigitte Bardot, affezionata lettrice.




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20 febbraio 2007

L(’)oro in fuga

                                  Racconto del Munaciello
                         
... è sempre tempo per un colpo di scena...
                      
Lei corse in auto prima che le sirene si facessero azzurre per esser vicine. Morse l’acceleratore con forza mascellare, senza affatto distrarsi per la smagliatura nella calza, e incrociò la strada fino all’ingresso della banca. Lui uscì, sudato e impaurito, col ferro lucido dell’arma sotto al sole, e le ciocche di capelli a fargli lo sguardo selvatico. Balzò in auto e furono già in corsa. Imboccarono il viottolo per la collina gialla, che si sfarinava dietro all’auto levandosi in aria da sotto ai copertoni e oltre il paraurti. Dietro di loro una colonna di gazzelle ululanti mangiava la stessa polvere di collina, gialla sui parabrezza, davanti ai vispi berretti delle guardie. Ma lei non guidava da anni, poichè in carcere non è che ci fosse gran disponibilità di quattro ruote, e, sebbene avvalorasse il suo istinto di sopravvivenza carpendo a intuito i mutamenti del dorso del colle, le auto dei poliziotti mostravano maggior sapienza a quella velocità. Metro dopo metro la polvere si sollevava sempre meno dall’auto in fuga, segno che il pendio stava sforzandosi di assecondare un diritto terreno più che divino, e segno, al contempo, che l’istinto di sopravvivenza di una rapinatrice conserva pur sempre dei limiti raggiungibili per quanto lontani questi si presentino.

La testa della colonna speronò l’auto dei due, una prima volta, con tonfo secco di lamiera. La seconda volta il manubrio perfino ne subì il colpo, e la donna non potette evitare che le ruote deviassero il loro bel faccino abbronzato verso il burrone a destra. Prese la discesa, l’auto, per venti metri circa, fino a schiantarsi in un tronco avvizzito sbuffando vapore dal cofano anteriore. I poliziotti scesero dalle auto lassù in strada, e si rotolarono mano all’arma giù verso i due fuggiaschi, con facce ringhiose, mentre i rapinatori, ripresisi dallo stordimento dell’urto, sgattaiolarono dai finestrini e si diressero in avanti. Costeggiavano l’orlo del precipizio tenendo ben stretto il sacco coi dollari e badando, con altrettanta cura, a non sgualcirli oltremodo. L’uomo all’improvviso s’accorse che una flottiglia di nuvole aveva fatto banchetto del sole, e il cielo adesso era d’un tono più basso, torvo, quasi fosse più vicino. Così le sterpaglie, che erano l’unico schermo protettivo fra loro e il baratro, a destra, nude della loro ombra, sembravano mortali e inspiegabilmente puerili. Dietro, quelli andavano con la decisione che è arma impropria del superficiale, o di colui che è avvezzo a non meravigliarsi dei piccoli miracoli di colore, ma che grazie a questa indole numerologica giunge prima, e meglio, alla meta. Per cui gli erano a poche decine di metri.

Lei rallentò non appena se ne rese conto, sedotta dal fetore della sconfitta, che è come un’etereo mastice, e barcollò nelle ginocchia, belle, le ginocchia, rosa di perla, a contrasto col dorato della terra. Ma lui non seppe andare avanti, perché l’amore è sacramento che ordina di essere osservato e concluso proprio quando è prossimo all’agonia… così fece quel passo indietro, e la raccolse, mormorandole poche parole all’orecchio, poche ma fitte. La portò con sé spellandole le ginocchia, facendole stillare sangue sui sassolini senza che ciò gli causasse il minimo dubbio, infatti anche l’uomo, per quanto si adoperi a drizzare il capo fra le altre bestie, è in fondo un animale capace di lasciare la pelle a terra pur di proteggere ciò che di essa si avvolge.

Una curva, lì davanti, verso sinistra, mentre a destra ancora minacciava il precipizio. Lui la percorse velocemente, scivolando poco nelle caviglie, ma immediatamente sbiancò quando s’accorse che pochi metri ancora ed era burrone anche davanti. Il sentiero era finito. Serpente sospeso nel burrone con la forza della coda, e dietro i poliziotti… che già le loro parole iniziavano ad essere distinguibili: non più suoni continui e arrancati, ora minacce, intimazioni ad arrendersi, notificazioni della mancanza di alternativa. Tornare al carcere equivale, per chi c’è stato, alla definitiva rinuncia non della libertà, ma del ricordo di essa, e i due stavolta erano prossimi alla fine delle loro storie individuali, ed anche della loro strada comune. Quando misteriosamente – come per intercessione astrale, anzi: per intercessione astrale – le nuvole si dileguarono, lente e assonnate, quasi brontolone, ma soavi come zucchero filato premuto sotto al palato, finchè non tornò il sole con tutta la sua aria di trionfo sulle spalle. In pochi istanti la temperatura salì. Non troppo, un grado, forse. Ma tanto bastò a far sciogliere il burrone, e i due amanti, poiché lui era cuoco e ben dimesticava di quelle circostanze, si appollaiarono su una noce di collina e fecero per staccarla dal resto della montagna. Così fu. Quella, prima slittò giù delicatamente, poi si staccò e precipitò. Ma i due si tenevano ben stretti l’una all’altro e l’altro al pezzo di burrone, e quando toccarono il suolo erano liberi e soprattutto incolumi, perché il burro è morbido, e assorbe il colpo.

O'Munaciell'




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20 febbraio 2007

E' solo che mi manca l'orologio per non vedere l'ora

                       

Il 25 marzo è prevista una manifestazione di protesta cui prenderà parte il mondo dell’associazionismo cattolico. Difendere la famiglia, lo scopo. La lagna, la lamentela. M’immagino le tonnellate di rosari che saranno lì recitati, e le fastidiose schitarrate con battiti di mani gaudenti agli unisoni osanna. L’amore, l’amore collettivo, l’amore eterno, l’amore nella famiglia, l’amore che è prerogativa loro, o che, comunque, in mano loro è meglio perché lo mosse iddio assieme a tutto il resto.
Qualcuno diceva di voler morire per permettere al nemico di dire la propria. Io non ho nemici. Però detesto un bel po’ di gente. E non darei certo la vita perché qualcuno cantasse in piazza stornelli che mi essiccano i testicoli. Ciò nonostante mi batterei fino a sanguinare dal naso per permettere al “Forum delle Famiglie” o a “Scienza e Vita” di andare in piazza San Giovanni a manifestare. Questo perché Zelig ormai non mi fa più ridere.




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20 febbraio 2007

ma porca...

                                !

No, non è impulso al cilicio che mi muove alla televisione, ma solo un fetidissimo balsamo per l’insonnia. Ieri, da Vespa, frotte di frottole: sindacare il sindacato è fare poliptotico e pleonastico, e per di più anacronistico per concordanza temporale. Come mangiare il mangiato evoca ruminazioni nauseabonde o, peggio, fecali.
Cambio canale, mi butto sul commerciale ma… cosa diavolo capita a Mentana? Perchè permette al millepiedi dell’auditel di soggiogare la sua esuberanza intellettiva una sera sì e l’altra pure?




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20 febbraio 2007

Il tricchi tracco

        boom!


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20 febbraio 2007

Energia pulita e piano del governo



Prodi dice: “Siamo davvero un esecutivo verde

Non capisco. Non trovo nessi. Ermetismo semaforico?



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19 febbraio 2007

meglio calvo che Capello

                               

Pare che quella faccia da mulo di Fabio Capello stia per dare le dimissioni dal Real Madrid. Questo è un giorno lieto per me: le mascelle così tronfie di cacca mi intorpidiscono l’animo di turpiloqui e il solo guardarlo agitarsi a bordo campo mi rende improvvisamente stitico. Sul cazzo, sì, mi sta. Così come ogni forma di militarismo estrapolata dal contesto che le spetta, e che obbligatoriamente è un contesto di vita o morte altrimenti non avrebbe senso alcuno. Capello è l’educatore di Full Metal Jacket, e su di lui scorra la vendetta di noi spettatori che, foss’anche per un solo e pudico istante, ci identificammo nel “soldato palla di lardo”.

Orsù, brindiamo tenendoci per mano e fingendoci finocchi per dispetto, e infiliamo fiori nei culi d’ogni sergente del mondo.





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19 febbraio 2007

sessanta vuoti in più

                

A fronte del ricco numero di cinematografi di Napoli e provincia, e dell’ancora più abbondante quantità di sale in essi comprese, mi viene da sbattervi in faccia il misterioso dato che vede una sala una, oggi, febbraio 2007, che proietti l’ultimo di Lynch. Cento miseri posti nella più grande città del meridione del paese che dette e dettò le mosse al rinascimento. Cento miseri posti dei quali, con ovvia spiegazione e senza la minima puzza di sorpresa, ne erano occupati ben quaranta alle 15.20 di una domenica pomeriggio, piovosa al centro. Con inizio di spettacolo previsto per le 15.30. Insomma, lasagna digerendo e dirigendo Lynch. Chiasmo, si dice. Asma, invece, a sentire le due vecchie bacucche davanti a me: due donnine ricce e ossigenate di cui una, in sfoggio di foulard da reduce sessantottina con ampie conoscenze di cinema francese, già dopo venti minuti di film (chi conosce il regista sa che i primi venti minuti, ma anche quaranta, sono mozzarelline e rucola) mormora all’altra testuali parole “confusionario questo qui”. L’altra, ben più traccagnotta, a regolari intervalli di minuti cinque chiedeva del personaggio maschile in primo piano “è il marito quello?”. Sempre dello stesso. Mai che lo chiedesse dell’altro personaggio, mai. La sessantottina imborghesita annuiva con pazienza, ma ricordava con pari insolenza quanto confusionaria fosse la narrazione.
Ora io dico, belle befane che fate la sfilata di gioventù calpestando invisibili prati di crisantemi (il mio è un discorso cerebrale), ma che cazzo ci siete venute a fare al cinema oggi? Andare da Lynch è volontà. Pura e semplice. Sai che niente ti dirà della crisi mediorientale o della morte della coscienza della sinistra, niente di morti solenni e nessun amore limpido. Con Lynch devi instaurare un dialogo, mica vola colomba bianca vola?
Poi qualcuno ha abbandonato la sala. Qualche altro rifugiava al cesso in verdi lampeggianti la sua inadeguatezza. Quando le luci si sono accese certi ometti si sono guardati in cerca di pugnali e convenienti harakiri. O cacciaviti. Io sono scappato sotto la pioggia dicendomi che forse cento posti sono pure troppi. Un’intera sala è sprecata per questo pubblico, e il prossimo rinascimento non sbucherà certo dal culo di questo paese.

 

Del film ho alcune idee guida. Alcuni fili da sbrogliare. E, se la penna non mi scoppia in mano, sarò felicissimo di parlarne sul libmagazine del prossimo lunedì.




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19 febbraio 2007

xischi per xiaschi

                          

Il fiasco è un recipiente di vetro, rivestito in paglia, goffo in basso e slanciato in collo, particolarmente adatto ad ambientazioni rustiche e/o villane. Il fischio è un suono acuto che si produce facendo passare l’aria fra denti e labbra, ed è in ambienti villani o volutamente grotteschi che trova la sua massimale applicazione.
Nonostante questa labile parentela si può asserire con coscienza leggera che è raro, e balzano, far confusione fra i due. Indi per cui l’antiamericanismo lo rigetto con forza. Antiamericanismo è la semplificazione comunicativa di un’intolleranza all’attuale governo americano, e al suo atteggiamento in politica estera, a questo continuo e immortale giocare al lazzo. Nient’altro, dunque no fischi. I ‘mericani hanno pregi e difetti, pregi ben venduti e difetti ben prestati, ovvio, ma chi può indicarmi un popolo senza difetti scagli la prima blitzkrieg.
Allora non prendiamocela con i manifestanti di mezzo mondo mettendoci dietro il facile ostaggio dell’antiamericanismo. La bandiera che brucia è solo stoffa. Lo striscione che sputa veleno è solo carta. E questi mezzi consumabili vanno a parlare di uomini, non di popoli.




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16 febbraio 2007

inconclusione

Nutro una certa propensione, che veste l’anima come gonnella, a pensare di avere infiniti passati a seconda delle stagioni. Stagioni allargate di senso. Che forse la mia generazione, quaggiù, pare aver persino perso la catarifrangenza del piangersi addosso, e resta attaccata al pube dell’occhio come una goccia di benzina, densissima e indecisa. Però pare un portento di contrappeso che, forgiando forgiando armi di lame e le migliori scacchiere di viscere, in mancanza di troppi slanci futuri a me m’assalga di rintracciare orme in ciò che mi rapisce, orme come scavate da me, da questi talloni, orme come graffi di vite in cui il volerci credere equivale a non lasciarsi appena…




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16 febbraio 2007

Il papa dice che la medicina è soggetta a troppe manipolazioni

     




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15 febbraio 2007

Il discorso dei dodici anni al tempo del teologo

In quel tempo la Palestina era poco più d’un soprannome: come che c’erano certe donnuncole che s’erano beccate la fissa dei muscoli, a quelle lì le chiamavano “le palestine”, con tono spregiativo, senza prezzo, o fissa dimora. Così Gèsu, era lo zingarello a dodici anni, lo zingarello che veniva con la sigaretta finta a impressionarti sulla sua matura dissolutezza, al tempio, nei giorni pari, perché nei dispari buttava tutto all’aria per la immacchiolata gioia degli aquiloni felliniani. Ecco, il picciolo Gèsu proprio no capiva i discorsi dei paggi e dei teologici, ciò non di più aveva la su ponenza di mettersi in mezzo a loro, individualmente (in mezzo a uno vuol dire all’altezza dell’ombelico, a voler essere elegante nel parlare, a tira’ pompe e rompe er cazzo). In mezzo si mise disabbigliato a parlare così: “Quantunque ovunque vostre eccellentissime cervella si librino elevandosi alla terza, di sottoscala, io potrei illustrarvi nonché la giacca oltre alla scarpa: i’ddio è mi padre perché solo questo grado di parentesi ho capito al momento – giacchè mi si dice che la mi mamma m’ha fatto senza cazzo, all’atto, sicchè non m’è mica chiaro cosa, chi e dove, sia ‘sta mamma – or dunque dio è papà non solo di me quanto di più. E non vogliate voi voler desiderare la figliolanza di un essere così giggiante e luminosescente oltrechè oltremodo saggente?
Illustrissimi i sapienti e teologici si guardarono sconfiatati, pure sì sgonfiati, nelle loro bocce, disarmandosi di spocchia. “Che tu, Gèsu, vieni a farci a dirci?” chiese Armando il teologigio, e aggiunge “mi m’han detto che… che ogni un parli per sé”.
Allora il bimbo dodicianni ce lo disse a Gianni tozzoliandolo col gomito di lana – datosi che in quel tempo c’era la bimestrale della glaciiazione – e poi sì che ce lo disse pure a tutti gli altri, con gran di loro sorpresa, e fece a modo più o me così: “In verità in verità ti dico, Armando, oggi stesso tu correrai pei campi con i crampi alla medilla, perché hai usato bestemmiare contro di’ di me se hai il coraggio, che sono il figlio di mio padre. Tutti giù per terra!
Detto il fatto i tegiolonici si chìarono genuflessi, i fessi, non tanto per l’ottunda di minaccia che a occhio e croce pareva essere stata. Ma più tosto per quel molle lemma, quel lemmolle “medilla” che popio no esisteva fino a quel fragente. S’apre un falla nella folla: bocca di Rosa! Eccola! Eccola!
Papà, somiglia a un caspio!” disse il piccolo Giannino che all’epoca giocava ancora a guarda i ladri. Gli fece il padre di Giannino a Giannino: “In verità in verità di’ tico, Giannino, d’oggi in avanti chiedi e di’ sarà tato, ma non a me, ma a quello lì che staparla: colui che muove il cielo e l’altre balle”.

 
Rendiamo grazie e pane rubato.
Alain.
(Lupin)

 

 

O’Munaciell’




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14 febbraio 2007

la fregatura della foiba

                                             

Mah, io non lo so. Sì, ci siamo, è dura iniziare con ammissioni d’ignoranza. Anche se colloquialmente quel non lo so è più un lo so però… che minchia vanno in malora le cose quando gli uomini vogliono ragionar a cazzo di gallo!
Le foibe sì, il presidente croato pure. E volo basso, volo dentro, disto dal politichese perché questo, sebbene Adinolfi e la sua cricca non me lo attestino (sigh!), è pur sempre e sì un blog personale, ma un gran bel blog personale.
Direi, avvalendomi così dell’autorità della persona, che niente ho contro i vicini slavi, che anzi ne apprezzo musiche e danze e alcolici e donne, e un gusto e uno sbuffo popolare che noi perdiamo. Però però mi suona strano e sgarbato che quando ci sono stato gli autoctoni avessero l’insana pretesa di pigliarci a coltellate. Non che glie le chiedessimo noi, eh, sparuti napoletanucci poco camorristi ma con molta voglia di sperimentare le cavità slave – ad esempio, io non imparai in croato l’espressione “da oggi in poi, se volete stare tranquilli, mi dovete mille corone al giorno sennò vi incendiamo i piedi del tavolino” ma imparai, da una turista di passaggio alla stazione di Trieste, la frase “mi gradirebbe assai che m'adducesse a rimirar le stelle in su la spiaggia” : l’avvertenza era di recitarla a donne, non a uomini con lame nelle tasche, ma questo era superfluo come una carriolata di cemento nel Caspio.
Eppure, sarà che eravamo proprio belli, questi qui nei locali ci tenevano a sventolar coltelli.. e certe sere, quando proprio erano in vena di zuzzurellarci con maggior finezza, li vedevamo parlottare con qualche stangona bionda con minigonna più mutanda che gonna. Manco il tempo di una buona sorsata questa si avvicinava al poveretto di turno, spesso milanese o bolognese, gli si attaccava, un po’ gli beveva dal portafogli, un po’ gli mangiava dalla sacca. Poi, quando era ora – non specifichiamo – la donnina si defilava perché arrivava un manipolo di ragazzotti a vantare legami di sangue con la donna importunata. Importunata, dirlo di una che ha i lampeggianti nella mutanda è inopportuno, ma tant’era. Se eri bravo riuscivi a fare il camaleonte con la parete del locale, o a mischiarti all’ombra di un gruppetto folto e biondo di turisti tedeschi (quelli lì non li toccano chè stanno più ubriachi di loro). Sennò qualche schiaffone, così, per ridere. E ridere ridevano, con addosso le vecchie maglie del Milan di Gullit e l’alito che puzzava di cantina umida dove le botti di vino sono tutte rigate, incrinate, accoltellate…
ops, io vado, c’è giusto un treno di tedeschi che parte.

 

Poi andiamo a parlar male dell’asse!




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13 febbraio 2007

sonata in times new roman

Sfoglia pagine, paggio del curatore d’archi, di libri che dormirono esposti ai lamenti del mare in burrasca. Vòltala, e dimmi oltre il dito umido cosa avverti, se neve se gelo, se tropico. Quando lo scorpione attacca non vedi partire il suo schizzo di pozione, così c’è chi dubita dell’amplesso medicamentoso della voce del deserto. Vorresti essere un pirata argentino, vero? Calibrare la puntura del fuoco da basi di ghiaccio, questo è il tuo più intimo sogno. Murarsi per metà in una parete erosa dalle chiocce brune, e forzarsi alla rinuncia, o all’accusa. Quella metà, che sia dentro o fuori non occorre. Forse un legno che dondola per nettuni, a liberare il dorso dove si calpestano correnti azzurre senza bisogno di toccarle, forse lì c’è quel pezzo che manca. O forse in giro, perché poi a fare il tondo si sfiora il centro, non mano a pungersi, e sappiamo quanto il centro sia fuoco e pianto. Ma poi la musica s’arresta prima della verità, e ogni linea di pensiero, sai, di quelle che senti possano e vogliano giungere in un luogo nuovo, crollano con tale rapidità, come mela casca, che qualsiasi altro sano essere – questo sano ti esculde, lo sai – non avrebbe remore a ritenerle illusioni, giochi di vapori e  riflessi di mira. Miraggi, volgarmente. Sto a chiedermi d’amore quando non avrei mai pensato possibile questa primitiva debolezza, possibile o lecita a me, che potrei raccogliere nei palmi l’invidia di Nembrot tanto è l’amore cieco che mi doccia e m’innalza su colonne d’acqua, quasi, acqua. E che nel passato d’ognuno c’è – deve – un buco, l’ha scritto mai qualche traiettoria ascendente? Una pozzanghera che per adorare la luce si denuda del gioco, della forza, e va al sole col riso del leprotto, della tartaruga di maggio. E’ da quel buco che secerni la forza del futuro, e il delirio del presente.

Poi la mente sgombra… quella non c’è mai stata, è per questo che inventammo un dio.

 

dedicato…




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13 febbraio 2007

Brigatisti in Canadà

To’, nel giardino dei meli mi spunta un pero, proprio lì, accanto a quel fazzoletto di deserto in cui all’improvviso s’è affacciata brontolona una cascata, cascata che nel mezzo le s’è fatto un monumento, un obelisco. To’, sull’obelisco, proprio in cima, c’è fresco un nido di leoni marini, di quelli senza zampe, di quelli che strisciano nella savana piena di meli con un solo pero.
Non mi sorprende affatto che fra questi brigatisti ci siano molti giovani, anzi, a dirla tutta mi paiono pochi. E’ che non bisogna dimenticare che prima delle torri gemelle boom c’era un esercito in protesta permanente che s’è coperto di cenere, s’è otturato. Ora, diciamocela chiara, arruolare non è difficile. Personalmente, un paio d’anni fa, mi trovai a parlare con un coetaneo sconosciuto di cui il nome ignoravo e ignoro, che avanzava strani discorsi. Ero lucido, quei discorsi li avanzava a comprendermi. Sarà pure stato un testa di cazzo, ma, appunto, arruolarlo, alla luce d’oggi, non credo fosse esattamente come erigere l’obelisco in Niagara.




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12 febbraio 2007

Pr(e/o)(mo/po)(ni/si)zione causale

   
        ambizione, verdirosi

Abbiate pazienza. Io mi mangio le unghie. Che già questo mi mangio è troppo colorito e ci insegnano che non va usato… perché mangiare di rado è d’uso riflessivo tranne, appunto, nel caso delle unghie che non andiamo certo a chiedere in prestito o a pagare al salumiere. Tutto filerebbe se non fosse per il fatto che tecnicamente le unghie non si mangiano: si spezzano, poi se le ingoi vuol dire che hai seri problemi in capoccia, o ne avrai allo stomaco. Io, le unghie, le stacco coi denti e le uso per inchiodare alla parete brandelli di carta igienica su cui scrivo pensierini.
Oggi mi esercitavo sulla proposizione causale, ed ho scritto: “poiché fra un po’ scadranno i mandati di Bush e Putin, non pochi iraniani saranno morti prima di quel po’ ”.
E’ corretta?

 




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12 febbraio 2007

Libmagazine XIV


Ecco il numero XIV di libmagazine. C'è pure una cacatella 
mia che se non andate a leggere la piglio sul personale.




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12 febbraio 2007


                        

Non esiste nessuna idea in questa civiltà che ci connetta con i più grevi strazi dell’umanità. Niente. Il vero dolore apocalittico filtra per tombini di celluloide, e di onde più o meno lunghe o, piuttosto, corte. Il nostro dolore piccolo, borghese, intimo, la piccola voragine che ci rende individualmente pallidi, tutto questo è uno schiaffo all’unico nostro padre, che è quella scia di sangue da cui usciamo come da un Giordano. L’Europa è un letto di un bordello o, meglio, il suo allucinato lenzuolo.




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11 febbraio 2007

Arthur e il popolo dei minimei

                

Nel tentativo di salvare le pacche alla nonna (Mia Farrow) il piccolo Arthur (Freddie Highmore, un attorino da tener d’occhio) s’infila nel magico mondo dei minimei alla ricerca di un tesoro con cui pagare il cattivone palazzinaro. Al sodo un avventura per soldi, un Indiana Jones d’animazione, che però si sviluppa con una gran bella immaginazione, di vasta presa anche quando cita cartoons e films difficili da richiamare senza far figuracce. La spada nella roccia (non a caso Artù), appelli a Pulp Fiction addirittura, Star wars, con una grande e scanzonata simpatia. La scena del baretto malfamato è una chicca fra rastamen e discomusic, come d’altronde la danza di questi esseri minuscoli sul disco in vinile, il tutto con caratteri vagamente manga, e speziato dall’ambiguità della principessa Selenia. Eh? Selenia? Sì, capito bene, con maggior carica erotica a mio avviso.
Poi c’è netto netto il filone del bene contro il male, dove il bene è un trittico di eroi bambini che agiscono per conto del re buono (a proposito, di notevole ingegno satirico la bassa statura del re che però in pubblico, poggiandosi su un animale relativamente grosso, sembra un omone, sembra un re… e chi vuol cogliere colga); e dove il male, invece, lo fa un personaggio che è esito di una poco definita metamorfosi. Aggiungo che questo Maltazard poteva essere impreziosito un po’ di più perchè la materia c’era, però è probabile che il prodotto per famiglie ne sarebbe risultato inutilmente appesantito… quindi, vada così piatto il cattivo, che poi, chiaramente, non potrà assolutamente ribellarsi al lieto fine.
E’ comunque un film confezionato per bambini, anche se, a differenza dei soliti panzarottini di zucchero filato, questo qui evita di spiattellarti una spicciola morale ma, anzi, ad un occhio attento riserva piccoli scappellotti. Ad un occhio rilassato sembrerà solo la stretta di mano tesa ai neri delle periferie francesi, e forse un po’ lo è pure… ma a me piace pensare che racconti semplicemente una storia di fantasia. E bene anche. Poi, quando si riaccendono le luci, tutti i piccoli in sala c’hanno la faccia bella paciosa, piena piena, magari pure troppo… quasi quasi cambio idea: tutti ‘sti minimei attorno mi stanno già sul cazzo.


(chi ha figli ce li porti)

 

O’Maltazard




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10 febbraio 2007

colomba tornella

                              

La preoccupazione per il destino della famiglia la pongo, per ovvie regole precedenziali, un gradino più su della preoccupazione per il destino dell’individuo, ma giusto per l’idea del contenente, ed esclusivamente nei rari frangenti in cui ci credo nel contenente. Dov’è che si va? Per quanto si andrà? .. e via dicendo. Pur tuttavia, essendo io uomo di poco conto che pone fede più nel prato che nella chiesa, e più nel mister che nel di dio ministro, e più negli undici in calzerotti che nei quattro in tunica apostolica demodè, ritengo che la soluzione ai problemi della famiglia sia più vicina e semplice di quanto appaia.
Stamani sono arrivati gli operai per montare un tornello fuori alla mia stanza. Lo stesso faranno fuori al cesso e davanti al salone. Fra una settimana sarà pronto quello al portoncino, accanto al muro di recinzione. Questo risolve e assolve tutto.
Andate in pace pe’ tornelli.




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9 febbraio 2007

quando si aprono gli occhi

In pratica io ieri avevo chiuso. No, non è l’incipit adatto questo, ma… Volevo spiccare una metafora dal naturale per iniziare questo post, una forma d’idea che richiamasse lo scapicollarsi della stagione calda, che muore facendosi secca. Ma mi sono annoiato. Parlo schietto canto chiaro dico che, sì, mi ci sono dedicato per un po’ con passione. E’ questo il cruccio animale: innamorarsi con la facilità di volo di un falchetto, bastano due colpi d’ali e si vola tutti estasiati e appassionati, ‘sti falchetti!, ma quando apro gli occhi e calcolo distanze e prede e aria solcata, piombo. Io piombo. La nausea arriva sensorialmente molto dopo la sua effettiva presenza, ma è lo stomaco ad esser lento di pensiero e in più magnanimo di gesto. Parlo di blogging, di quanto io l’abbia chiuso ieri – io lo chiudo periodicamente, e con tanta maggior decisione ogni volta lo lascio quanto con maggior letizia torno. Poi si vola o no lo decide un cruccio animale, o quella stampella che nell’armadio regge più naftalina che giacche. Quella metafora non casca dall’albero, e allora scrivo con striscia facile che mi pare, e tremo a dirlo, di metterci più sudore di quanto ne ricavi in soddisfazione, o gradimento, o un qualche cazzo di serena e positiva mossa. E’ come se a metterci sangue non me ne venga che alcol etilico, che utile lo sarà pure, ma dopo quanto? Dopo quanta manualità? Utile, che parola rinascimentale. Utile a chiudere occhi, forse, questo agitarsi nelle mani in mezzo a folle di senza fiato. Io non lo so, io non lo so. La foglia secca è la sintesi del dubbio. La guardi sapendola morta eppure c’è, con quel suo capriccioso affanno per la vita, fosse anche una paralisi di colore, un marrone o un giallo che tratta di divinità solo se a spossarla è il vento. A spossarla il vento, sì. Il vento.




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9 febbraio 2007

tra moglie e marito non mettere il dico

[e quando dico dico dico dico]




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8 febbraio 2007

mulinello

            
                  Frammenti, Emilio Vedova

 

 

Una sigaretta. La notte non respira se non… Dicevo, la notte non ammazza se non per riderti in faccia, questa è la storia. Uno scorsoio affisso al muro dell’incubo, a nutrirsi delle chimere di ruggine che depongono uova, e che perciò nutrono chi si perde nelle sfoglie del sogno. Un bambino annusa la lunga lingua di un cane. L’odore della terra e della saliva mi mettono di buon umore, ma poi frana la montagna, senza lava oggi che è giorno di festa… la clemenza dell’incubo sta nel rispettare quello cui ha scelto di estrarre il fegato, soffusamente, come fosse prassi sacerdotale, ma ogni giorno e ogni no... o volevo dire sì. Sì: il ricordo dell’insegnante di filosofia che chiede di riassumere Russeau e interpreta il rifiuto come segno di timidezza, d’umanità verso il ciuccio che Russeau non lo aveva studiato. Io manco. Però sono timido e può sembrare che… Dicevo, la notte non respira se non…
una sigaretta.

 

O’Munaciell

                  




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7 febbraio 2007

..di cielo di terra e di mare..

ta- tata- ta- ta- tata- ta- ta!
Parola di kalashnikov!


 




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7 febbraio 2007

shiny happy dwarf



Berlusconi mi fa mette voglia di diventare gay.
E di innamorarmi di lui.
E di rompergli il culo.




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6 febbraio 2007

La palla è quadrata /3

Più rispetto per gli ultràs,
 
                            
                                        "Merda eri, merda ritornerai". Di Giordano Curreri

Così recita un muro poco distante da casa mia, con lettere azzurre e stilizzate. Io lo guardo con la stessa paralisi che mi piglia di fronte a un quadro che mi sforzo di capire per decidere se sia merda o pan grattato: più rispetto? Anzitutto questo trattare la categoria come fosse una categoria mi stizza non poco. Ma poi ‘sto rispetto da chi lo vogliono? E a che fine? Lo vogliono da quelli che non vanno allo stadio perché ci stanno loro in presidio? O dai poliziotti che vengono ingaggiati? O da quelli del commissariato di Napoli che qualche mese fa hanno subito un vero e proprio agguato?
Ho conosciuto di striscio qualche fanatico del pallone. Qualche religioso del pallone, e con dolore ho scoperto non che la semidivinità di Diego non è più vigente. Non so spiegarmelo, ma costoro nutrono un’antica malevolenza verso le forze dell’ordine, ed è un’ostilità genuina e senza bisogno di giustificazioni né razionali né di fede. Il tifoso odia il poliziotto, punto. Lo odia quasi a mettere le mani avanti, quasi a sapere che nel suo essere ottuso debba annidarsi per forza un seme d’illegalità, così lo odia in anticipo: si abitua ad odiarlo prima che venga beccato con le mani sulla bombetta. Ebbene, questa capacità premonitrice parrebbe testimoniare una certa attività cerebrale nell’uomo oggetto d’esame, ciononostante basta, a respingere questa ipotesi, riconoscere quanta poca partecipazione razionale avvenga nell’adesione a quello che è in tutto e per tutto un costume. Non per questo meno tragico, e meno stronzo. Ma proprio qui giunge la botta: un uomo che aderisce così acriticamente a un costume, trascurando la provocatoria adesione per fede cui accennavo poco fa, non può essere considerato capace di intendere altro dal costume del gruppo nel quale trova gratificazione. Un po’ come la punta dell’onda che non può, perché deficia di spinta propria, andar contro corrente. Così, un po’ di pipì, è l’ultrà. E rassegniamoci al fatto che non cambierà stile di vita come un homo sapiens cambia idea: l’idea nell’onda manca, ma in compenso, specie d’estate, qualche stronzo a galla lo si trova.




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Parliamoci chiaro. Questo blog non è un albergo né un giornale. Non è una carta, non è giornaliera né qualcosa da mangiare. Questo blog rappresenta l’offesa della tecnica all’uomo, e viceversa. Non è me, non è il munaciello che vi parla, non è me che vi dico, anche perché voi non esistete che in certe vecchie cartoline. Io e  te non esistiamo e, soprattutto, non coincidiamo. Quindi nel caso in cui tu avessi qualche soddisfazione da chiedermi per cose che ho detto o fatto a te o a qualsiasi tua parente di gradevole aspetto, non hai che da dadà darmi appuntamento domattina all’alba – facciamo alle cinque che prima delle cinque la gallina non fa l’uovo e posso mai duellare a stomaco vuoto? – dietro la chiesa abbattuta e sconsolata. Oppure mi chiedi con urgente violenza di rimuovere, ed io, che so intendere senza mercanteggiare, rimuorrò.

Stesso discorso vale per le immagini, le foto, e soprattutto per le cose che non capisci. E per quelle che non capisco io. Stesso discorso non vale invece per le sparatelle dei commentatori. Quindi altro discorso:



 

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