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ciromonacella
'o munaciello


Diario


31 ottobre 2007

Parliamo e non ci capiamo, o Babilonia

Poi dice delle caste. In Italia si tende ad accastarsi anche sventolando quelle facilotte banderuole che degli assi da stiro fanno assi portanti di civiltà – di civiltismo, mi si passi. Nell’avvicendamento di sette donne elette nell’assemblea nazionale e dimissionarie in Campania Veltroni dice che “la norma va intesa facendo le sostituzioni con il primo dei non eletti dello stesso genere del rinunciante. Vale a dire che l’uomo preceduto in lista da una donna dimissionaria deve farsi precedere nella successione dalla prima e successiva donna. Audace, ma mai parole meglio spese. Politica cioè, ad alti tassi d’interesse. È per alcuni paradossi analoghi a ciò che il presente caso determina che l’intera questione delle quote rosa non smette di non-convincermi. L’acca(ta)stamento prevede, nel bizzarro civiltismo italico, una odiosa coazione che poggia gambo su requisiti meramente formali: la ciucia e il cazzo. Cioè: va via una ciucia la sostituisce una ciucia a forza: s’accoppiano ciuce con ciuce e cazzi con cazzi – che già è palesemente povera di gioia come soluzione. Ma, e per di più, s’ottiene un risultato da immediata ed effimera contabilità quando al contrario occorrerebbe, forse a monte, garantire che la posizione nella lista non venga – questa sì – determinata dalla versione presumibilmente capovolta del suddetto requisito formale, ovvero il cazzo è più valido della ciucia.

Il munaciello – ma egli è di ventre bisunto, si sa – suggerirebbe una assai gradevole alternanza in qualsivoglia posizionamento. Magari alternando supini e prone. Tuttignudi.


31 ottobre 2007

LibMagazineBlog

È appena nato, muggisce o

com’è che si dice vagisce

il nuovo aggregatore più ganzo du munnu:

LibMagazineBlog.

 

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30 ottobre 2007

se tanto mi dà tanta c'è un errore nel finale

La prova televisiva – cioè della visione a distanza – infligge – cioè impone con una certa durezza – due giornate di squalifica all’attaccante del Napoli Zalayeta per aver simulato un fallo da rigore contro la Juventus. Posto che l’imposizione di una pena con una certa durezza a seguito di una visione a distanza, quando comunque non c’è adeguata sistemazione della suddetta assunzione a prova, pare del tono del miope che senza lenti spara di mitra all’allegrotta pulce, c’è un altro piccolissimo appunto. Se l’arbitro annota la simulazione avvenuta punisce con l’ammonizione, un avvertimento formale insomma, tramite il cartellino giallo. Solo due cartellini gialli sommati nella stessa partita portano al rosso, alla squalifica. Appare quindi porcello volante che se l’arbitro non annota la simulazione ma addirittura decreta il calcio di rigore perché vede – o crede d’aver visto – il fallo venga inflitta al simulatore – la cui capacità attoriale è, da dirsi, imbarazzantemente scarsa – una pena che è quadruplicata rispetto a quanto previsto dal regolamento.

La gestione dell’affare sportivo è lacunosa per non dire sforacchiata d’intestino grasso se si considera che nella vicenda, causata essenzialmente dall’errore di chi è preposto al regolare svolgimento del gioco cioè l’arbitro, ci siano due schiere di puniti: la Juventus che subisce il rigore e Buffon che viene ammonito in quanto ultimo uomo; Zalayeta inchiodato dalla tivvù alla tivvù e il Napoli che andrà a Firenze senza il suo attaccante titolare. Manca, si nota, l’arbitro.

La gestione dell’affaraccio sportivo – correggo – è assai acuta e lungimirante poiché, come dovrebbe esser preso a esempio da altre gestioni, essa prevede un insolito ma ben curato meccanismo per cui, impugnata saldamente e a mo’ di scimitarra la necessità della punizione come rimedio intrinseco all’errore, gli effetti della stessa punizione si ripercuotono con ammirevole strafottenza su tutti i presenti tranne che su chi ha commesso l’errore.

Tanto di cappello. Cappella tanta.


30 ottobre 2007

libmagazine on line


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In Così parlò Zarathustra Nietzsche scrive che “il superuomo è il senso della terra” presagendo l’avvento di un’umanità superiore che renda immaginabile l’uomo come “un cavo teso tra la bestia e il superuomo”. Tenendo a distanza tanto la banale interpretazione evoluzionistica dell’oltreuomo quanto la traduzione politica che fu comodamente brandita dall’ideologia nazista, appare nella sua piena attualità ancor oggi manifesta e necessaria una sana volontà di rovesciamento della morale platonico-cristiana sempre piangente e mai agonizzante. Questo perché quanto un pensiero sia fecondo è dimostrato non già dal governante che ne adopera le estrinsecazioni a piacimento né dal potere consolidato che ne denuncia il vizio, ma dall’espressione della creatività dell’uomo comune che incappa, volendo o più semplicemente sentendo, nel rumore di fondo che fa da volta alla teoria senza prenderne la voce ma muovendone all’unisono le corde. Uomo qualunque, ad esempio, come il giovane Daniel Boyle di Manchester, classe 1956, di famiglia proletaria e cattolica.
segue qui

 


25 ottobre 2007

le avanguardie e la loro filiazione

 

(Secondo rincòn de AlFahridi)



A lo mejor alguien va a leerme

 

 

Tra l’altro in questo testo ci si chiede - io mi chiede, direbbe la lingua ( fetosa, direbbe il munaciello ) avanguardia – perché l’arte, se essa stessa non fa che ripetere il gioco infimo della sottrazione della vita pur di cacciare una parola.

Ci sono epoche ed arti ed istinti; noi non siamo né Eschilo né Dante, né Raffaello, Rimbaud, Beckett; neppure Pasolini, né il loro rispettivo pubblico. Quello che ci tocca, quando ci tocca, l’arte, ci alita sul collo, minaccia, si nasconde tra il desiderio, la paura e la noia. La sociologia è veramente odiosa quando spiega le rivoluzioni, per quanto silenziose, con i crolli degli indici di borsa. Dentro un effetto non ci sono solo cause; la gravitazione universale è un movente come tanti, più biondo e acconciato, forse.

C’è un senso di scoperta e di fine, ed in ciò d’inizio, in quello che ci tocca. Qual’è il più intimo desiderio dell’arte? La vita fremente. Oggi. E ieri? E altrove da noi? Noi chi?

Su questo domanda – chi vuole, se e quando vi vuole rispondere – tornano i tassi d’interesse, le teste di re monche ‘ndurate e’ffritte, la via crucis : pussamm’a chitarr’ e firnimm e’ canta’.

 

 

Non c’è, nel testo di cui si dice, se non un vago accenno al cinema che, a parte la pubblicità e l’inquinamento, è l’unica arte classica del  nostro noi chi. Il munaciello - di tutti e di nessuno – ne detiene già abbastanza lo scettro, ed io non penso neppure a rompergli il cazzo. Però aggiungo: mai, se non forse ai più sfrenati baccanali, corpo anima e neuroni – corpo – hanno goduto, allucinato, ansimato, incubato come sotto un film di     Lynch       o      Sorrentino ( l’ombra del Vesuvio è una minaccia, il più bel presagio che possa accompagnarmi la partenza da Napoli; simm e’ napule c’avita fa’ o’bucchin’ ).

 

Mouhamed van Farise



Le avanguardie e la loro filiazione

 

E così, questi uomini hanno scoperto il logos e girandogli

intorno gli hanno fatto le smorfie per tutta la vita,

ripetendo, o meglio dimostrando il teorema del logos.

E questa è la storia di tre generazioni di artisti.

 

D’altra parte, per uomini nutriti e colonizzati a quel

modo, è stato impossibile, fisiologicamente, superare il

varco della scoperta, così come lo è stato per i loro

progenitori, i fanatici dell’espressione. Ma questo non è

assurdo. Uno sguardo più alto, dall’alto, può considerare

questi stessi uomini come campioni di una fase attraverso

la quale questa stessa scoperta, il logos, e il suo doppio, è

stata volgarizzata ossia diffusa come una preparazione e

un antidoto -e cos’è l’arte, per non dire il teatro, se non

questo-, e ancora, una fase in cui, per estenuazione, l’arte,

l’arte superiore e malata,insieme a tutti i suoi luoghi e

mezzi, si è praticamente estinta, è arrivata a esporre le

sue ultime conseguenze, e tesi, proprio lasciando salire in

superficie tutte le contraddizioni più cocenti della sua

formazione -esposizione il cui merito è proprio di queste

tre generazioni di artisti il cui ultimo rappresentante è

stato Carmelo Bene-.       

 

Che ancora oggi, nei luoghi dell’arte, e dunque

soprattutto nei corpi degli artisti, si giochi a tentare

l’alterità, il surrealismo, il siluramento dell’idea, è un

lampante effetto di una catacresi, e dunque di una

volgarizzazione la cui guarigione comporterà tempi

lunghi, ed anche catastrofici.

 

Ciò che le avanguardie, e la loro filiazione, per un secolo

hanno fatto, è stato trasferire l’intero problema della

forma -e dell’esistenza-  sul piano dell’espressione.

E l’espressione è ciò che maggiormente vincola, inibisce

e rende impossibile ogni pensiero tetico, e dunque ogni

rischio -e, sia detto solo per qualcuno, essa è soprattutto

una volgarità, oppure la risata di un satiro, o meglio di un

dio, il settimo giorno-. 

 

Questi artisti hanno giocato all’ombra dell’epigrafe

monumentale disce subesse deo,

e comunque sono stati i migliori, essendo stato l’intero

mondo all’ombra di quest’epigrafe, finora.

 

È stato il modo in cui Bene ha rinviato ad Artaud che mi

Ha chiarito il senso di quel trasferimento di cui prima :

“..superamento d’Artaud e della lingua degli angeli..”;

“..Artaud sta ancora nella rappresentazione..”.

Ciò che Artaud mi ha insegnato è il fatto catastrofico e

destinale della presenza.

Il resto è una rivolta hegeliana contro Hegel. Così come

una rivolta hegeliana contro Hegel è stato l’intero

movimento della superiore arte europea da un paio di

secoli a questa parte.

E aggiungo suo malgrado.

 

Suo malgrado poiché le conseguenze, o meglio l’eredità

stessa della cultura europea supera nettamente la scoperta

di una crepa, ed è un fatto il cui peso è ancora troppo

schiacciante.

E questo non vuol dire che debba compiersi all’aperto

come in un teatro, o meglio non è detto che lo spettatore

possa o debba capire.

 

L’opera delle avanguardie e dei loro figli eletti è stata

soprattutto una consolazione molto ardita, poiché estrema

e interna, un espediente fatico cui si è giunti per avere

comunque qualcosa, un orizzonte, fosse anche

l’espressione -offrendo tra l’altro, il tema di un’intera

esistenza a tutti quelli che istintivamente hanno scelto la

via del commento, i poveri di spirito, gli avvocati di dio-.

 

Come, l’espressione, -una giustificazione ?

 

 

                                                           

                                                     Alfredo Zucchi, marzo del 2004


25 ottobre 2007

sotto due vulcani


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24 ottobre 2007

l'araba fènica

Pare che Pio

viaggiasse a acido

col cervello degli altri.


24 ottobre 2007

Nonnulla

Il pensiero è aritmico. Dipendente dal contesto. Le macerie dei missili serbi asserviscono al torpore – dita che schioccano. L’aritmia vuole sciogliere le sue cedevolezze nei mulinelli, tanto che importa più scorrere che la sostanza dello scorso: che sia vino o sangue, aceto o acqua, o piscio. Ciò che vale trenta vite sbattute, in capacità, è l’attimo liquido fra aurora e crepuscolo visto schiena a fondale. Leggero, affondare, in un continuo di elettricità.




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23 ottobre 2007

libmag on line

C’mon, non fate gli stronzetti. Andate a leggerlo.

Oltre al disegno di sopra, io sto qui.

La femmena mia qui.


22 ottobre 2007

noi qui cosa ci facciamo?


Poi dice che uno scarica troppo da emule. Io non so, ma chi è quel cerebro-retroverso che compila le programmazioni tv? Consulto i programmi, ci sarebbe un film interessante che all’epoca mi persi: “Ray”, biografia di Ray Charles con Jamie Foxx protagonista che s’è meritato l’oscar per la prova, rete 4 dice. Premo il quattro. Fa freddo qui, intirizzisce. Voglio un film di un paio d’ore poi nanna. Rete 4 si apre in un bar, tipo. Massì penso, poi da qui partirà un flshback per arrivare all’infanzia di Ray dato che l’ambientazione e la qualità della fotografia fanno pensare a un inizio anni '90. Ecco che entrano in scena due o tre loschi tizi, la cosa mi puzza, m’aspettavo un attacco diverso. Poi ci sono e mi paralizzo sulle chiappe: un tizio ha un lungo codo e chioma nera, alto, faccia di cazzo: è Steven Seagal nella sua faccia di cazzo.

Sputo il loacker. Vomito quasi subito. È un duro attacco d’ansia. Controllo, sudo freddo, “Programmato per uccidere” dice il televideo. È proprio Seagal. Chiudo. Bestemmio. “Ray” è in seconda serata, non so perché. Oppure lo so, ma non posso accettarlo. Peggio, non so accettarlo.

Voyager fa pettegolezzi, e Exit… beh, la D’Amico non è adatta a farti concentrare sui mutui: ella promette ben altri impegni; e poi la voce squillante e acuta mi ricorda geneticamente un culo, illuminato di luce arancione da fuoco, stagliato alle pareti della caverna dove forse ho appena fatto una vignetta. Non è cosa.

Penso a un caro ragazzo che mi dice di non guardare tv, magari di leggere. Niente, non riuscirò a leggere finché non avrò terminato quella lunga descrizione di sarcofago di Mann. Forse non lo finirò mai, ma lo sento come una sfida, la sfida del triste, la sfida del brutto, la sfida del superfluo. Ripenso a Seagal. Ora mi calmo. Ora ne parlo sul blog. Massì.


22 ottobre 2007

Ecco perché era rossa. Piangerebbe la madonnina fosse lì.

 

Nel titolo a un suo post makia, prosa senza inutili fronzoli, dice che il vincitore del mondiale di formula 1 è deciso dalla FIA. Non discutiamo l’azzardata affermazione sia perché makia è una donna, e qui siamo galanti non come quello sfacciato del Munaciello, ma anche e soprattutto perché la donna in questione, indipendentemente dalla sua pur indiscutibile femminilità, ha ragione altrimenti col cazzo (mi si legga un risolino a questo punto eh). Noi qui cerchiamo la spiegazione a una stagione andata un po’ a passo di mignotta.

Allora, il motivo per cui Hamilton, giovane e pur valido pilota, sia stato ripetutamente sorretto dalle decisioni della federazione potrebbe essere: 1) egli ha pagato un bella somma avendo alle spalle qualche misterioso sponsor; 2) egli pagherà parecchi soldi avendo alle spalle un qualche tipo di movimento o progetto d’immagine; 3) egli è alle spalle di qualcuno che comanda e lo sollazza ben benino con moto di bacino; 4) egli è nero, e non vogliamo credere che la correttezza politica giunga a tali livelli di scorrettezza, ma dai recenti studi altresì riccamente premiati emergerebbero incontestabili dati circa la sua scarsa intelligenza però, evidentemente, è la simpatia che, adiuvata non in ultimo dalla caratteristica parlata io volere vingere mondiale etc., lo ha fatto entrare nelle grazie del gotha; 5) egli è britannico, anglofono e comprensibile a mezzo mondo, nero, giovane, figlio di famiglia, sani valori, sani principi, insomma un santo che va a 300 all’ora mentre Alonso è antipatico perché vincente, Massa è brasiliano e non c’è troppe grazie che da laggiù ne possano venire, Raikkonen è finlandese, cioè poco più che trentino.

Non so, non sappiamo, forse apriremo una rubrica giornaliera che accolga gli spunti dei lettori per fare chiarezza. Bah. Certo è che in uno sport che non ammette neanche la spinta a piedi da parte dei commissari a un’auto in panne o nella sabbia può accadere, come al gran premio d’Europa è accaduto a Hamilton, che si presenti una gru ex machina per cacciare la machina ex sabbia. Ma può accadere dell’altro eh, solo che sono le due e mezza e glissiamo.

Su una cosa non glissiamo. Al momento ancora non si sa se Raikkonen ha vinto oppure no, poiché avendo Hamilton chiuso la gara al settimo posto (risultato che ne ha determinato la sconfitta ai punti) si sta cercando un modo elegante e appropriato alla gentilezza dei gentlemen della FIA, per squalificare Rosberg, Kubica e Heidfled. Direte: chi sono? Rispondo: sonoilquartoilquintoeilsesto. Un due tre genialata! Ora Moggi, avete presente il tipo. Quanto cazzone è stato? L’aveva mai sospettato che c’era un modo per organizzare i risultati anche, e soprattutto, a posteriori proprio dall’interno della federazione sportiva sicché il tutto appaia lindo, elegante, very very gentle?

Ah piccoli italiani!


21 ottobre 2007

la terra è rotonda un po' meno della palla

 

Ieri ho visto le palle. È sempre piacevole quando se ne vedono. M’è capitato di recente con Danny Boyle, con Polanski per come ha fatto Macbeth. M’è capitato con una donna sporca di fango. E poi m’è capitato ieri. E ne ho viste non due ma quattro, ieri, di palle. Tutte andare a finire nella porta della Roma, e tutte belle tonde, belle cattive, belle cacacazzi. La prima è d’argento, come si usa, all’incrocio. La seconda è quel cristallo puro puro che se dicono “in cosa si differenzia Marek da Nedved?” l’unica riposta è “che Marek è meglio di Nedved”. La terza palla l’ho vista per puro caso, perché, signori, la terza palla andava davvero veloce, e andava verso l’incrocio dei pali, e andava via da un piedino nano uruguaggio (word me lo segna errore uruguaggio, ma è bello, è guapo, è guappo!). La quarta palla l’ho vista lassù, poi schiacciata in terra ancora uruguaggiamente, selvaggiamente da uno che senz’altro ha sangue di centrafrica, che gioca da fermo e chiama bestemmie, ma se poi caccia le palle queste saranno, per virtù di sangue, incomparabili con quella biondina francesina . Cappello! chapeau! capperi! ovvero minchia!


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20 ottobre 2007

pirata della strada

 

Zigomi al vento:

nero mare d’asfalto

secchi la chiglia.

 

 



(A ottimo intenditor silenzio)








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18 ottobre 2007

La cantonata di Beppe Grillo e di chiunque trovi rivelatrici le sue lagne è la seguente

Il fondale ultimo della sua parlata è la pessima qualità della politica italiana. Indiscutibile. Oddio, già lamentato e visto ma già, comunque, indiscutibile. Tuttavia, affrontando la faccenda pane e salame per più ragioni, l’animale politico (senso letterale) non fa altro che fiutare spazio vuoto nell’intenzione di pisciarci e riempirlo. Lo spazio vuoto è evidentemente l’elettorato. Si deduce che la bassa qualità riguardi non il politico – che quello comunque piscia dallo scranno, e se non l’avesse fatto lui lo avrebbe fatto un altro riempiendo lo stesso spazio utilizzando un altro vuoto – ma il popolo italiano; o che, perlomeno, la pessima qualità del politico sia meramente funzionale alla sua attività: un modo per venire incontro al cittadino, all’elettore. Cioè, la qualità da prendere in esame bisogna sia quella della base, non quella da quest’ultima determinata. Il contrario equivarrebbe a farsi bastare l’inaccorta idea che il pesce morto per avvelenamento avesse fra i suoi organi una ghiandola produttrice di tetracloruro di carbonio senza valutare il grado di inquinamento del fiume. Ora, cosa facciamo? Due legislature e via? Tutti in Africa che si va a ripigliar Somalia o che?

A lungo ci si è dati dei maleducati. Errore, noi siamo educati male. Siamo trottolini amorosi, pance molli. Questo è un paese-teatro, e non deve meravigliare che ove c’è inclinazione alla simulazione – simulazione d’ogni, anche di ottusità –, ovvero attitudine al to act, si corre persino il rischio di finire a votar leggi.


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17 ottobre 2007

Marsicovetere

Vivere nel presepe ha pregi e vizi. I pregi è bene condurli a sé. I vizi seguiranno senz’altro. Ad esempio nel presepe c’è tutta una serie di bontà che si rimediano facilmente. Quella facilità è la misura dello spostamento che può e deve sfidare il vento con la faccia, ma a piedi raggiungi il posto del grano, il posto delle mucche morte, il posto delle mucche vive, il posto delle sigarette, il posto delle caramelle. Inutile dire quanto meno debitori di odori di gas di scappamento siano le mercanzie di quei posti. Con la macchina poi raggiungi il bosco in cima alla montagna, dove due vette si passano le braccia attorno alla vita e fanno pelucchie di faggi: lì odori di funghi e cacche di animali alquanto grossi, così orme, così rami spezzati. Più in là, una montagna tozza, se ci cammini sopra è tutt’un susseguirsi di tonfi: la mania suicida delle castagne. Poi arriva la tramontana. La tramontana qua è tutt’altro affare rispetto al vento di terra che arriva fuori Napoli e che solletica le albicocche. Questa qui c’ha la mola, brucia le labbra, piega le costole, sbatte sui legni delle porte e fa tempeste alle finestre. Fortuna c’è legna secca e un buco per bruciarla.

Quei pochi funghi dalla cappella strana… tocca aspettare Michele per sapere se son buoni. Michele è il vecchio paesano, gli manca una mano ma con quella che gli resta fabbrica utensili in legno, e preme e confeziona un vino fra l’arancione e il rosa che, bevuto a forza e per cortesia alle quattro del pomeriggio nel garage come fosse un contrabbando di fucili, t’infiamma dallo stomaco al cazzo. Buono per la notte, migliore per i matrimoni duraturi. Michele passa i pomeriggi al monumento per i caduti in guerra, lì c’è un sole ancora tiepido per qualche ora, e lì c’è Michele come fosse parte della statua. Giurerei che un suo caro c’è crepato nella guerra italiana, forse non aveva mai messo il naso fuori dalla valle e guarda tu come e dove cavolo è finito. Allora lui di solito è lì. A parlare con chiunque passi. Ha la voce aggressiva, i toni di chi deve farsi sentire anche nella tramontana o fra i sassi dove pascolano dure le capre o laggiù dove i faggi sono voluminosi e trattengono gli echi. Questa volta non c’è, e la cosa è preoccupante non tanto perché c’è da definire la commestibilità dei pochi funghi raccolti, ma perché Michele soffre di cuore e non so quanto le bevute pomeridiane lo aiutino.

Buttiamo i funghi che intanto hanno iniziato a rilasciare un liquido scuro, si sciolgono, viene da pensare ai morti nelle tombe. Al suo posto, al posto di Michele, c’è altri vecchi e donne velate di nero. Talvolta ti si avvicinano in manipoli domandandoti contemporaneamente ciascuno una cosa: il tempo a Napoli, il tempo a Roma (c’è un po’ di confusione sulla disposizione delle città), il tempo giù in valle, se c’è porcini lassù, se c’è galletti, lattaroli, sponsi (fungo simile ad una spugna, di fiacco sapore ma assai reperibile nel bosco). Mettono ansia, trattano il nuovo come un muro da scalare, e poi vanno via prima di farlo. Probabilmente non senza ironia. Sì, a cena parleranno a tutta la famiglia della mollezza delle braccia dei forestieri, della indecisione della loro inflessione, e berranno e rideranno tutti. Altre volte invece hanno le facce scure e gli occhi accesi, capiscono subito che sei forestiero: ti guardano fisso e se saluti non rispondono. C’è in loro la forza e l’arroganza di chi ha retto all’impeto dell’emigrazione e fa a pugni col freddo e con la scabbia della montagna per tutto l’anno da tutta la vita. Quello che sembra un presepe per loro è un fortino. Tocca accettare l’arroganza, abbassare la testa fingendo rispetto. Beato il ricco di illusioni. Ma quello è chiaramente un presepe. Di sera poche le finestre aperte, e ancora meno quelle illuminate: altri ritmi, altri orari: è bene dormire appena il sole è due metri sotto l’orizzonte, sostituirgli la lana. Però porca puttana le stelle mi vengono addosso. Noi siamo abituati a una decina di stelle, opache e dello stesso opaco chiarore tutte. Qui si distingue la via lattea, e centinaia di stelle leggere o lontane dietro a centinaia di stelle più vigorose: mi vengono così addosso che a loro potrebbe sembrare di essere investite da me: beato il ricco d’illusioni, egli può mangiare polvere di luna.

L’ultima mattina c’è un funerale. No, non è Michele. La venatura del presepe, che s’usa a strada, è in piena di vecchine curve e uomini tracagnotti. Anche giovani in fila dietro la bara, poi c’è il sole a ricamare sul legno che copre il morto, c’è il prete con due assistenti e l’incenso fresco, c’è un corteo di donne che ognuna ha un mazzo di fiori: scendono a piedi per le mulattiere mentre il carro fa la strada. Un funerale che dura ore. Ha l’aspetto della festa e non è per il sole ma perché il paese s’è svegliato tutto e trabocca dai muretti che arginano la montagna. Molta meno gente a un matrimonio qualche giorno prima: la morte sul cocuzzolo è motivo di vanto, un abbraccio di dignità, mentre a sposarsi son buoni tutti, specie con quel certo vino che sappiamo. C’è perfino qualcuno che è venuto apposta da fuori, una targa tedesca in culo a una macchina sportiva rossa: una corvette, nome da zoccola ma muscoli da maschio paesano. C’è anche una punto con assetto ribassato, rossa, con targa straniera. Questi qui vengono dalla svizzera e hanno le spalle fiere di chi s’è fatto i soldi, magari nella ristorazione. Ma i vecchi, quelli del fortino, lo sanno che c’è più virtù a sgranocchiare le pietre che a mettere il naso nei ciuffetti d’erba. Fossero anche in Australia.  


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16 ottobre 2007

libmagazine on line


(clicca sull'immagine)

Interviste a Giannino, Messa, Pobbiati e Sgarbi;

poi un gran cazzo di chiodo di Nardi;
il solito impareggiabile Castaldi;

poi Punzi sulle primarie e altro, tanto altro ancora.

Mia la vignetta di sopra.


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15 ottobre 2007

Il successo delle primarie


E questi tre milioni di euro?


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14 ottobre 2007

Tortoreto Lido

Siamo alla frutta. E non parlo di me, giacché il retro non lo porgo. Parlo giustapponendo la situazione d’emergenza nella quale per caso mi sono trovato a quel gran miracolo di democrazia estetica e fottutamente narcisa che sono “le primarie”. Isolato, chiuso in casa dal fango, senza connessione né connettori, salta agli occhi negli intervalli di elettricità la qualità dell’informazione televisiva italiana. Vedo cose strane. Vedo i bei facciotti della politica articolare semisillabe e semicrome senza indugiar troppo sul senso, e i giornalisti abbagliarsi delle mezze parole in codice: se perdi la notizia non la pigli più e diventi poco più che foglia d’autunno; vedo storie di omicidi senza speranza, senza interesse, buone per farci sgomento e – conseguenza – seconde serate tv e – conseguenza – auditel e soldi; vedo ricette nuove, “sorprendenti” è la parola, volutamente: dolci ricotta e speck, zuppe di ravioli e birra scura; vedo perfino un canguro saltellare fra bolidi supercolorati e, fiato sospeso e rullo di tamburo, portare a casa la pellaccia; vedo incidenti stradali, incidenti già avvenuti, fatti, finiti, ottimi per scalpore e angoscia. Vedo tante cose. Assai diverse. Tra loro, intendo. Accomunate però da un unico gamete: un vago intento oppiaceo.

Una cosa non vedo, che poi è quella che cerco: quando cazzo arrivano i vigili del fuoco? A cosa si deve l’inondazione? L’Italia è una cosa tangibile, riconoscibile, capace di agire, di dire almeno il suo nome come fa il più piccolo degli scimpanzè grattandosi la nuca? L’Italia è l’invenzione dei nostri tanti, troppi poeti? L’Italia è un discreto numero di individui nati per segnare croci sulle schede elettorali, e comunque, accorciandola, un paese che chiama per nome gli orsi è già bello che andato. Questo. Poi è un fatto che i più audaci ci fanno anche un cerchio sulle schede oltre alla croce. I pazzi… quelli ne fanno due. Con fantasia le chiamano palle, e s’accapigliano sull’idea che l’apolidia sia una risposta poco comoda a una serie di domande decisamente scomode. Alla fine, di colpo, la relazione fra lo scarto possibile e lo scarto effettivo fra la decisione della domanda e la vaghezza della risposta appare satura, colma, inattaccabile. Magari il primo orso che incontro lo chiamo Ciro. È un augurio, pare significasse “signore”.


11 ottobre 2007

libmag

Da qualche giorno è on line libmagazine.

Linko adesso perché reduce da profonda offline io stesso.

Nardi sulle primarie

Punzi sul welfare

Nausicaa Maragò intervista Oliviero Toscani

D’Addesio intervista Del Gatto

E poi molto altro: Castaldi, Fronterrè, Lupi, Busato, Gagliardi, Pani.

 

Io, qui, su Planet Terror. Poi vignetta.


8 ottobre 2007

Munaciello su youtube

Signore e signori, abbiamo attraversato i fanghi
di Tortoreto
, senza acqua e senza elettricità.
Ora siamo sfollati e senza fissa dimora a Roma.
Scarpe e ruote d'auto incrostate, ascelle inavvicinabili,
piedi lerci e teste sudate.
Ma il buon umore, quello, resta.

Beccatevi questo.


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6 ottobre 2007

domattina parto, lascio questo

Stanotte c’è lirica, e l’aria se ne affetta di ogni smossa di corda. Capita, meglio che no. La nostra storia è una comparsata meno nitida dell’ultimo sbuffo di vino dello sbronzo, meno anche del penultimo vibrare di una qualsiasi nota sognata l’altro ieri. Forse le mura di cinta questa pelle – ma cosa si usa contro la lirica? Consumarsi come cera. La condanna, il peccato, lo spreco della cera è la rincorsa al fuoco: v’è in essa l’abilità di riconoscere le sembianze della fiamma, e per quel poco lei, la cera, si ritiene della materia adatta a far calore. Cera, ah! balorda pergamena! Arriva a darsi all’informità peripazza del fuoco, a farsi ammollare. Poi, a canto rotto, scivola verso il basso opposta all’afono lodarsi della fiamma, gracchia goccia dopo goccia verso il pavimento usando fili gommosi come bava. Sparisce al fine dalla memoria, che la sua forma imitando quella del fuoco ha pianto su di sé, e se n’è cibata.

 

Ma cosa è che scrivi?

Non è la domanda.

Qual è la domanda?

“Cosa” è già risposta. “Perché”, oppure “quando”.

Allora quando?

Quando non ho risposta a un perché.

E perché?

Ecco, ad esempio adesso.

Non hai risposto al “perché” ma al “quando”.

Il motivo e il tempo sono la stessa cosa quando si indaga.

Motivo e tempo sono le sole condizioni del sì e del no.

Appunto. Forme d’amore.




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5 ottobre 2007

piccolo sciocco raccontino di quella volta che incontrai per puro caso...


Appena annunciato il Deep Blue che, essendo impegnato il Depp Blue, gli risponde il Night Blue. Oggi devo parlarvi di quando conobbi quel tal Lucarelli, un uomo un dispositivo, una macchina un manubrio, una palestra, un bicipite d’intelletto.

 

È un martedì di luglio, e fa caldo in treno. Fa caldo come se il treno fosse fatto al forno e, paradosso, il treno è proprio fatto al forno, ma questa è un’altra storia. C’ero anch’io su quel treno. E c’era la signorina Giovannina che tornava dalle ferie per dare il cambio alla fiat croma di suo padre, il signor Giovandone. Il signor Giovandone, infatti, doveva partire per Lignano con la sua croma, ma senza cambio non è che poteva andarci in folle perché c’era da salire tutta l’Italia. Faceva caldo accanto alla signorina Giovannina, faceva ancora più caldo accanto a Tino. Tino è un bimbo irrequieto, sta tornando da scuola. Sta tornando da scuola da sette anni senza che i genitori si siano accorti del malinteso che avevano avuto sette anni prima con un tale mendicante bulgaro, però i soldi li avevano intascati: quattromila euro per un bimbo, buono, conveniente. Mangiavo patatine alla papaia quando lo vidi, Lucarelli. Carlo, si chiama, ha una giacca vistosa di un blu che è una tortura agli occhi, si avvicina guardingo al finestrino e dopo aver scrutato in direzione degli abeti annota su un blocnotes blu, night blue. Si siede. Ma è pensieroso Carlo, c’ha le ombre negli occhi e suda sui cigli, e poi si spalma il sudore sulla fronte. Fa caldo in treno, e poi lui è grasso, e dove il caldo fa gola il grasso cola, come si dice – o come si dovrebbe dire. Ha tutta l’aria, Carlo, per farci un’idea, di un soggetto cui proprio non riesce la digestione. Infatti – e non che questo possa assurgere a prova, per carità – in prossimità della sua poltrona Tino ha potuto avvertire un molesto odore di cipolla. Conserviamola la cipolla, ci tornerà utile più avanti. Quando arriviamo in stazione balza in piedi e cerca la tabella col nome della stazione; annota; guarda un po’ attorno; si siede mormorando “Latina, ma dove porterà questo treno? Dove?”. Ripartiamo, non è tempo per le risposte, non è treno per le domande. Non ancora. Il ragazzo dei panini gli chiede sette euro per una coca cola e Lucarelli, rifiutandosi, gli fa “dove vanno a finire questi soldi? e chi si fa la cresta? i trapanesi? I piduisti? i pingui pinguini?”. Il ragazzo se ne va storcendo il naso, e Lucarelli mi guarda con soddisfazione, quasi a suggerirmi di pigliarlo a esempio. È stanco Carlo, la sua è stata una vita avventurosa, e tutto ciò che chiede da questo inoltrato luglio è di concedergli la serenità di un posto di cui sappia il nome. Ma è assai difficile: quando entri in un treno senza sapere dove porta quel treno, e in più lo fai apposta per angustiarti sulla meta del viaggio, vuol dire che hai qualcosa che non va. E non è la stanchezza, e nemmeno è il caldo (ve l’ho detto che fa caldo in quel treno?).

Entra una donna, cacchio di spacco fino al fianco, coscia dura e abbronzata che straripa dalla gonna di bluejeans, nightbluejeans. È la signorina Giovannina. Lucarelli nota e annota, ma non gli basta. Le chiede di scavallare gentilmente, perché ha bisogno di sapere dove portano quelle cosce. Dopo il ceffone si agita, lo vedo, ora suda anche sotto ai cigli, e si spalma il sudore sulle gote. Apre un tozzo di pane e ci versa del rosso romagnolo mormorando “tracce di sangue, tanto sangue, ma da dove arriva questo sangue? e dove va?”. Ne beve. Ora, ricordate la cipolla di prima? Bene, Lucarelli è tentato di tagliuzzarla e infilarla nel tozzo di pane, ma c’è qualcosa fuori dal finestrino, qualcosa di spaventoso che solo lui è riuscito a intravedere, qualcosa con le orecchie di peluche rosa, qualcosa che lo fa desistere dal tagliuzzare la cipolla e che, addirittura, gli impone di nasconderla in un posto sicuro e inaccessibile. Ma dove? Lucarelli cerca in mente un posto segreto per la cipolla… ma procediamo con ordine, che poi tanto lo scoprirete Lucarelli dove finisce per infilarsi la cipolla. O forse no. Massì, credo di no.

Passa un’ora. Quel qualcosa che aveva visto al finestrino lo tiene sui tizzoni, così fa col suo ricordo di quello stesso qualcosa (non abbiate paura, è proprio così il periodo: astruso). Siamo quasi a Roma. Lucarelli si è alzato a ogni stazione e, siccome siamo entrati in confidenza, mi ha rivelato che il modo più efficace per scoprire la tratta di un treno misterioso è tracciare su un foglio due linee rette parallele, stile binari. Il secondo passo consiste nel segnare di fianco alla prima linea i nomi delle stazioni che si incontrano in successione, mentre accanto alla seconda linea vanno i tempi di percorrenza. Poi, se proprio si vuole, si può aggiungere a margine il numero di persone presenti in ogni stazione, le pettinature dei passeggeri che con fare sospetto passano da un vagone all’altro, e i gusti dei gelati che quel bambino rossiccio – me lo indica, è Tino – si sta facendo colare addosso. Io penso che Carlo non ha una buona salute mentale. È un martedì di luglio, e fa caldo in treno. Fa caldo come se il treno fosse fatto al forno e, paradosso, il treno è proprio fatto al forno, ma questa è un’altra storia.

La nostra storia invece è la storia di un pacco per dolciumi. È lì, nel vagone di Carlo, proprio sopra la sua testa al posto della valigia. Solo adesso i compagni – mi si consenta la parola, non v’è in essa ombra politica – di viaggio ci fanno caso. Ma è troppo tardi: un meccanismo a tempo di grande sofisticatezza decide che è quello l’attimo: si sente un ticchettio: tic-tac-tic-tac-tic-tac… è l’orologio di Carlo, non c’entra niente col pacco, ma il momento è comunque arrivato: il cioccolato si scioglie come un’inondazione, violento e nero e viola. Il vagone in un battito d’orologio ne è colmo, e la signorina Giovannina viene sbalzata fuori dal finestrino tutta sporca di cioccolato. Tino annega nascosto fra una valigia e una valigia (fra due valigie). Così gli altri. Solo Carlo fa il possibile per salvare delle vite, e inizia a bere. Beve tanto Carlo, fino a riempirsi lo stomaco. È dura capire come abbia fatto, ma in un baleno è riuscito a svuotare il vagone di tutto il cioccolato. È sorridente adesso, un po’ sudato (d’altronde fa caldo su quel treno), ma è felice: sono tutti ancora vivi, respirano. Lui rutta, e non è un’altra storia.

Poi, saranno state le quindici e sessantaquattro, almeno così segnava l’orologione trecentesco della stazione di Ponzo Ballònzolo, a Carlo inizia a borbottare la pancia proprio mentre i soccorritori affollavano il vagone. È un leggero brontolio, dapprima. Poi più forte. Carlo si guarda attorno, è timido e l’idea che i presenti possano ascoltare i giochi della sua pancia lo fa arrossire. L’emozione, il caldo, il cioccolato: una scarica di diarrea che non finisce più.

 

Tutti morti, su quel treno.

Un solo superstite, che s’è salvato per essere stato scaraventato nelle campagne limitrofe, che è in buone condizioni se non fosse per un bruciore al deretano.

È Carlo.


O'Munaciell'


4 ottobre 2007

a lo mejor es un rincòn

 

Senza pretese di voler strafare, come un vero fannullone – o parassita, che dir si polla – utilizzo un piccolo spazio chez le munaciell per vendicarmi della solitudine delle cose scritte.

Ad evitare guai penali ad avventori iniziati e terminali, avverto: i diritti d’autore delle cose scritte stanno nelle cartucce gloriose della “Autodidatti Riuniti Muniti di Stampante” edizioni, vesuviana per costrizione ed onorabilità. Per consultarne gli archivi si prega di rivolgersi alle pire di fumo del vollese.

 

La prima cosa –  ‘a rrobba shcritt’ – non ha un titolo, ma un corpo compatto, monologico: è la mia prima invasione in prosa, dove nasce la parola senza soggetto, dove ogni parola partorisce la successiva, ed il soggetto si fa andando. Sì, c’è odore di placenta e di scoperta; ‘na cosa megli’e’chesta?

Ringrazio il munaciello, ospite polistrumentista, per l’accoglienza, e la perfecta blogger per la pazienza. Lo spazio ed i tempi di un blog, il suo ritmo, non va proprio d’accordo con quello delle cose scritte: leggere è infatti un mistero quasi quanto scrivere. Adattatevi, dunque, se vi piace.

 

 

Mouhamad Al Fahridi




Gesti. Gesti umani. Molto di più. Pietà. Io, io sì, io invece. Non posso. Uno, due, tre : Aborti. L’ho sparata. Ho sparato; sui gesticuli. Voi, voi, ma se fossi in vena d’indulgenze, una venuzza, direi : diaspore; uno, due, tre : diaspore d’essere. Roteando le braccia a formare un cerchio conchiuso. Inclusivo. Di tutti. Certo il dramma è l’esclusività. Ci si ammazzerebbe per una privazione. Tiresia, l’uomo che è stato donna, e poi pescivendolo, o mercante di spezie, suicida in seguito ad un disgraziato impiego in banca, non avrebbe pietà di voi. E neanch’io. Certo io non sono stato donna. Un peccato. Il piacere contrattivo, la passività e le altre moine che voi andate gesticulando, è un fatto di piani di stile. Si può fare, là, da voi; con specie. Desolazione. Ribrezzo e desolazione . Si deve fare, qua; quaggiù. Così giù che il calore soffoca. Ma poi dipende dalla stagione. Altre volte si intirizziscono i piedi. Ma la specie è crollata, marcita, triturata, sminuzzata. E sta. Infatti è un po’ ambigua; mi offende. Bisognerebbe smettere di andare causa soltanto questo inerte retaggio senile. Tanto comunque si muove. È proprio inutile quel movimento particolarmente coinvolgente, implicante. Si giudicherà. E’ probabile, la materia: i probabili grumi di polvere addensati tra l’alluce e le altre innominabili dita. E’ la situazione preferibile, quando la sky line sono dei piedi sporchi. Orizzonti di grumi. Ma questi peccati di gola. E’ bene tacere. E’ una cosa frequente. Bisogna saperne, di oggetti. E di aneddoti. Non si sa mai. Il rubino dello champagne. Situazione. Posizione. Situati e posti. Ordine, please. Alla prossima probabilità di significazione, c’è un premio nuovo. Tutto nuovo. Una nuova indulgenza. Silenzio. Gesti nuovi. Taciuti. Zitti. La minima dispersione è fondamentale. E’ fondamentale disperdere il minimo. Bisognerebbe disperdere, quanto meno. Possibile. Insomma. Tono. Musica. Una volta Tiresia mi disse “ non si vede”. Ma è passato molto tempo. E figurati. Se tutta la capacità , incanalata, puntata ( posta e situata ), potesse farci vedere. Un fatto d’inclinazione. Colle palpebre chiuse si può sempre deformare i riflessi di luce assunti, ma è passato molto tempo, e dargli nomi, del tipo: Ossessione, USTERON PROTERON. Sì; ma, aspetti, credere ai nomi è un USTERON PROTERON. Tono. Sì. Sì, è sempre un passo solo, che ci separa, dall’informe. Ed allora, sì, orge amorfe. Ma le luci, gli oggetti, i cieli arrugginiti dalle luci, sospesi sui crani eretti dei cipressi. Sì. Si può durare. Anche indefinite circoscrizioni di evento. Anche sbavature, simmetrie, circuiti. Di possibilità. Sì. Soltanto: indefinite circoscrizioni di evento. E poi, pezzo pezzo, fare somme. No. Infatti no. Ogni pezzo il cordone aggrappato all’utero dell’altro. Una immensa filiazione. Complimenti. E poi i figli si sa quando crescono dimenticano. E l’individuazione non si può toccare. Noli tangere. Tanti ranocchi. Ognuno il suo reame. Il suo stagno. Il suo sedimento. Si giudicherà. Infatti Tiresia, quaggiù, finiva sempre così, dicendo si giudicherà. Si vedrà. Ma se non si vede, dico io, con tutta la posizione, la situazione, con tutta la mira, come si vedrà, non lo so. Non si può credere, agli uomini che sono stati donne. E pescivendoli. E così. Via. Non si può credere. E’ una cosa triste, non ci sono momenti che non siano estremi, non ci sono momenti. E’ una cosa triste. Punire dopo aver subordinato. Punire i subordinati. Subordinati puniscono subordinati. C’è dell’altro. Se la contesa è tra oggettini. Acefali. Gestanti; non bisogna sforzarsi così, c’è il rischio di partorire. Mostri. C’è sempre dell’altro. Ad un passo. O due. E’ quello che dico spesso. Dovrei notiziare. Ed allora: tono. Divulgativo. La probabilità di morire è sempre molto alta. La probabilità di vivere è sempre troppo alta. I giochi sono fatti. I conati irriflessivi. Assuefatti. Compiuti i riti, non si può. Si raccomanda, esercizio. Tecnica, tecnica.




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3 ottobre 2007

il negazionismo di Ahmadinejciell'


Retrò come me pochi. But I love NY, nonno ostante la peluria di penuria, e poi la fichetta ha i suoi svantaggi: ad esempio, ed è un esempio, quei certi giorni del mese. Potremmo risolvere la faccenda ammendandoci riguardo alla capacità import-export della suggestione omofila, ma non basterebbe. Nel mio paese non ce n’è quanti cene da voi, è l’ascarna verità. Parlo in determini numerici. Parlo in regole sintattiche di trattologia, metamorfine e algebralgida. Parlo di omofilizzati: da voi è la tw, i mezzi di municazione e gli interi di comunicazione, tutte le erbe si affasciano dai balconi suggestioggiandovi. Non batadeci: la fichetta è bella, densa, cremosa, impastellata, glosciante, gnamfruscellata!

Oh per bacco, dovranno cadermi le orecchie, tutt’e quattro, se nego d’aver mai negato l’esistenza di quel pezzo di lardo in frigo! E’ che se ne stava cuccia lì, col moccio impiccato dell’abbandonato, fra le sardine e la lattuga ancora chiusa. Tra l’altro io, per indole, non so trattenermi e, detto fra noi, tollerando poco l’esitazione per sofferenza tutta mia, sono per di più convinto della forza suasiva del teatro. Lo so che il sospetto che mi traino addosso è: quello finge che il lardo non esiste così se lo può pappare quando vuole, e nessuno se n’accorge, che tanto lo diceva che non esisteva, e vero era. Ma non è così, e lo giuro giuro tondo. Il lardo non esiste, non è mai esistito, e se dovesse caso mai esistere sarebbe nato dopo. Populista io? Populista io?? Giusto perché faccio ciò che dicono che io voglia che loro intimamente sentano che vada fatto? Mi sembra contorta come accusa, troppo contorta per il mio baffetto sbarazzino: si vede o no che sono un bohemien? Avreste dovuto capirlo da quel giretto di tango boliviano. Lo dico a voi, sì, a voi terzi, che dalla morte del pollo c’avete imbastito le frittelle surgelate che durano tre giorni e quattro anni all’equo farenheit. Resurrezione la chiamate. Suvvia non guastiamoci la digestione: qua ognuno mangia dell’azimo che si guadagna… e non offendete la vostra intelligenza offendendo la mia: in fondo negare l’esistenza, visti i crismi odierni, mi par quasi un atto di clemenza.

 'O Munaciell'


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2 ottobre 2007

libmagazine on line

da libmagazine


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questo il mio pezzo


1 ottobre 2007

ultima cena del pdn




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1 ottobre 2007

segue da dove precede

 

Ecco fatto. Il Napoli ha perso, e non certo per la chiusura dello stadio ma per questioni tecniche in cui per ora non mi addentro. Punizione giusta ed esemplare. Nel frattempo a Roma due accoltellati, a Torino per il derby zuffe e baruffe, stessa cosa la settimana scorsa a Genova. Nessun altro campo sarà chiuso. Perché c’è la presunzione tutta italiana (con “italiana” intendo “larga d’interpretazione, utile a salvare chi caca l’oro e a punire chi caca stitico”) che le zuffe fuori dallo stadio, fatte da chi allo stadio sta per andarci, non appartengono allo stadio. Strano. Cioè, e lo dico ai violenti, potete tranquillamente bruciarmi la macchina o riempirmi di cazzotti in petto, basta che poi andate allo stadio. E poi, ultima cosa, se uno lancia un petardo in campo (che dovrebbe essere più pericoloso di una bottiglietta) fate la buona azione di schiaffeggiarlo: vi si leva la squalifica, anzi: non la si contempla affatto l’ipotesi delle porte chiuse. Giacché si sa che la gara a rischio, l’unica in Italia, è Inter-Napoli.
Che faccia di culo che avete!

p.s. Le porte chiuse per la gara col Genoa hanno cancellato la possibilità che l’Italia vedesse quanto festoso può essere il calcio, essendo quella l’unica partita in cui, in maniera ormai anomala, le due tifoserie festeggiano assieme. Bene, bravi, bis.

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Parliamoci chiaro. Questo blog non è un albergo né un giornale. Non è una carta, non è giornaliera né qualcosa da mangiare. Questo blog rappresenta l’offesa della tecnica all’uomo, e viceversa. Non è me, non è il munaciello che vi parla, non è me che vi dico, anche perché voi non esistete che in certe vecchie cartoline. Io e  te non esistiamo e, soprattutto, non coincidiamo. Quindi nel caso in cui tu avessi qualche soddisfazione da chiedermi per cose che ho detto o fatto a te o a qualsiasi tua parente di gradevole aspetto, non hai che da dadà darmi appuntamento domattina all’alba – facciamo alle cinque che prima delle cinque la gallina non fa l’uovo e posso mai duellare a stomaco vuoto? – dietro la chiesa abbattuta e sconsolata. Oppure mi chiedi con urgente violenza di rimuovere, ed io, che so intendere senza mercanteggiare, rimuorrò.

Stesso discorso vale per le immagini, le foto, e soprattutto per le cose che non capisci. E per quelle che non capisco io. Stesso discorso non vale invece per le sparatelle dei commentatori. Quindi altro discorso:



 

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