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'o munaciello


Diario


31 gennaio 2007

Il morbo

                      

Morbosamente sviolinano e poi stuprano le ciociolette che andremo a respirare, manco a ritenersi già dotati d’impianti protonici capaci, e progettati apposta, capaci di maturare dall’acqua ossigeno e, dopo, quando l’acqua sarà finita o pesta, dall’ossigeno acqua. Morbosamente segano le secolari fronde, le magnificenti colonne dei polmoni, e morbosi sciacquano i loro zozzi ani nelle vasche dove il cordone a Venere fu reciso da una brezza. Morbosamente aizzano le brezze insultandogli la corretta mistione di caldo e freddo, poiché s’appellano a sembianze divine misconoscendo la natura fangosa del loro, più che d’altri, cervello. E così morbosamente m’auguro che i loro figli ne raccoglieranno le feci carbonizzate, infestate di vermi nutriti del loro intestino, per poi crepare essi stessi, seppur figli e immacolati, di inspiegabili spasmi alle tempie, e di lento soffocamento, dopo che i denti gli saranno caduti rotti come mucche pazze, o polli avariati, e dopo che le ginocchia gli si saranno rivoltate e sparse fuori asse al pari di un ghiacciaio disciolto, e dopo che il cuore gli si sarà rallentato per allungare ogni istante di supplizio, morbosamente gli auguro una mezza morte, col cervello ancora vigile a riferire alla memoria il buio della bara e il silenzio carico d’umidità della notte nel camposanto, e il ragno che nell’ultimo respiro gli ha sfondato la trachea!




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31 gennaio 2007

Bleucortesia

                                     

Solo una cosa. Non è che il cavaliere prima di quella cena fosse davvero tale quanto a norme cortesi. Ovvero, come slinguazzare la mondanità e non l’intimità della propria donna.
Però, cribbio, la questione poteva essere ris(ci)olta in modo più elegante, più femminile: con un buon bicchierozzo di vino e due pastiglie blu.

Aggiornamento:
vengo or or sapendo che il più nobile fra noi proletari s'immola nella causa della famiglia d'Arcore, a sollevarla, a sollevarsi, a sollevarci tutti da questo baratro emotivo in cui piombammo. Io lo appoggio, nella speranza che presto lo sminchiator cortese lo appoggi bene e al punto giusto: cara Veronica, ora sì che son cazzi.
Boli', o'munaciell' è con te!




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31 gennaio 2007

Monomastico. Un animale ostile con problemi di digestione.

                                   driiin… driiin…

- Pronto?
- Ciro?
- Sì, chi è?
- Sono S­­-----o, auguroni!
- Grazie Save’, come stai?
- Mah, bene e tu? Novità?
- Insomma, niente di che…
- Dai, che mi racconti? Che si dice?
- E che devo raccontarti?
- Niente novità?
- Più o meno, qualcosina, qualcosina di nuovo sempre c’è
- Ah, ecco, mi fa piacere… senti e… oggi che fai? Festeggi?
- Cosa?
- L’onomastico!
- Mannò che palle!
- Ahaha… e vabbè… allora… che dici?
- Senti, Saverio, tu dimmi che devo dirti e te lo dico.
- Ah! Sempre con la stessa capa stai, eh?
- Eh.
- E… e vabbe’, facciamo così, magari ci vediamo in settimana?
- Certo, facciamo così però: ti chiamo io, ok?
- Ok Ciro, stammi bene bello… cia’ cia’ cia’
- Cià

  
                                   driiin driiin…

- Pronto?
- Ciro? Indovina chi sono?
- Chi sei?
- Sono N--o!
- Ciao Nino
- Allora? E’ o no il tuo onomastico oggi?
- Ennò
- Come no? San Ciro è!
- E ma… io festeggio a… San Girolamo Squinzo
- Che dici?
- Essì
- Vabbè… novità?
- Uff, guarda: così tante che dobbiamo vederci per dircele con calma..
- Capisco capisco, ma tu nun te fai mai senti’! E… senti, l’università?

Click.
 
                                       driiin…
 
- Pronto?
- Ciro! Sono A-----a, auguriii.
- Ehm… no deve aver sbagliato numero
- Mi scusi. 

              Driiin driiin driiin driiin driiin driiin driiin….  
     Driiin driiin driiin driiin driiin driiin driiin driiin driiin …. 

 




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30 gennaio 2007

Non si vendono più le indulgenze

              

Si vincono coi bollini. Bene, sì, tutto rientra nel necessario ammodernamento della Chiesa, sì. Bisogna intercettare l’interesse dei ragazzi, sì. Poi dice che gli sforzi per non essere blasfemo e pornografico valgono meno di quelli per sputare la nicotina dal sangue, dice. Io m’arrendo sempre. E arrendendomi mi chiedo cosa ci faccia un ragazzo col rosario di legno o col crocifisso nuovo – eccezion fatta per la ragazzina indemoniata che sappiamo dove si ficca la croce e non senza diletto. Ecco, sarò pure stato un adolescente all’antica, ma a me se mi davi un pallone e un ginn fizz ero disposto pure a mettermi la corona di spine sul capezzolo. Però il mondo va, come brezza di cesso di autogrill, e in questo andare succede che la fede diventi fedeltà, e sia misurabile con appositi bollini che, attenzione, bisogna incollare negli appositi spazi, altrimenti scatta l’eresia. 
Lutero dov’è che solo lui manca? E’ a questo punto che arriva?

 

Ah, come bollini non usate cacchine di pappagalli: non s’attaccano, si ammorbidiscono e perdono consistenza, e il prete mica è scemo? Se ne accorge lui. Altrochè. Di merdine s’esprime la sua esperienza.




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30 gennaio 2007


Niente, questa storia che ho iniziato è un tamburo africano che vibra per sussulti di sangue, e bolle. Uno sguardo iniziale, l’orecchio che trova il suo universo, poi le ho chiesto il nome ma lei, così decisa e sgangherata, m’ha detto “amami come giro, come muovo le ginocchia sotto questa scorza di terra secca, come io sono sempre disposta ad amare qualcuno a caso”, e le ho sfilato il velo dagli occhi e vi sono precipitato, in quel buco. Poi m’ha preso le mani, le ha inzuppate di viola e rosso attinto da un precedente graffio. Ci siamo messi assieme, lei non lo sa, mi sono messo assieme a lei e ininterrottamente mi passa nelle vene. Intacca il sistema nervoso, e mi abbandono al suo profondo respiro fino a che non ne avrò nausea. Lei è questa canzone.




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30 gennaio 2007

Europa

             Il situazionismo paradigmatico del Munaciello

                     

                                                                photo by egignu


Quando la barca va al largo, che ci lascia la scia al culo, e a tutti i bagnanti sorridenti gli si strozza il fresco fresco pettorale in gola perché ritengono la scia una sgommata di puzzetta, e il sole sbatte polmonare fra due costole di nuvole lavandoti il respiro col sudore, e le donne con le natiche fresche fresche si somigliano a cotolette senza limone – datemi
tempo, per lo spruzzo di limone – , e gli ombrelloni si svelano nella loro tonta e apostata permeabilità, e i buchi nelle cabine di sabotaggio corporale, e le susseguenti fustigazioni, e la mistica e l’ascetica, e Santa Teresa che appare all’orizzonte con l’imene umido e la bocca contratta pensando a quanto l’eterno debba durarle dentro (durarle!), e i ghiacciai che si sciolgono in molteplici gusti che tradiscono colori, e fragole e limoni e mente e dice il vero, e i bambini che imitano la voce del venditore di cocco ma senza il lattico nei polpacci, e i baci e i bachi alla luce del sale, e all’ombra un tale che legge Libero, ed un altro che per assentarsi legge un saggio di storia moderna su Carlo V per la terza estate consecutiva, e la fanciulla dalla pelle di rame che si china a riva in cerca di lacci che, scalza, non può proprio avere ma un bel deretano sì, e Adamo che si sente figo per letteratura millenaria e a ciò autorizzata, Edeva che con quel nome congiunto frulla mele da dare a Caino assieme al fiele, e Abele, e Babele, ed Ezechiele e Gabriele, e la stessa identica abusata ripetuta indimenticabile estenuante e pittorica faccia da fesso dello specchio.

O'Munaciell'




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29 gennaio 2007

Bleutanasia

                            

Eutanasia è argomento serio, acuminato e già ben complesso di per sé. Ma qualcosa, un istinto innato, mi dice che se uno morisse per l’ingestione di due pillole di viagra senza aver beneficiato delle loro virtù non si tratterebbe di eutanasia.




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29 gennaio 2007

Macchine per far figli? Ma sei uscito Yanagisawa?

                   

Hakuo Yanagisawa, ministro della sanità giapponese, se n’è uscito alghetta dal sushi per dire, in un discorso più ampio che ovviamente ho utilizzato poco fa al bagno, che le donne sono macchine per far figli. E giù cori femministi faciloni, scrittrici indignate per la parolina macchina. Ma, dio vostro, pure le scrittrici che dovrebbero dimesticare e capirci di parole? Macchine per far figli è un po’ un concetto che a ‘sto poveraccio gli è uscito liscio dalla gola; sarà brusco, è brutto, sicuramente è espressione buzzurra, ma rende o non rende l’idea? Forse è femminista sviolinare e phardare il brufolo per farlo sembrare un tocchetto di zanzara? Forse sì, di quel femminismo che ha l’occhio fisso al pacco del maschio, dimentico della differenza, dimentico della natura che si esprime regina nella muscolatura, nelle ossa, nella testa. Eppure, volendo concedere esistenza senza offesa a queste orde di stregacce – prima desiderose di jeans, ora di pene ma… lì è più dura –, chiamiamo un campione a caso di maschioni e chiediamo loro quanto si sentirebbero offesi se qualcuno, una Bindy a caso, li citasse come macchine per far figli (considerata la necessità che a tal produzione prenda parte pure un cazzo, o no?).
Li vedete già che sorridono, vero? Che s’occhieggiano fra loro come palestrati sotto una doccia? Ve li figurate?

La donna è una macchina per far figli.

Più dell’uomo, ma questo diciamolo a voce bassa che il maschio potrebbe averne a male.

 

Ps: da una dolce figliola m’è stato fatto notare che questo mio parere offende i maschi, che però non si offendono per lo stesso motivo per cui se uno li chiama macchine ne gioiscono. Le ho risposto che il mio parere offende tutti o nessuno, giacchè i due sessi hanno ciascuno un bel livello, medio, di idiozia.




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28 gennaio 2007

I have a dream...


that one day this  nation  will  rise  up  and
live  out  the  true  meaning  
etc..  etc..
                  
                            

                            
(...)





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28 gennaio 2007

riflessione che non vale neanche la pena

Cioè, Berlusconi prima starnutisce che sì, che Fini sì che l’è proprio la personcina che…
Poi dice che no, che il titolo dello starnuto era personale, a dimenticarsi – oh che bizzarro fenomeno è l’oblio del proprio potere: un controsenso, direi – che sempre capo l’è. Però aggiunge che sì, che quasi quasi mi ci sparano un bel primarie pure loro visto il successone, e che a decidere saranno gli elettori. Questa grossa mi pare. De Aglio o non De Aglio grossa mi pare uguale.
In tutto questo mi sorge il dilemma come la pellicina accanto all’unghia quando si mette – insubordinata! – di sghembo e, strusciando sul calzino e, impigliandosi felìn felina, brucia come l’emicrania: ma ndò va l’udc? Ma che niente niente fosse vera la storia del grande fratello endemol?




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28 gennaio 2007

Bobby


Ma allora non era su Bob Marley!

 
Quando ti annoi la poltrona è fustigatrice di vertebre, e inizi la guerra morale per il totale possesso del bracciolo col vicino sconosciuto. Il film è presuntuoso, appunto noioso, stupido, inutile, vinello allungato con aceto allungato con acqua. Dialoghi scontati, ripiegati su loro stessi con l’atteggiamento proprio della buona poesia che qui, s’evince, è assente. Mediocre mediocre mediocre nel riproporre il coro che altrove faceva grande Magnolia ma che in Bobby, nonostante il cast, è un fsssss d’aria e muffa. Se il film corale – che per natura non conquista ma avvolge – è fiacco e i personaggi sono cartoncini bristol è una catastrofe. Mal di schiena. E di gomito pugnante. Troppe cose dette, e di scarso peso, un’adinolfata.
Salvo il finale che, come diceva bene Wolter, va. Ma è facile: c’è la tragedia già pagata dalla storia, e se sbagliava pure quella la merda della figura sarebbe stata più fresca ancora. Salvo i discorsi di Bob, ma ancora più facile. – Salverei Bob se non l’avessero fatto con tanto di mantellina retorica nel film.. che poi (e qui deraglierei a dilungarmi, quindi tiro il freno) che poi è facile scorgere eroi dalle promesse poco prima della morte.. andiamo a vederli con le palle strette dai compromessi, gli eroi – . Salvo la disposizione degli attori. Salvo l’idea di farlo un film così. E salvo il film nella misura in cui m’ha evitato “Manuale D’amore 2 , “James Bond”, “Step Up”, e “Teresella zinna bella”, che avevo a casa in dvd.




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27 gennaio 2007


Oggi non è il giorno della memoria.
E che venga Mastella a spompinarmi il campanello.
Il giorno che la memoria avrà un giorno se ne sarà già andata.




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26 gennaio 2007

Questi terzi giorni!


Cuba
, Castro recupera molto bene.
                                   Anzi, si dice che fra un po' pure il Che...




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25 gennaio 2007

I superpoteri del munaciello. Una storia vera.

La maestra delle elementari, avevo sei o sette anni, disse a mia madre che ero sveglio assai, ma svogliato e sparagnino altrettanto. L’ortopedico, tredici anni, disse a mio padre che avevo la cosiddetta sindrome del contorsionista, cioè che potevo, per costituzione, flettere gli arti oltre la norma. E mentre già mi appalombavo il petto pensando al kamasutra, lo sentii aggiungere che per colpa di ‘sta capacità avrei sofferto di dolori alle giunture. In terza media, prima della scelta delle superiori, il professore d’Italiano disse ai miei che ero intelligente e brillante, ma troppo irrequieto e creativo. Io in classe disegnavo i gol della domenica, ne ricordo uno di Careca con botta sul primo palo mentre convergeva, ma Cavour non lo ricordo. Fammi un gol fammi un gol, diceva Lino, fammi quello di Alemao. Giolitti chi è? A riserva e’ Crippa? Il dentista, già ero al liceo, disse che per la natura della mia saliva non avrei mai sofferto di carie. Però placca sì. E aggiunse che è la placca il pericolo per i denti. Che, insomma, li avrei sempre conservati belli e lucidi, ma che avrei rischiato di perderli all’improvviso per cose alle gengive, più o meno. Terzo liceo, ultimo anno. Che facoltà scelgo? I professori erano un coro che faceva ai miei: “vostro figlio piglierà il massimo alla maturità: è un jolly, può fare qualsiasi cosa voglia, il problema è che potrebbe davvero voler fare qualsiasi cosa”.


Diciamo che sono segnato nel fisico e nella mente dalla stessa imperfetta perfezione. Oggi ho quasi smesso il calcetto per via di una caviglia e di un ginocchio, ho finito le elementari ma sono sparagnino sulla preparazione degli esami universitari: mi annoiano, ripetere e rileggere le stesse cose mi ammazza. Ho finito i gol, e le matite per disegno, quasi subito, ma scrivo da quello stesso subito, o quasi. I denti ce li ho eccellenti e il kamasutra va, però i miei pensano che i professori del liceo avessero ragione. Qualsiasi cosa è quello che voglio essere, sul foglio.

 

Se fossi stato l’uomo ragno avrei sputato ragnatela senza colla. Ma è per la saliva.

O'Munaciell'




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25 gennaio 2007

Io non posso stare fermo con le mani nelle mani


Parte la sperimentazione delle nuove celle.




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24 gennaio 2007

passare

                     

Quando beltà splendea anche oggi, se la modestia è davvero l’ombra di un (d)io infranto. Come pare essere un essere superiore alla frizione del tempo quando s’accartoccia sullo spazio, un crepitar di primule che scavalla le lucciole delle pareti chiuse – e questo sarebbe passare? Ahimè, ridevo e… subito fuggivo dalla nota della risata e dalle fughe di luci alle pareti, alle soffitte, di cento tinte e una in più, come se l’occhio ebbro di qualche malattia divina potesse in verità trapassarmi il petto, e nudarmi robusto. Il bianco mi dona. Il bianco sul nero mi taglia la gola. E’ il mio sangue che cercavate, lucciole?
Passare dalla scarpinata del cuore alla ventosità dell’armonia. E’ stata una discesa, l’infrazione di un io sgattaiolato dal suo tegumento. Eppure, nel passo tragico e claudico del cuore, potevamo scorgere, noi esuli, il megafonico brusio del sesso, e giunto ad esso un giunco di misure assolute. Sarebbe questo… passare. Sarebbe questo statuto boemo e fragile e spettrale, la malinconia di spargere sul corpo ancora caldo le ceneri dello stesso corpo, morto, passato.




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24 gennaio 2007


        

Aenigmistica qui, aeh!




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24 gennaio 2007

Ecco la pietra sulla pensione

                                 

[Da quando c’ho ‘sto bambinello portatile e fedele quanto solo un bambinello sa esserlo, accucciandomelo sulle cosce come il di prima bambinello, queste dita trovano immediato e repentino sfogo sicchè – come chi passa di qua se ne sarà avveduto – la varietà di quisquigliacce che depongo a lorsignori e a me, lord di mille contee inesistenti, s’è chinata a dirupo, considerando il fatto… ma schizza in alto a nuvole e neve se si considera il quanto sto fatto.]

 

Mi sedevo e gli aprivo la pancia tutto incentrato sulla vicenda dello slittamento della soglia pensionistica e – non che la cosa attualmente mi tocchi affatto, mapperò… – intendevo contenere la questione in argomentazioni serie. Ma. Il portatile mi rilassa, al momento sto steso, e arriva la divagazione, dietro l’angolo, da, la divagazione. E quando costei piomba non c’è granchè da fare o da resisterle perché ha una vitalità incomparabile, schietta, fulminea, che dice più o meno* così:

Cosa certa è che la pensione non l’avrò, non tanto per la soglia che avanza, quanto per le riforme universitarie alla base della torre, che servono a parcheggiare: hai mai acchiappato un bel pensiero, che scappa, mentre tu sei ubriaco, e quindi trattenuto? No. Ecco – ma qui ho discorso facile. Ok allora, lo ammetto, siete stati bravi e avete vinto. La vedete la mutanda bianca? Abbiate la cortesia di prenderla a bandiera… perché, sì, m’arrendo. No pensione. M’arrangerò. Inventerò qualcosa. Andrò alla mensa dei poveri. Andrò a godere della carità cristiana per qualche abito in parrocchia, e chissà che non mi converta al verbo dei pagliacci come tanti altri prima di me, in punto di morte loro, in punto di fame io: una retta è fatta di punti vicini e lontani, né più né meno di iddio e quasi quanto il miraggio della vecchiaia con pensione. Orbene, certificata la mia onorabilità, andiamo al sodo. Sodo, appunto. M’impegno con la mano sulla palla a non portar spese, a non pisciarmi addosso (insomma, m’impegno eh), comunque a non sporcare, a non lamentarmi, ad essere meno nervoso di oggi, meno ansioso, a ricordare o imparare certe buone maniere, e a dimenticare la… cos’era? pensione? cos’è?
Ma una cosa una ve la chiedo: un giocattolino di quelli di sopra sì? E che vada a pile, non a vita.
Sennò la foto che cazzo c’azzeccava. Eh?

 

 

*: “più o meno” perché riafferrare, per scrivere, la divagazione è un po’ arrestarla, un po’ tradirne lo slancio, dunque ciò che segue ne è la ricostruzione sommaria.

 




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23 gennaio 2007

telefono casa, nemico!

                    

Io non capisco perché quando il telefono squilla e non rispondo, poi continua a squillare. M’immagino una faccina annebbiata dalla smania, all’altro capo, che tasta e ritasta i pulsantini con pagliuzze di bava che si sedimentano ai lati della bocca, bolle bianche.
Io non rispondo. Lui squilla. La faccina di chi chiama mi tormenta. Ricompone il numero perché pensa che non sia possibile che la tecnica fallisca. Deve esserci un problema, azzarda, un accavallamento di linee, azzarda spingendosi nelle giustificazioni per fede. Io non rispondo perché adesso ho voglia di cazzi miei: possibile che quest’epoca non tolleri questa cortesia? Possibile che - ecco: risquilla - la rassegnazione all’assenza di un rifiuto non possa essere concepita almeno come ombra di rifiuto da chi batte i tasti in domanda d’una, con ogni probabilità, scipitissima conversazione? O una ricerca di tempo perso con affanno? Il telefono è una creatura ansiogena, un mostro. Il telefono. Infonde sicurezza a chi non ha cazzi propri da curare, cazzi propri che non siano non sciolti da quelli degli altri. Io ne ho di pensieri e non posso mica consolare chi non ne ha per sé?

                                                
C’è poi da sapersi che qui è maltempo, e che i fulmini corrono sui fili come le scipite conversazioni. Ecco, questo mi dà speranza, questo m’induce a credere che, massì, una scarica e magari non squilla più.
Ora la faccina è paonazza, e le biglie di bava si cuociono come la panna, s’addensano attorno alla lingua secca. Sembra un gelato.




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23 gennaio 2007

Una donna

 « Ehhm! Ehhm! andiamo oggi a considerare la figura dell’amata nell’opera maestra di Brooks e Wilder. Elizabeth è donna di abbondante fascino e armoniose fattezze, indurita da una sorta di cipiglio già sciolto mentre si lascia investire da tiepidissime zaffate ormonali che germinano nell’aria come da buchi neri. Levigata, appare, sorpresa senza difesa dalla setosa luce di un amore antico e letterario, amore antologia di topoi di più e diverse epoche e sensibilità. Elizabeth è donna complessa nel suo non essere donna verista – ma, chiediamocelo: avrebbe davvero potuto esserlo? – e complicata dalla costretta convivenza di stilemi apparentemente incompatibili. Nonostante ciò la squisita mano – non ancora inebetita dalla grettezza di idee che col tempo coglie l’inventore – di Brooks s’accora con pregevoli esiti a tessere un soffice schermo di comicità sottile, che, appunto, spicca costrutti letterari come frutti maturi al giusto grado, e li distorce con mosse nette. L’amata/amante è dunque pronta ad ardere di archetipizzati focolari romantici dal vigore inaudito sì da lambire la scabrezza, tuttavia le sue parole di donna affrancata ed evocativa hanno immediatamente a scontrarsi con quella fastidiosa, eppure universalmente riconosciuta, aureola di purezza e idealità che sovente ha serbato quieto il sonno del maschio e – allo stesso e, ahimè, funesto tempo – sprangato la sana bramosia erotica della femmina. E’ così una donna dimezzata, la Elizabeth. Oppure ella, nella capace dissimulazione di una virtù che riconosce non-vera, tale appare con coscienza. Di fatti, che sia maschera o reale sua pelle, nell’esatto momento in cui s’imbatte nell’abnorme – cioè nella sovversione del più fondamentale principio della nostra esperienza: l’impossibilità della rianimazione di tessuti morti – ella diviene vittima della sua istintiva reazione/rivoluzione al dogma “donna è passione (passione intesa come passività, passività intesa come accoglienza di attività altra in uno stato d’assenza di soggettività dovuto a soffocamento sforzato). Ed ecco che lì, su di un fortunoso giaciglio in paglia, Elizabeth concede il galardòn (premio) al piccolo suo figliastro Frankenstein Junior ».

O'Munaciell'




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22 gennaio 2007

Quando non è mai troppo tardi


            ecco!




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22 gennaio 2007

Nome garante


C’è ‘sta troia che piscia merda dalla sua sorca pustolosa:
deve  aver  pigliato  qualche arnese  troppo più  grosso e
lurido  della  sua stessa fottuta  voglia  di  cazzo, la troia!!




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21 gennaio 2007

(dedicato al semplice)

                                    

Anch’io vorrei essere semplice. Anch’io vorrei sentirmi sollevato e volabile dall’ottuso sbattere il grugno nella sabbia. La sabbia è fradicia per sua natura ma non per questo è meno splendida del marmo. Sbaglio pure, sì, io. Chi non dice sì dopo aver riconosciuto l’errore? Ma chi, piuttosto, il grugno se lo vuole sbullonare fino a dimenticare l’articolazione del no? Del passo indietro?
Talvolta mi arrocco su sponde di promontori, picchi di fiordi, e, scrutando dall’alto e da lontano quella culla fra i due fiumi dove si scissero le lingue, mi viene l’idea celeste di farmi i cazzi miei, di non insegnare il dieci a chi non sa del cinque, del sei, del sette.
Ma è il mondo in cui vivo ad essere presuntuoso e unto. E il dio che vuole far da tetto ha le mammelle mosce, l’alito di piombo, e parla per bocca di animali che non conoscono il primo – e ultimo – antro; di animali che rinnegano l’unico oppio per la morte il sesso, e osannano la morte trovandogli nelle budella tumori di tre giorni bugiardi. Dopodomani c’è la vita eterna, fanno, così oggi muoio che è bello.




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20 gennaio 2007

New York Stories

                        

Pigli tre con palle e vediamo cosa ne esce. Tre episodi. Lezioni di vero di Martin Scorsese, La vita senza Zoe di Francis Ford Coppola, Edipo relitto di Woody Allen. Tre con palle, vero? Ebbene, non me lo sarei mai aspettato ma Scorsese li scamazza agli altri. Distrugge.
Coppola fa una storiella puerile che fa cacare, con bimba di melassa e di bontà, e genitori separati e poi ricchi e poi poveri: tre palle non due. Allen si butta sulle sue solite fisime: così la mamma di un povero cristo sparisce e riappare gigante in cielo (questo si fa apprezzare) a tormentare il figlio. Carino quello di Woody, ma prevedibile tranne un paio di genialate che, comunque, in canna ci stanno.
Scorsese invece è enorme. Non credo abbia fatto miglior cosa di questa. La storia d’amore (amore?) fra un pittore erotomane e una sua allieva, tutto corporeo con colori spiattellati e musica che ci accompagna sotto la corteccia dell’artista, nelle sue verità e soprattutto nelle sue bugie. Ah, il pittore lo fa Nick Nolte, trasandato e sudicio un po’ alla Big Lebowski. Ebbene, la bugìa, il vero che per farsi necessita del falso, mentre tutt’attorno all’artista la vita avanza incomprensibile quando per sedare tutto basterebbe, agli occhi puri del pittore, un “ma io ti amo”. Solo che, appunto, è la frase la verità, non ciò che la muove. Né più né meno di tutto ciò che riguarda uno che inventa cose vere da cose false. Straordinario!
Guardatevi solo il primo episodio, poi a nanna. Magari il giorno dopo saltate al terzo, quello di Allen… ma state alla larga da Coppola.




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19 gennaio 2007

Fires of stratagem

Ovvero: “Fuochi d’artificio” (titolo marcozziano)


         

                          Boom!                     Boom!

 

                    Boom!                

 

                                                        Boom!

                                                                                            Boom!

            Boom!

                                                       Boom!

                             Boom!

        




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19 gennaio 2007

Mike Bongiorno ha toppato!


Ciò che a Genova si chiama gelosia a Napoli si chiama disagio sociale.
L’unità linguistica è ancora un miraggio.

 




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19 gennaio 2007

Meglio se m'imparavo zappatore. Io poi.


                                  

Qualche estate fa, per farmi un gruzzoletto e un po’ di talleri da spendere in un viaggio nel nord della terra degli slavi del sud, mi ripescai in una fossa di terra da cui sarebbe sfogata una piscina. Anche col mio aiuto manovale, sfogata. Tornare quotidianamente in quel buco e scoprirlo, giorno via l’altro, d’una sementa più vicino all’idea finale che ne aveva il capomastro era tutt’assieme pungolo e ovatta per coscienza insubordinata, non tanto per la produzione visibile alla collettività (capomastro, operai e proprietario della villa), quanto per la materialità dell’atto e delle capacità e, non ultimo, del tempo giaciuto sotto al sole di luglio senza riparo ma solo ferrarelle tiepida, e caffè a orari bloccati.
Per la virtualità (e non mi riferisco a questa sede) che marchia a fuoco la vita che ho scelto e che mi ha scelto – e che sembra darmi un bel nulla, ma un nulla merlettato e oleoso a merda – m’accorgo che una sola verità si interpone fra me e la mia soddisfazione: il corpo dell’appagamento non esiste, e se esiste i miei occhi sono già bruciati da non vederlo, e le mani… non ho mani. Sì, la parola di qualcuno, il complimento di qualche altro, e per necessità un delirio soggettivo ed egoista che striscia serpe sotto la pianta del mio piedone, e che segna il bilico della salute mentale.
Per questo, però, non mi perdo mai il Grande Fratello. Perché la tivvù s’ingegna, talvolta, a trovare il modo di farmi avvertire fisicamente ciò che fisico non è: la straordinaria qualità del mio cervello. Il Grande Fratello mi rende sublime e ultraterreno.




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18 gennaio 2007

Geroge W. Bush, un uomo del munaciello

SOLUZIONE AL POST DI SOTTO

Selezionare integralmente il testo “Gorge W. Bush, un uomo” (è facile, è quello proprio sotto a questo) e leggere con attenzione e a voce alta, se possibile con testimoni nei paraggi, la prima e l’ultima frase. Ora, alla luce della recente scoperta, rileggere tutto il post o mandarmi affanculo.

 

IL RETROSCENA

Sì, uno scherzo munaciello. Ma c’è dell’altro che va snodato. Ho in mente ‘sto tiraccio, no? mi siedo davanti allo schermo vuoto con due linee in testa, due linee da sviluppare in quest’ordine: 1) giustificazione filosofica, chiaramente esasperata, con breve ed estremo excursus storico; 2) analisetta della personalità di Bush del tutto sommaria e priva di fondamento, ancora indeciso se andarlo a scusare sul piano personale o politico… chiaramente – : è da me – scelgo un po’ e un po’, lasciando maggior luce al piano personale.
Quindi, mi metto. E inizio. Porca puttana, succede un fatto strano: succede che inizio a convincermi man mano, succede che le argomentazioni mi coinvolgono e che, porca puttana, c’è una parte di me che certe cose davvero le pensa, e le difenderebbe – voglio esagerare – pure davanti a Guariniello! Il discorso sulla guida lo firmo e rifirmo. Poi, tranne per Alessandro Magno, che è ben fatto così coi suoi straordinari difetti, sugli altri quasi quasi mi confermo, ovviamente mi provoco, provoco il mio buon senso, ma cazzo se sono vero!
Per quanto riguarda Bush m’è scappato via ‘sto personaggio fanciullesco che naviga a tentoni fra l’ebete e il coglione, indeciso – come in effetti dovette essere – fra il farsi i cacchi suoi ‘mericani, e il dipingersi divino giustiziere di giustizie univoche. Beh, il personaggio è mio e gli ho voluto bene nel lasso che m’è uscito, poi basta.
Eppure eppure, sottile e magnetico come un rumore notturno, mezzo ascoltato e mezzo sognato, mi viene da riprendere l’idea che un pizzo di me le pensi quelle cose. E mi viene doveroso nei miei riguardi riconsiderare, quindi, tutta l’idea che ho della parodia e dell’ironia senza tirare in ballo la teoria della comicità di Freund… e mi viene da sorprendermi sempre più di quanto sia dittatrice la scrittura e debole io ai suoi piedi da venere sapiente… e incapace io di trattarla da strumento… e poco diabolico io per asservirmene lasciando me in disparte… e cultore e suddito io della sua magnificenza metafisica.
E quanto mi pare giusto, e provato, e quanto mi pare bello che – come disse un tale – dove finiscano le mie dita debba in qualche modo incominciare una… tastiera?




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17 gennaio 2007

George W. Bush, un uomo.

                

 Quanto segue è una bufala di quelle grosse.
Al cospetto con la storia ogni uomo si macchia di quel flusso imponente, impetuoso, che questa rappresenta. Al cospetto con la storia è raro che l’uomo resti se stesso, confinato entro la sua breve poltiglia di molecole e di energia, così come è assai probabile che sospenda l’individualità che lo recinge per dissolversi in un corpo più ampio, e riaffiorare da guida. La guida. La guida è solo il primo alito di una bufera, ma da essa, quel primo alito, è fatalmente sospinto.
Alessandro ha sullo scudo della storia la comoda scusante del mito fattogli su misura. Ma era, in fondo, uno stolto privo della più elementare cognizione dei propri limiti e del concetto di corruttibilità temporale. In sostanza uno, poi osannato, che ignorava che esistesse il tempo. Balordo. Hitler e Mussolini, non fossero stati ottusamente ingordi, li ricorderemmo come formidabili statisti in grado di far dieci metri col balzo d’un solo passo. Kennedy, tanto amato e lustrato esempio di correttezza democratica cattolica e irlandese (analcolica) si ottenebrò di prospere sottane, e chissà in quale losca storia si ficcò per essere fucilato nella gita in Texas. Moro, che ci leva la lacrimuccia solo perché qualche criminale non sapeva che altro fare in quel periodo, è stato il primo passo verso l’impastricciata mistione di direzioni, di scelte, di correnti odierna.
Adesso è facile, troppo facile, prendersela con Bush. Un uomo insicuro che ha lottato e sudato per una vita intera nell’affannosa rincorsa delle facili glorie paterne, buttato per decenni in una maschera di teatrale americanità del sud, molto, troppo cowboy per la sua gentilezza d’animo. Problemi con l’alcool in gioventù come estremo rifugio contro il cumulo di responsabilità cui sapeva di andare incontro, e sotto il cui peso avrebbe dovuto modificare le sue parole, i suoi gesti, il suo debole, indeciso, cuore! Ma guardiamoci in faccia: quale guida potremmo prendere dalla storia con la certezza assoluta che al posto di Bush avrebbe agito in modo più corretto o conveniente? Dimentichiamo l’onta che ha dovuto subire il suo paese, e che egli – e non altri – ha dovuto lavare col linguaggio che la nazione/bufera agitava? Poi l’occupazione, scaturita inevitabilmente dalle grosse voci di chi l’america la fa coi soldi, all’ombra dei palazzi. Un uomo. Un uomo può anche essere debole. Può anche, per amor di quei forti valori in cui ha fede (e famiglia, e Dio, etc…), scegliere di farsi consigliare da chi egli vede come incarnazione di matura saggezza. E un uomo, infine, può anche sbagliare.
Ma che vada presto affanculo.




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17 gennaio 2007

Toh, che avvenente madonnina!

                             

Che gelida manina, me la lasci spezzulia’, la tratto come l’aletta del pollastro valle spurga il cesso cessaiuo’! O mia bella Madunina che te brillet de luntan, fra la nebbia rosellina mi mi parsi un’aquilina, era un naso che era un naso, giù per terra esplode un vaso: è la nebbia porcellina che mi china la manina.

 

Cossicchè spiccai il volo dalla piatta forma del popò seduto e confatto a necessità al marmo del monte di Napoleòn, fra gli incartamenti doviziosi di danaro e di escrementi d’oro milanini. Ma, porco cappio!, giurerei che c’era un sapore nuovo nella nebbia, un sapore di trebbia appena cotta, con cipolla ridentina acattolica sebbene tutt’un pezzo di sagacia fatta farina. Gialla, e zafferana di bontà, caratterizzata da un tannino sventrato, e con unghiette belle lunghe che acchiappavano a destra e a manca tutte le facezie – e non – e le plasmavano per farne statue di sculture colorite di clorite. Una musica che… che m’arricurdava Napule, ma luntana, e cheta cheta comm’ a ‘na rusella addurata ai primi e’maggio, cuanno a guagliuncella nun te vo’ parla’. Ma finge, la ragazzina… insomma ‘na chiammata e’Napule. ‘Nu zampillo di commozione, e all’intrasatto in quel volo bigio, volo da pollo, volo da solo, mi si palesava uno scroto d’oro in cielo. Dapprima me ne meravigliai con meraviglia, dopo con scintilla, dopo ero già infuocato dalle risa perché…
sul tetto della icchiesa fatta a duomo con manina
si levava un uccelìn
che da lontan, dal basso, lo chiamavan madunina,
ma che invece era Egìn'!


O’Munaciell’




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Parliamoci chiaro. Questo blog non è un albergo né un giornale. Non è una carta, non è giornaliera né qualcosa da mangiare. Questo blog rappresenta l’offesa della tecnica all’uomo, e viceversa. Non è me, non è il munaciello che vi parla, non è me che vi dico, anche perché voi non esistete che in certe vecchie cartoline. Io e  te non esistiamo e, soprattutto, non coincidiamo. Quindi nel caso in cui tu avessi qualche soddisfazione da chiedermi per cose che ho detto o fatto a te o a qualsiasi tua parente di gradevole aspetto, non hai che da dadà darmi appuntamento domattina all’alba – facciamo alle cinque che prima delle cinque la gallina non fa l’uovo e posso mai duellare a stomaco vuoto? – dietro la chiesa abbattuta e sconsolata. Oppure mi chiedi con urgente violenza di rimuovere, ed io, che so intendere senza mercanteggiare, rimuorrò.

Stesso discorso vale per le immagini, le foto, e soprattutto per le cose che non capisci. E per quelle che non capisco io. Stesso discorso non vale invece per le sparatelle dei commentatori. Quindi altro discorso:



 

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