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'o munaciello


Diario


29 settembre 2006

Notte bianca

                                         

Potrei limitarmi a scrivere solo che, viversi una città non è scorrazzargli nelle budella, nemmeno abbagliarsi alle luci e alle musiche house dei negozi aperti oltre orario, nemmeno sorbirsi spintonate per un po’ d’elemosina rappresentata di qualche pseudo-artista che ha levato milioni per una sillaba o poco più. No. Potrei limitarmi a invitare a catturare, un istante, l’odore del vicolo che sale come un affluente capovolto, un arco nascosto nell’ombra con un orologio segreto e antico, un taglio di luce solare che fende, preciso l’attimo, una cordigliera di case ammattite sul colle. Pigro, fermati qua. Curioso, vai oltre.

Ormai tocca ovunque, la manaccia nera della notte bianca. E’ un appuntamento fisso, come quei vecchi professori che di notte scolavano lo stipendio nei ventri delle ripudiate diurne. Quando è toccata a Roma Arrabbiato l’ha tinta così: ci sposteresti una virgola? Una cupola? Domani tocca a Napoli, per la seconda volta nella storia, come se poi le altre 364 notti dell’anno possano ritenersi nere. Al massimo d’omocroma cronaca, non certo di sonno se gli scugnizzi ti giocano a calcio fino alle tre – non potendo di giorno smembrare le bancarelle dei neri e dei vecchi pulcinella napulitan. Allora bene. Infiliamo la paletta e apriamole le big lips, alla partenope bella, sventriamola: guarda, un po’ più avanti dovrebbe esserci l’utero, ficcagli un palco e un milione di suini che sudano e sporcano: tanto è bianca, notte bianca, che si direbbe di verginella ben prima che gli si ficchi il palco: altrimenti che bianco è? Bianco postatomico? Nel mio immaginario la fine del mondo coincideva con l’eruzione del Vesuvio (prova tu, bambino, a svegliarti sempre alla sua ombra!), eppure Lui, il sommo monte, m’ha infine convinto: ci credo alla sua natura … diciamo … esuberante. E’amico, fratello, ne conosci le virtù e ne temi i vizi: così la vera apocalisse l’ho sempre immaginata, in vece, come fiumana di gente sudata che vaga senza meta né cervello giusto per non stare ferma. Un vicolo con folla alla gola, Corso Umberto I con un pulmànn che esplode di puzzo organico, una, due, tre piazze che saltellano senza goduria invidiando coloro che stanno a metà fra una piazza e l’altra perché facilitati nello spostarvisi, dall’una all’altra. La folla precaria e insoddisfatta è un genocidio, cioè l’uccisione di un genere, l’uccisione dell’uomo che è cresciuto grazie alla sua capacità si sedersi sotto all’albero nell’attesa di una mela, rossa, non bianca. Quindi grazie, grazie ai capostipiti di quest’ubriacata di danaro e sudore, grazie all’amministrazione romana che la sperimentò, e grazie a tutte le altre che hanno – è capitale – seguito l’orme – che schiava di Roma Iddio la creò. Grazie se in vacanza, Abruzzo tuttomare, mi hai inseguito tu, notte bianca di San Benedetto – eh? San Benedetto? che bisogno c’è di fare la notte bianca in una città, di villeggiatura, dove comunque si torna a dormire alle cinque? – ; grazie se mi hai sfiorato, notte bianca, sui monti lucani – di preciso a Villa D’Agri la scorsa settimana. Io non me ne filerò nel Cilento come l’anno scorso: mi metterò dall’alto, a vedere come si munge una splendida troia fingendola bianca vergine, a udire come grugnisce il porco mentre il denaro glie lo mandano endovena, bianco.

 O'Munaciell




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29 settembre 2006

blowjob

                                                  

Un duè trè, sigla: “Blow-joooob!”
Immagina il rullo di tamburo. Di nuovo l’urlo “Blow-joooob!!” con sfregamento di chitarra elettrica di compagna: “fleau-fleaaaauur”! S’apre il sipario, nero, infralluccicato di stelle e puntini di polvere brillante, stelle uguali… blow-joooob! Adesso la fisarmonica s’arrampica, come suole, per quelle chiocciole che circondano invisibili le tempie di chi ascolta: “blow-jooob!”. Dal sipario esce la sinfonica scritta : televisione italiana, - sottotitolo: - dove si può oltre la carta igienica.
Ora, concentrati, scomodiamo gli occhioni di Alex, nel cinema correttivo del vecchio Stanley: ecco, falli tuoi (ndr: cazzi tuoi): una raffica di vento e sputo accompagna quel vortice di inventiva che è l’odierna televisione ricca, quella che move i quatrini, e, ancora, blowjoooob!! Venti coglioni s’appendono al pozzo  venti sgualdrine svendono pacche venti cinghiali gli scoppia l’uccello venti cazzoni si fregano i palmi venti realiti fanno una sega venti seghe fanno una vespa venti diarree di amici a Maria venti circensi pedalano piscio venti santoni si sputano in cielo venti santori con venti clonati venti tiggì che m’invitano a nozze venti tiggì che mi invitano a morte: ora, fiato tirato, ssh! gigantesco blowjooob!!
Entra Pupo, di soppiatto, vuol cantare, vuol puntare, vuol giocare, vuol donare, soldi, quatrini, vuol sbottonare l’impalcatura della D’Urso, svelare San Gennaro che le regge l’ovatta, vuole scavare fra i capelli di Alba, Parietti, per trovare quale ragione muove una muffa, la muove ad ammuffirsi le calze. Blow-job, misuro la distanza dallo sbocco della fogna: venticentimetridipiomboèuntubochel’auguro. Catodico è una promessa non mantenuta, indigesta, direi. Piombo rende meglio il realismo della mancanza di realtà in ciò che pure, dalla realtà, troverebbe forza e colore se solo l’elettricità dell’immagine fosse accompagnata dall’elettricità appuntabile a un qualunque elettroencefalogramma – muto – di un vertice di blow-job. Faccio l’elenco: datemi un canale con tanto di troupe, datemi mezza giornata almeno, due ore pure mi consolerebbero: datemi due ore su un canale nazionalberlusconiano o nazionalpopolaravverso, che sia! Due ore che siano due, e altrettante a chi quaggiù leggo, a chi tengo linkato di fianco e a chi metto a preferire, ai cervelli che brulicano più del silente sottobosco di chi la bella faccia la pone di traverso alla camera: blow-job!!!
E non mi si racconti della vecchia favola del telecomando: cappuccetto rosso, se dio è morto, s’è fatta mettere l’uccello per battere con accento portoghese: double blow shemale job!! I pulsanti, checché ne dicano gli autori della plastica, sono interscambiabili, zanzare in sequenza sanpietroburghese. Da parata a parata cambia solo la densità della fece, ma si sa, è questione d’acqua ingerita, disse il cacologo. Blow-job, rispose la tivvù.

 
Ce n’è di spreco su sta terra con queste croci che sono pali. Poi si lamentano per un semplice, sfigato, noioso nazareno.

 

 
O’Munaciell




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28 settembre 2006


Canto al Calibano


 

La scintilla, lo spazio
l’apre

 
margherite gravide
oltre il peso dell’arpa
oltre

 
chiosa di tabacco
come pece in gola
ingoio
fiele di Babele

 
con una pausa che
tende – cappello d’aurora
alla litanica fronda
ch’è morte

 
---------------

 

 
ogni scudo
schiude
rododendri scalzi e d’altura
pizzi di sciabole,
 
bolle d’emasi ha in me
l’iride
soliloquio
che la torre calpesta
dritto all’astro
 
Il Grande, intese ventri
fin nei solchi cinti del gelo
 
serrando – emasi
di spirito d’arsura
 
e fu il fuoco
 
---------------
 
 
Croce al limitar di me
quando fui sunto
caprino e nudo
 
le ciocche scoppiano nelle dita
così è del cranio la radice
che umile
e ottima
beve il sogno mio
d’energica verganza.




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27 settembre 2006

Auguri al mio pene

                                                                       

Domani il mio pene compie nove anni di attività sociale (volendo omettere quella solitaria). E’ stato un fiero compagno d’esplorazione, un solidale amico delle notti insonni, un inguaribile tiranno delle nebbie. Tante battaglie ha vinto, un paio – è frase da macho del nuovo millennio, modesto ma fermo – le ha perse in quell’espressione francese che suona defaianz, ma… non posso lamentarmi. A lui rivolgo un grazie e un augurio di buon proseguimento: per gli abbracci lascio fare a voi.

 

 

 

 

Liberamente ispirato…




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27 settembre 2006

BACK

                                                              

Sono tornato. Nel frattempo il mondo è cambiato. L’austriaca rapita e segregata se n’andava finanche a sciare (io sono 26 anni che non ci vado, dalla nascita direi), e forse la mamma della rapita di sopra, a dire di testimonianze poco precisate ma attendibili proprio in quanto poco, se l’era intesa col rapitor suicida; Moggi torna alla carica schivando le brillanterie di Mentana; l’Italia finalmente s’interroga sull’eutanasia e ne escono di frottole irriguardose da questa merdaccia di paese in cui la legge è una palla, e il piede del sofferente lo necessita per legittimare il suo potere: non serve la legge all’uomo? O l’uomo ne è servitore vogatore in un bastione diretto a oltre le colonne del fusto?

Nel paesino montano in cui sono stato vige ancora un baratto di cortesia: al confronto lo stillicidio di buone false maniere e di miniere in esaurimento di questa -a dir loro- civiltà m’è parso sconcio e malato. La malattia fa progredire l’uomo, lo evolve nelle sue celate catene di sostanza: ma applicata alla collettività è una peste sorda. Bisogna risvegliare il singolo, ridargli fiato e tromba.




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18 settembre 2006

mezzo mezzo è un quarto?

Stasera m’avvinghio a un pc estraneo, giusto un momento, dai, un attimo.

Il papa a quanto pare s’è infuocato, di lì i comandamenti – no? – eppure bene, bene che finalmente chiami le cose col loro nome, senza pudor di mantellina, e che le chiami col suo codice, finalmente! Almeno ora è chiaro, più che ’l suo sacco di malefatte- politicamente ottuse, più che scorrette - , il madornale sbaglio di chi l’elesse: dico, proprio ora che quelli vogliono lo scontro noi gli diamo il portabandiera dello stesso? Mezzo mezzo è un quarto? Ma questo è un discorso lungo, che senza le mie armi e i tasselli da pigiare non posso né voglio affrontare. Insomma, saluto tutti nell’attesa che qualche patatruncolo m’acconci - voglia l’anima sua essermi buona al meglio del possibile - il computer, e parto per i boschi lucani, a prender funghi a prender rami.

Vorrei ma non posso, fidarmi del mezzo. Buon’ ora.




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18 settembre 2006

HERO

                                                                 

Epos dal caleidoscopio, spugnoso come il raccontare, e atavico quanto una caverna che dispiega, alle pareti, le ovaie di un popolo, di una land. Di rado le mie pupille hanno fatto l’amore con tanta bellezza di fronte a uno schermo, bellezza semplice. Una goccia o una rosa, o una lama di silicio. Io ho posseduto la vita nell’attimo in cui si specchia - il lago è d’argento - e si scopre ancora una volta inesorabilmente più bella della morte.




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15 settembre 2006




Me lo chiedo. Ma è per il cognome? Per abitudine?





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13 settembre 2006

Luttuoso

Ieri pomeriggio, alle diciotto e quattordici, è morto il mio pc. Non ha sofferto, mi consola questo. Eppure da qualche tempo mi mugolava nelle notti di luna piena, e starnutiva scintille dall’ombelico. S’è spento dopo avvertimento della Microsoft, tipo che m’hanno sgamato. Con lui ho perso qualche fettina di un romanzo rimasto appeso, un imprecisato numero di bachi di poesia, e una manciata di bruchi di post da inserire… è spiacevole la sensazione della polvere che ti scappa via da sotto ai piedi. S’attendono, adesso, le preziose cure, almeno a farmelo rinascere anno zero. Nel frattempo vi chiedo di starmi vicino, solidali, amici. A dopo.




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12 settembre 2006

Trattato della virgola trattata bene

 

Si può farlo per un fine. Per una causa. Oppure anche causati da una cosa (volgare fratello dell’ oggetto tribunale). Si può scrivere per impellenza, per malattia. Per terapia. Per urto o anche per urtare. Questa è la premessa. Quanto segue non ne è il seguito, non di necessità.

La faccenda delle virgole, dei puntini, di quel marasma ordinatissimo – per anzianità d’opinione – di segnetti che fa lo stormo alle parole, mi preme oggi, come sulla tazza preme il retrocoscia. Riacchiappo un po’ quella premessa troppo in fretta scoglionata per dire che, chiaramente, se scrivo per un fine, e questo fine ha d’obbligo la perfetta intesa logico grammaticale, quei segnetti seguiranno a stuolo il bel ginepraio di cristallo che i patres della mia lingua col ciglio arcuato freddarono, eternarono. Utilizzo il codice. Altrettanto chiaramente, però, se col fine che perseguo non c’azzecca la sequenza di luci ed ombre simmetriche, cui lavora la punteggiatura, poco mi tocca quello che i vecchi stabilirono – sempre con lo stesso macabro ciglio. Per inciso, trovo che quanto viene fuori da quel bislacco tappetino ch’è la politica sia a sufficienza inutile a meno che non trovi naturale e spontanea applicazione all’esterno della politica stessa, madre troia in svendita. L’inciso senza “in” serve solo a disciplinare la mia coscienza anarchica, sulla foglia bianca.

Ora vado al punto. La virgola, questa morbida chioma di fata, morgana, questa reginetta senza fiori che con le sue carezze detta il tempo alla copulazione dei sensi, e del senso, questa impertinente lolita negra, vogliamo lasciarla in pace? Anche un bambino sa adoperare l’ombra della corretta virgola nel flusso del fiume, il mulinello che può essere trascurato. Solo un bambino, per di più, afferra piattello al volo il gradino pari che la lolita concede nell’elencazione. Il punto, in cambio, è una cosa seria. A capo poi non te lo dico, i soldatini insegnano. Siamo onesti: col punto a giocarci ci vogliono, al momento, dimensioni testicolari che non posso sfoggiare. Non per questo minimizzo la virgola, che è una dama, e che sto trattando coi contropetali sul velluto dei miei guanti. E’ una dama, necessaria ad una comunicazione floreale, ma è in quello che, nell’uso, le si vuol far comunicare che trovo un verme: ancora voi volete una befana che conosce solo una dimensione? Di preciso, la lunghezza della scopa? Io voglio una dama che all’alzata di sottana mi rapisca come un quarzo, coi riflessi inspiegabili del colore fresco. Questo scritto vale per la virgola ma mira alla semantica: “il vocabolo è mia proprietà e mia virtù – dice quest’attimo – ed ha l’addome dolce e malleato del materasso su cui fotto”.

La virgola è uno spunto, eppure, da dopo il 5 maggio delle elementari, tutto è già chiaro. I patres del fluire armonioso stiano quieti nelle loro lapidi d’alloro, morti sono. Le loro parole, crudele ma vero, appese alla prossima trovata pubblicitaria, o alla bontà di un paio di lenti. Quindi. Il domani è mio, almeno il dopo-domani. E, dicono quelli che sanno le misure della dimensione umana, “se Colombo non avesse osato contro il piatto!” “E lo stesso Galileo!” “E se Cristo non avesse osato col mattone del sepolcro!” No, questo non lo dicono: ma lo pensano. In sostanza, seppure tremila volte su tremilauno la lolita mia sarà ancora d’incastonatura, scolastica, io rigetto l’obbedienza ai vecchi. Io voglio foggiare lo scorrere delle parole nella tua testa col misurino mio, la velocità giusta, e la conveniente spinta d’anca: se mi scegli scegli uno, non l’umanità di lingua mia. La ghigliottina ancora fuma fra i cipressi aurei. E l’ortografia è, o potrebbe esserlo, un’orfana a piacimento di chi allatta. Intanto, però, i morti non hanno seno ed è giusto che tacciano le bocche di quelli che persistono nel ficcargli la propria voce in gola: cenere! Questo non già per il volume di qualcosa con cui intendo sostituire le loro morte pezze – la guerra per il trono m’intristisce, specie se di troni non ce n’è, né cavalieri né muli. Non già per il volume di chi scrive – così s’appaciano gli esempi. Solo, e non è poco, perché un codice, ogni codice, trova una o due funzioni – vitali – fin tanto che non scivola ai maroni. Di lì la discesa si fa ripida, e le niagarette belle, a spasso per il mondo, non conoscono pietà. Non è il nuovo che cerco, solo non sudditarmi al defunto.

Ora, lo esigo, ma da gentile quale mi ritengo quando mi ritengo tale, trovatemi le virgole stonate, comunicate,mele, cancella,tele, spostatele, leggete da dittatori quali, dictando, vi chiamo. L’armonia del testo è morta con l’arrivo dell’immagine, così la sua bellezza sepolcrale. Ora, ritmo. Ora, tempo da alterare. Ora macchie di luce al buio.

 

O’Munaciell




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11 settembre 2006

postintermezzo

                                                                            

Questo post non è conforme alla normativa europea in materia: trattasi di strunzata.                (mentre che qui, si sa, ci s’imbecca solo in serietà)

Essendo che è un anno che lame, lamette (non è passato remoto, gnurant!), e forbici non lambiscono più il mio capo (non è capo, gnurant, è testa), ed essendo che il mio carcerato trasformismo così ne duole di parti acquettati, e aborti a non cambiarmi la capigliatura, ed essendo che con la barba ho ormai fatto quasi tutto il consentito (mi manca solo la barba che cresce all’interno, quella nella bocca, ma non credo di esserne in grado), ed essendo che quell’orange di prima, con tutte le modifiche possibili (possibili) di colori ai caratteri, m’aveva rotto il pazzo, ho deciso – anche se fate finta di niente, e cioè di non esservene accorti, amici cari – di rifare il look al blook (blog, gnurant!). Ed essendo che il programma di modifica foto se n’è ito – dove non so, ma dove vanno le cose che muoiono sui pc? limbiche cornovaglie di transistors? – la scelta, essendo che voglio piazzare quel bel ciotto munaciello là, mi cade sulle poche schermate che consentono una foto tozza – le altre la vogliono oblunga, distesa orizzontale come ad aspettare il sollazzo notturno. Ed ecco. Poi, essendo che, seppure varia, la fiancata di destra oltre a farmi leggere un po’ di Lorca e chissiricordacos’altro non è che mi raccontava i segreti del sottoscala di ground zero, ho deciso – d’autorità – di piazzare là le cose vecchie di me medesimo, come ogni buona famiglia fa con le facciacce nei portafoto regalati dalla suocera a Natale e Santustefano.

 

O’Munaciell




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11 settembre 2006



Prepotente! Ora corro al frigo e me la bevo tutta io. E subito.




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11 settembre 2006

La semina degli allocutivi

All’incirca nel III secolo le forme di II persona plurale iniziarono ad essere usate, comprese di verbi attinenti, come forme allocutive singolari di deferenza, o cortesia. Più recentemente, e circoscritto all’ambito italiano e iberoromanzo, s’è preso l’uso del pronome di III persona singolare Lei e plurale Loro (come introduzione anche ai nomi onorifici) con l’identica valenza di deferenza. L’utilizzo di tali formule è ispirato all’imitazione di modelli spagnoli come Vuestra Merced (usted = Lei). La percezione, però, che tali forme allocutive di III persona fossero provocate dall’influenza straniera costrinse – ed è una costrizione ottusa – le autorità fasciste a disapprovare l’uso del Lei in favore del ben più peninsulare Voi di cortesia. Al contrario, e a fagiuuoolo, oggi capita che il buon Costanzo ridacchi in faccia al napoletanotto (ma in genere meridionale) di turno cui scappi un Voi: cafone lo si sente, agricolare, manco ti chiedesse – anzi: vi chiedesse – un boccone di zucca intinto nel latte or ora munto. Questo perché la condanna fascista ottenne il solo deprecabile scopo di generare una reazione in favore del Lei nel periodo successivo al ventennio calimero.

Ecco perché bisogna legalizzarla quella leggera, perché si fumerebbe meno e meglio: mai sottovalutare la potenza della reazione al proibizionismo.




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10 settembre 2006

Il bastione regola il mento e sputa

                                              
[Che poi la metto nello Sport, ma, esistesse un regolamento – ahimè! – dovrei metterla ovunque tranne che lì.]

 Il giovane d’Oviedo balza svari posti addietro perché col suo popò disturbava l’aria, che a sua volta contorceva la formula di Massa. In Asia, Mala Asia, un nubifragio di quelli – mamma che nubifragio, ma da dove cazzo arriva? – di quelli che se vai in quell’Asia lì è del tutto normale, quasi logico, che ti ci schiatti sotto, impediva lo svolgimento delle prove delle motobimbe paralizzando la griglia allo stadio precedente del giorno anteriore a quello successivo, che poi era appunto quello sotto al nubifragio. I regolamenti, mossi da dita leggivore e da cervelli onnifacenti, spalancano le fauci e inghiottono dal quel preciso pozzo retroverso che chiamano lacuna, oscurità, che invece è il più alto bastione della regola: la poltrona del dito di cui sopra.
I regolamenti, a me, sono evirazioni.

 




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8 settembre 2006

Un sumo per culo

                                                                       

Sì, le competizioni internazionali va bene. Pure quelle nazionali va bene uguale. Sì, l’Europa, da che è nata, non ha fatto che imporre scadenze, manco in mucca pazza trattandosi di latte è pari a severità. Sì, però, le competizioni europee hanno quel qualcosa in più, che motoristicamente la chiamiamo marcia ingannandoci sulla natura – troppo umana – del piede, le competizioni europee hanno quel nonsocchè, quella cosa, tipo olezzo di sperma per una troia, quel quid che Anassimandro non percepì; ma noi, che abbiamo pure già figliato un paio d’unti – il più autorevole non è tecnicamente umano perché non fu seminato dalla suscritta sementa albina, ma brianza (che speranza!) – lo percepiamo che la competizione europea ha un picioccolino di qualcosa in più. Si chiaman soldini? No, come ti viene in mente, o mia mente! Il campionato parte, le coppe sono partite già, una due tre coppe, quattro supercoppe e sedici sottocoppe, coppe, coppine, cuppetielli, coppole di straminchia – omaggiando lo sminchiàr– coppe, insomma, sotto e ‘ncoppe. Una dozzina di vincitori, millenni di migliaia di sconfitti, ma solo uno trionfa, e passa come una serpe fra le chiappe di un lottatore di sumo: Carraro, impune Carraro, smodato Carraro, sfacciato Carraro, topo Carraro che l’Italia è tornata a Napoli solo quando hai retrocesso il tuo sibilo, Carraro di naso che annusò l’allago prima che la breccia nella fiancata fosse nemmeno traspirabile. Figurarsi l’ano d’un lottatore di sumo. Ecco, Arrabbia', io da grande voglio fare il Carraro di professione.




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8 settembre 2006

ZAAPP!

                                                           

Ieri l’orrido Cultura Moderna ha donato, in apparenza, 500.000 euro a una gnocca. Passatemi l’indirizzo, che la gnocca ha tutta l’occorrenza, occhi verdacqua, bocce turgide con tanto di neo, e una vicinanza quantomeno da sospetto con la Corvaglia bionda; lei, dimenticavo, brunetta frangettata. Nondimeno mi puzza. Comunque vada, Ricci con le mani in pasta non si fa beccare, tanto vale rendersi.

Cosa più anomala, eppur ormai solita -con vilipendio al pubblico occhio, noto che ormai in giro per la penisola i poveracci hanno ufficialmente ripreso a farsi chiudere, chi con le pupe – capre – chi con un fantabismilione da girare ad un unico poveraccio. In settimana ci sarà anche il sacro sigillo posto dalla Ventura, che dirla mala ventura sarebbe ancora un blando starnuto. Poi si chiuderanno i tradizionalisti, quelli del big eye, quelli che poi, fra scosciate e – pari opportunità – sbicipidiate, i soldi veri li vedranno presto e bene grazie all’intoccabile cafone nazionale che di costanza ha occupato mediaset e viagirando.

Ora mi domando una cosa da poco, ma me la devo domandare. Ricordo che all’inizio dell’era del reality la chiusa in una villa, in un buco, fosse pure un Maschio Angioino, rappresentava, per la pregevole spuntata di libertà, una prova, una sofferenza che valesse forse, ma proprio forse, il soldino finale. E… cosa è cambiato, signori? Non c’è più segno di sofferenza nella segregazione. Non una spina in fronte o un palo nel costato? La nostra civiltà vive uno stallo per cui l’individuo può benissimo accettare di chiudersi in una stalla, a patto che quanti più individui possibile lo vedano, lo sappiano, se ne masturbino. E non è ciò dipeso dalla graduale risemantizzazione della parola chiusura? Forse che una stanzetta con un computer e internet – e blog – non è chiusa al resto del mondo fisico e olfattivo e sonoro? Io so dove stiamo andando, non mi ribello chè tanto andava fatto, ma c’ho un romanzo scritto/bloccato a metà sulla faccenda. E la fine mi spaventa. Un bacio, e votatemi!




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7 settembre 2006

Locavilla

                                                            

Ho come l’impressione di essere finito nel circoletto dei pazzi. Che poi è il circoletto giusto, quello che mi merito: quello che mi merita. Sarei potuto capitare in quelli che metton su le notiziole, manco centrate, a colori multipresenti. O in quelli che del marxismo fanno pasta e fagioli quotidiana. O fra quelli che si dicono liberi con cotanta locandina ridente – no, fra quelli no. O fra quelli che tirano le suole con la lingua e le puliscono con la natica. O fra quelli che si scannano per una riga in qualche posto che non sia solo il proprio. O fra quelli che inventano scialba poesia, lacrima pieghevole, lutto, distanza, tristezza, occhio senza luce, congestioni testicolari. Invece no. Sto fra i pazzi. Leggo i pazzi, e m’illudo che loro – proprio in quanto pazzi – leggano me. Orgoglio pazzo, che vuoi che sia. Fossi più autorevole fonderei Locavilla, la città pazza. Ora posso dire che ‘sta faccenda del blog richiama, e se ne alimenta, la vita fuori dal monitor, quella dei giorni che condividono la temperatura col globo: io mi circondo, comunque, di pazzi. Che sollievo oggi.




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7 settembre 2006


                                                       

Lo stronzo è una natura temporanea, quasi un passaggio. Un attimo di ronzìo, di occhiate furtive d’altri insetti, e già secco non mente perché perde linguaggio. Lo stronzo è, per sua indole, immancabilmente artefatto. Cioè fatto ad arte. Né mai alcun manufattore cavò da sé una brodaglia di rimorso. L’arte è. La riconosci. Appiana le scoscese, ridonda i piatti, lo stronzo. E non sa smettere d’amarsi, perché il battito delle sue ali è appena un palpito che è già… eco. L’incanto di 21 grammi d’umido che evapora, 21 che ne fanno scheletrico marrò, idoneo a sgretolarsi. Butterato come nave melvilliana, è la cresta al marciapiede mentre livida, salata, sotto la chiappa crivellata del buon lettore in quest’istante nasce una stella.

  

Fra un anno sarà il compleanno del tuo più ultimo stronzo, ma questi non lo festeggerà: sarà già il tuo più primo anticipo di cenere.



O'Munaciell




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6 settembre 2006

rispondendo di molare

Se proprio ci tieni al leggere quanto segue, devi – non è obbligo morale – leggere questa, al solito lucida, disamina.

Dareste torto? Ottimo l’esempio guidato (etim. : Fuhrer)… e  allarma. Allarma il dato che, volendo sollevarsi a intergale stra-volgimento del diritto, basta, premendo sulle adeguate vene di un dato popolo di un dato frangente, mallearne la morale. Oggi, ad esempio, queste acclamate radici cristiane dell’Europa, non sembrano un’accelerata al cospetto del potente religionismo globale? In vero la radice, anche etimologicamente etc.. etc.., non è da cercarsi un po’ più a fondo di quel dato giorno in cui un manipolo di cafoni fece di Cristo – giorno che equivale a fogliame - un segno di civiltà? O logos deloi oti la radice è greca.




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6 settembre 2006

skenè

                                                                               

Cioè, uscendo in barella, salendo all’ambulanza dice “è tutta scena, è tutta scena”. Cooosa? Tutta scena? Tuuutta scena? Tu ti butti di sotto durante il mondiale, paralizzi l’Italia sul corretto uso di un rosario, sulle congetture di un lancio omicida, sulla mano stretta e poi tutta scena? A’ pessotti’ ma non l’hai capito che adesso ci devi spiegare tutto? Tutto! E mica si fa così. Via! Dritto a Porta A Porta! Tutt’al più Costanzo!




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5 settembre 2006

Blogosfera, una parola che ti ci rimanda

                                                                 

La pagina bianca. Sleep. Un beep in lontananza. L’allarme della fresca cintura di castità che s’inceppa. Però, va bene uguale, detta il tempo alle mie anche. La pagina bianca è in attesa dello stupro, o del corteggiamento. Blogosfera, in cambio, non vuol dire un cazzo. Altro che filosofeggiarci sopra. E spargerci le ceneri delle proprie speranze indotte. “No, caro, se l’erba cresce non è per la semina, ma per l’acqua che ti passa papà, per il sale che c’ha messo mamma terra, e non certo per le cazzate bruciate che ci versi dal colon” mi disse un saggio. Con precisa progenie, e sfaccettature, e contorni, ci si nasce. Poco potè la virtù quando il culo era già grasso e mille camicie non bastavano a contenere la falsa modestia né la sorte favorevole da scalata. La pagina bianca è un tempio che andrebbe osannato per anni prima di metterci un solo minuscolo alluce disunghiato. Ammiro Malvino perché nel tempio ci porta il fango, ma un minchia-labil-fornito, incazzato e cazzuto, non può non considerare sacro il fango, intoccabile inzozzatore di zozzumi… dunque ogni quaderno millenario è un segno degno di culto e di rapace sfottò. Ma Adinolfi, Mario, no. E’ una blogosfera: a ragionarci di materia, e soldi, e nientemeno d’avvenire happybirthdayistico, la rendi frigida la pagina bianca. Le serri le cosce e le rinsecchisci l’antro. Certo, tutto è lecito. Ma ti si sfracela l’uccello proprio quando vuoi goderne, o leggerne. Blogosfera è un’ invenzione sedativa. Né più né meno di trenta litri di gin – ciliegia matura – o di quattrocento metri cubici di pakistano già arso. Nella mia insignificata assenza estiva c’è stata un' enciclopedia di cazzarole e cantucci, vin santo sopra, che disgusta le papille e inebetisce le pupille. (A sproposito: una canna la si può chiamare anche pappina, lo si sapeva? visto che enciclopediamo!). L’enciclopedia appunto, con tutte le licenze dello sfottersi, del giocarcisi, è un lavoro che presume una certa altezza (se si usa quella precisa parola si fa appello a una tradizione che ha segnato la cultura europea e non solo, l’ha influenzata a tal punto che me ne strafotto, l’ignoro come ignoro il resto, ma foss’anche per parodia bisognerebbe cambiarle il nome per non apparire una sbiadita fotocopia di un’oca – la piglio dal Pasqualino Settebellezze della Wertmuller, l’oca). Ora: non voglio dubitare della consapevolezza, o del sentirsela sul serio sotto ai piedi quest’altezza – non a caso un tale un tempo si gettò pensando di morire, ma si ruppe l’unghia dell’alluce: a un metro da terra – ma la realtà è davvero così modificabile da una testa affamata? O è la fame stessa che mette a caso le pietre miliari lungo una strada che porta alla pancia?
Gomiti, gomiti signori!




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4 settembre 2006

Un nipote

                        

Postero: brano dal futuro.

 

Un nipote, tal Guido, nel settembre dell’anno 2006 chiese la riesumazione della salma del cavalier Benitone Mussolini, per accertare le cause della morte dello zio, se non la morte stessa.
Tranquillo, Guido – gli fece il dottore a esame concluso – accadde che mentre lo zietto con uno stivale teneva fermo un leone per la coda, e con l’altro riagganciava la linguetta di una bomba a mano a quest’ultima, e nel frattempo glie ne dava quattro di botte e di santa ragione – il santa può essere omesso a discrezione della sensibilità religiosa del lettore – alla Claretta sua, accadde che arrivarono i partigiani in formazione di trecento trecentoventi unità combattenti, armate di full-metal-jacket e arnesi al fosforo. E, tranquillo Guido, dopo averne fatti fuori circa duecento, il Benitone concluse l’affare alla Claretta, un nemico mise bocca al clarinetto, e via il sangue. Morte per dissanguamento, giù dal cazzo”. Attaccamose. Marcondirondirondello.

 

 Tratto da “Macro ritornello macabro”, di Emilio NovaioloEdizioni Slabbrate – 3.820, Roma





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4 settembre 2006

Girano, girano.

                                                    

Che palle. Se già il mondo gira, mi spieghino, lorsignori, che bisogno c’è di prenderci a imitarlo, e ruotare, e ruotare, e cozzare ciechi in continua circolarità? Imitazione, poco più. Come se l’uomo necessitasse, per sentirsi solido e radicato, di tempestarsi di piccole gemme di movimento, una coda, una scia. Calma: stop lo premerei avessi quel telecomandino che dovrà pur avere un dio ubriaco di nuvole. Quieto, porco cazzo, statti là sulla poltrona e medita su quello che vuoi, sulla transustanzialità della pipì, sulla trinità degli occhi, che so? sulla chitarra scordata che fa note strane e straordinarie, sulla metafisica del peto… su come fotterti tua moglie, tua sorella, tua nuora, o quella pecorella che adocchiasti l’altro ieri al parco. Allora sì che concepisco il moto: quando la frenesia ha il ghigno astuto di uno spermatozoo.

 

 

Non parlo del papa che invita a non indaffararsi troppo. Parlo, però, anche del papa che scelse di raggiungere la vetta, a seguito di moto perpetuo, per poi sconsigliarla. Grazzialcazzo, sua santezza!




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3 settembre 2006

la cura

                                                

In assoluto l’odore più fisso, una presenza màs que divina che dagli immemori vagiti s’è appropriata, col suo appiccicarsi, degli scantinati bui della memoria. E sbuffa. E sbuffa la fretta della prima colazione d’un attimo prima del bus per la prima media; l’agitazione prima della camminata verso l’interrogazione di storia, V ginnasio; la paposcia appesa dei dopopranzo estivi; la sfrenesìa dei corridoi universitarii. Il sapore l’ho sempre scartato per il più elastico cacao. Ma oggi. Dal 2 agosto circa i miei coinquilini di vacanza, nonché grandi fratelli e sorelle della fetta di vita più lunga possibile, mi hanno sottoposto a una cura scientifica. Ritenendo le mie dipendenze ancora troppo delicate, e ridotte, m’hanno fornito regolarmente, a intervalli di due, o massimo tre, ore, una tazzina di caffè, caldo. Siamo al terzo di settembre e la cura continua. La macchinetta è un’industria, fossimo iraniani ci subiremmo un bel po’ di sane proteste internazionali tant’è attiva quest’ atipica produzione – di massa. Ma oggi. Mezzogiorno e mezzo, mi alzo, vado in cucina, lei è lì, al fornello – uranio – mi guarda col suo beccuccio zuccheroso, uno sguardo un’intesa, le faccio scivolare il suo umore. Torno al pc con il palato preso da minime contrazioni di piacere. La cura ha funzionato. Grazie ragazzi. Ora la sigaretta. Fra poco si mangia, e dopo, finalmente, un altro paio di caffè.

 

Scroscia l’applauso esatto dei miei medici.




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2 settembre 2006



Mi pare che proceda tutto per il meglio. Si va, si va. Rapidi e indolori come siringhe infami. Ma dritti come treni. Rimoduliamo l’età, sì. Mi raccomando, però, avrei una gentile richiesta: va bene che sono un cervello svogliato che striscia nei sogni, nelle idee, e non bada a quell’ovo sodo che sarebbe un buon futuro assennato logistico lavorativo, va bene pure che un attimo voglio fare lo scrittore e l’attimo dopo il ricottaro – questo a dire che le mie colpe me le sbatto sul petto, tre volte, comprese d’omissioni – ma se c’è un favore che potete farmi, voi eletti dal popolo che sarei io: non è che l’età da pensione rimodulando rimodulando me la fate salire ai settanta? Dai, un altro piccolo sforzo. Mi piacerebbe tanto cazzeggiare, curare l’orto e gli ortaggi, sfinare i fiori e le siepi, sagomare i miei modellismi, tutto in quel lasso modulato che da adesso va ai sessantanove. E poi, in vecchiaia ch’è sapienza, lavorare fino alla dipartita. Ecco, da grande voglio fare il rimodulato.
E lo farò.
 

O’Munaciell’




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1 settembre 2006

Minchia, che urlo!



Ritrovato l’Urlo Di Munch, rubato a Oslo nel 2004. E’ bastato tendere l’orecchio.









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1 settembre 2006

Wallaròws

                                                  

Che Spielberg sia un genietto va ventilato da decenni. Ora indaghiamo faziosi e acronoligici l’ambito del suo genio, non altro. Vendita e guadagno, marketing, soldi spesi per la tecnica. Non altro. Cosa vende? Un bel pianto apostolico, dunque E.T. che afferra lo stomaco e lo torce ad estirpare una pinta di lacrime, ad alcuni, a me, personalmente, vomito da strapazzo. Poi l’eroe, pure vende, che l’uomo medio necessita d’immedesimarsi: ecco la sfilza dei soldatini Ryan – opportunamente fotocopiabili. La paura, cazzo se vende la paura: ecco il primogenito Duel, segue lo squalo, a ruota – perfino! – il giurassico. Unica fiatata d’arte è l’ Intelligenza Artificiale che indaga l’uomo tenendosi a distanza dallo spicciolo eroismo e dal patetico buon cuore, per altro progetto kubrickiano. Ma non me lo godo: rimpiango la bara del maestro che fu precoce e/o puntuale a giungere. La faccenda della lista antinazista poi è una storia ben ficcata – è questo, dicevamo, il suo genio. Ed arriviamo alla guerra dei mondi, l’antologia della spesa e della scelta commerciale. Il mondo combatte un nemico invisibile? Un nemico che fa terrore per definizione? Tu, Spielberg, cosa fai? Ti sporchi mica le mani a chiamare le cose col loro nome “terrorista”? No, il genio non è mai casuale: alieni li chiami. Li otturi ai trailers, ne pinti gli effetti, le premonizioni, le sciagure… ed ecco sul piatto un bel guadagno e un mezzo mondo di spettatorallodole aggrappate allo specchio retrovisore di un tuo qualsiasi bolide. War of Worlds è un film che scorre via leggero, sì: proprio via: lo afferri e non lo tocchi, l’annusi e non lo mastichi, ghiacciolo servito caldo. L’unico pregio è il denaro speso a realizzarlo, cosa che rasenta la galassia per fantasia – genio, dicevo – e resa. Ma dopo quello non resta che l’ennesima caricatura del bell’americano forzuto con in braccio la figlioletta – la caricatura è quando il superfluo diventa tratto distintivo. Il più grosso furto tentato, quello del mondo, è l’occasione per la tua più grossa rapina, Spielberg. Ecco il genio.




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Parliamoci chiaro. Questo blog non è un albergo né un giornale. Non è una carta, non è giornaliera né qualcosa da mangiare. Questo blog rappresenta l’offesa della tecnica all’uomo, e viceversa. Non è me, non è il munaciello che vi parla, non è me che vi dico, anche perché voi non esistete che in certe vecchie cartoline. Io e  te non esistiamo e, soprattutto, non coincidiamo. Quindi nel caso in cui tu avessi qualche soddisfazione da chiedermi per cose che ho detto o fatto a te o a qualsiasi tua parente di gradevole aspetto, non hai che da dadà darmi appuntamento domattina all’alba – facciamo alle cinque che prima delle cinque la gallina non fa l’uovo e posso mai duellare a stomaco vuoto? – dietro la chiesa abbattuta e sconsolata. Oppure mi chiedi con urgente violenza di rimuovere, ed io, che so intendere senza mercanteggiare, rimuorrò.

Stesso discorso vale per le immagini, le foto, e soprattutto per le cose che non capisci. E per quelle che non capisco io. Stesso discorso non vale invece per le sparatelle dei commentatori. Quindi altro discorso:



 

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