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ciromonacella
'o munaciello


Diario


31 agosto 2006


                                                     

Più d’azzardo, più folle, del caso. Più famelico e molecolare del destino. E, dunque, infinitamente più di ogni esiguo, granitico, macchinoso dio. E’ schiuma, e bolle entropiche.

 

Così mi disse il munaciello.




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30 agosto 2006

quant'è bell' o' manganiell'

                                                

“Arrivano a Salerno i vigili urbani dotati di manganello, per contrastare un giro d’occupazione di spazi abusivi fondato sul pagamento, ai capizona, di ingenti somme”

 

Chi? Cosa?
Ah! Ah! Ah! Ih, ih, ih! Uh, incredibile.. ah! Ah!
Uhh, maro’, eh, eh!
Chi l’ha detto questo? Pierino?Chi? Alla maestra con le bocce fuori? Era … era la barzelletta o no?

 




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30 agosto 2006

arista

                                                                  

Non che le iniziative di disturbo mi stiano. Però la lobby è un tantino peggio. Cos’ha l’aristocratica Venezia che le sùguta il popò se Roma fa un Festival del cinema? Forse che devo restarmene isolato nel mio Borbonico orto? Fanculo, a Roma c’arrivo in due ore!




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29 agosto 2006

buona anima

Ernesto rotta Florida




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28 agosto 2006

slevin

                   

Slevin, in sostanza storiella di vendetta. Ma in forma – ed è o non è quanto basta? – una ricerca di appigli sbiaditi nell’appunto, con una certa classe anche. Moti fluidi, talvolta ampi che si respirano, profondi, a suggerire che d’aria ce n’è: non è la vista a nasconderla, ma è la connessione fra presente e passato a creare le giuste mistificazioni. Un telefono che squilla su parati omogenei e replicati, quasi a perdersi nel cervello – o nel passato – e che rimanda al buon telefono d’intercapedine di Sergio Leone in C’era una volta in America. Del filmone appena detto c’ha pure l’attore che faceva il poliziotto corrotto: qui è un allibratore. Poi basta. Però però, finalmente – ed è una rarità nel panorama, specie se si considera che l’ho visto dopo lo stucchevole e stomachevole Domino – immagini ben solide nonostante lo sfocato visibile, e intuibile, nella trama. Ed è un gioco che vale. La prima parte è un’ironia: i protagonisti hanno la favella brillante, di quelle che potrebbero ripercorrersi alle memorie degli appassionati: tipo: allora lui gli dice “non mi fai paura perchè se m’ammazzi sarà per una volta sola” e l’altro “sì, ma può durare tanto”: da che film?

Lucy Liu, lontana dal mezzobusto ingessato e ottuso di Domino, concede la certezza che di sotto non nasconde pigiama e pantofolucce. Poi Morgan Freeman e Ben Kingsley – a proposito: ma un “Sir” così scampanellato non è d’altri tempi e cantoni? – se la giocano, partecipi del movimento del tutto, in una scacchiera vitrea, dove le identità si angustiano nello stentare a riconoscersi, e i personaggi non sono come e quanto sembrano, né personaggi – il segreto è che il cattivo non si sa chi sia, viene più o meno detto proprio mentre, guarda un po’, il cattivo non si sa chi è. E due torri, palazzoni mericani, fanno le asinelle in una clausura che di gangsta’ ha ben pochi ricordi.

L’unica pecca, ma qui sono al massimo soggettivo, è la solita faccia da killer lesso di Bruce Willis, ma quanto dice, pure, val la pena. La mossa Kansas City, crack. Il resto lo si capisce ben presto, la salita verso la croce della trama, dico. Eppure un ultimo ammaestrato colpo di scena, per di più d’emoglobina emotion, pizzica le natiche alle donzelle in poltrona, almeno le sognatrici: un “no!” nel silenzio della sala. Ma… tutt’all right – pleona – perché Slevin ha i peli irti sullo stomaco, l’arguzia dell’orfano, e la classe del buon ladro d’appartamenti e d’applausi.




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27 agosto 2006

cazzuta mente

                                               

Finalmente, e senza cronometro in mano, il vecchio e il giovane hanno quasi, forse, più o meno, insomma per linee molto generali, provato ferocemente – molto mente, molto – a darsele.




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26 agosto 2006


 

Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, perché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada.

 

Eraclito




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24 agosto 2006

Riflessione sul modo. Domino.

                

Nikita era quel bel po’ di spietatezza, velata di sugar lesbo a volerla intendere col basso ventre. Domino se la fa con gente esasperata: caricature a tinte fluorescenti, buone per risaltare nella notte per soli tre minuti, non certo le due ore che dura un film! perché alla fine finanche le palpebre si cercano un’ anima e iniziano a soffrire. La storia c’è e non c’è, ma di certo si vede… eppure, questo film, non smette d’essere una donnina che non avendo merluzzo per articolare un pensiero che sia pensato ti sgroppa le due fette di silicone che serba davanti al cuore, e si quieta solo se le tue mani le sedano l’ottusità palpandone le escrescenze… insomma te la scopi, ma poi la getti al tempo. Questo è il punto, il punto e a capo, quello di chiusura. Lei non m’ha convinto, l’interprete – ma perché? avrebbe dovuto? Il ribelle Micky meglio. Walken è galattico, cristoferico. Eppure c’è di peggio: ho l’impressione che questo starnazzare di inquadrature, ‘sto dolby che ci circonda come un’armata sepolta nei muri, sia un atto di regime. Mi spiego. Va di moda la zoomata feroce, sconnessa e tremante, accompagnata da una coda di stridore che fissa lo spettatore sul ciglio del cilicio. S’inquadra una tavola, ad esempio, poi uno “slam!” e si è già a un millimetro da un insignificante bicchiere. “Slam!” indietro, fino alla finestra. Al cinema viene la nausea: dovrebbero distribuire i sacchetti per la fuga di vomito e/o cervello. Ma… atto di regime, atto di regime emotivo… cos’è questo zoomare? Forse che è la riproduzione dello sguardo dello spettatore? Sì, magara. Ma fatto dal regista mi sa di sopruso. Non può, sto cazzone che decide la velocità e la direzione del mio sguardo, lasciarmi un campo medio sul tavolo? così ci vado io, libero e alla mia velocità, al bicchiere!

 L’educazione emotiva odierna si regge sulla paralisi. Il soggetto si fa oggetto. S’è al punto che lo svago, perfino lo svago siori e siore, ritenga necessario al suo essere un chè di dittatoriale, sottile e a suo dir taumaturgico, da formica che lavora nella notte dell’inverno e della terra, ma che divora le radici di ciò che si chiama libertà, e che fece della cicala una grazia mortale, eppur più viva di tutto.




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23 agosto 2006

IL BIANCO E IL NERO

                   

Se c’è un chiodo, al momento, da fissare al calendario è questo: “Quando gli argini si infransero, Requiem in quattro atti” di Spike Lee. New Orleans affogata dal suo fiume, padre e nipote. Giusto per ricordare alla nostra pancia colma di anidride carbonica e cannella quanto sia vulnerabile il tallone di Achille, quanto sia piccolo il gigante che pretende dai suoi muscoli  fosforosi di innaffiare di libertà e democrazia mezzo globo, a mezzo di guerra, e al quale basta un uragano per rendere alla terra una par de giorni di anarchia, armi e cow-boyz, gangs e big bangs! C’era una volta il bianco, poco più dietro il nero: di preciso il bianco era sull’elicottero, ed il nero in uno stadio (oltre che meno avanzato) sportivo. Il bianco – che nella persona di Bush fu ficcato in una capanna sull’albero dagli autori della famiglia Griffin – s’organizzava le autostrade; il nero si calcolava i colpi in canna, e le meglio traiettorie nella culla allagata del jazz, e imboscava. Come a dire fate un po’ come cazzo vi pare, basta che di tanto in tanto ci mandate un bell’omone di anni diciotto -o meno- e chili novanta -o più- a iscriversi alle nostre liste portatrici di libertà nel mondo. Che poi si eserciti già dai quindici -o meno- all’arte dell’ammazzo tanto meglio. Dire che un tempo il peggio che gli potesse capitare era una nota sbeccata - o più. Siano chiari i ritardi dei soccorsi! Sia chiara la logica che radica il ritardo stesso! Sia chiaro che la morte del cittadino è opzione, solo, al ricavo dello Stato (o di chi ne regge il lenzuolo)! Lo Stato è un fantasma, ed il suo mondo non è la folla che gli da esistenza, ma quella, un po’ più dislocata, che gli da pane e burro e dollaro!

Tanto c’è sempre l’Iraq.




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22 agosto 2006


      

Fosse rimasto nel deserto e lontano dai buoni e giusti! Forse avrebbe imparato a vivere e ad amare la vita – e anche a ridere! Credetemi, fratelli! Egli morì troppo presto; egli stesso avrebbe ritrattato la sua dottrina, fosse giunto alla mia età! Egli era tanto nobile da ritrattare!

                                                                                                                                                  Nietzsche

 




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22 agosto 2006

QUALE SOLE


Terzo giorno di combattimenti a Khinshasa, secondo la qualificata fonte di testimoni oculari, presumibilmente negrafricani. Qualcosa mi dice che l’onu non ci ficcherà il naso: esiste, in questa palude, un diligente filo logico per cui certe morti indignano, certi spari spaventano, e certi altri no. Una muta intesa per cui è infilato, sottotesto, che si scanni chi vuole dove non batte il sole. Va a capire il sole: il problema deve essere là.




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21 agosto 2006

PSICOTROPIA PURA

                                           

Nel viaggio d’andata una pattuglia di finanzieri in borghese mi lascia sfilare e ferma, dietro di me, l’auto su cui viaggiano due miei amici. Perquisizione selvaggia e irriguardosa. Illegale, tra l’altro. Sedili smontati, mani addosso, via le scarpe, via la roba dalla valigia. Tutto per terra in strada, allo stesso sole che riscalda le braciole alle loro mogli scardinate su chissà quale lido del cazzo. Cercano il fumo. Bene. Ma non potrebbero cercarlo così perché la procedura, quando non te ne strafotti, prevede che t’invitino ad aprire le borse, a svuotare anche le tasche, ma senza sfiorare nemmeno con un dito la roba non loro a meno che non abbiano un sospetto fondato. Fondato è un par de dredd? Fondato è una piccola 500 bianca carica di bagagli? O la faccia cattiva di un uomo più buono del pane? E poi, volendo essere nostalgici, non potrebbero fare così perché alle elementari ci fu insegnato che il fascismo è una cosa vecchia e finita. Ma, a quanto pare, l’arma e un tesserino danno alla testa – altro che fumo. Insistono, pur non trovando niente, di voler chiamare i cani “che qualcosa, se arrivano i cani, sicuro lo trovano” dice uno di loro. Strategia del terrore: imparano presto, gli ottusi, dall’esempio dei governi. Nel frattempo solo un pacchetto di cartine, legalmente in vendita presso ogni tabbaccaro. Perquisiscono ben bene il marsupio dove G. ha i soldi. Tre volte lo perquisiscono. Così fanno col portafoglio di A. : si vede che cercano sfoglie di hashish. Poi li lasciano andare come niente fosse. Con 150 euro in meno. Più lesti del nemico che combattono, ‘sti sbirrotti: sì, il braccio della legge s’è fatto furbo e l’eventuale bustarella se la piglia da sé. La denuncia ci è stata sconsigliata da uno che sa come vanno ‘ste cose e che c’è dentro: “è la parola vostra contro la loro, pubblici ufficiali… poi ti scatta la controquerela e sono cazzi da pagare e da ingoiare, oltre alle 150 già donate alla nobile causa della cena offerta a una moglie, a un’amante, a una troia qualsiasi”. Ma quanta gente deve dare il culo a un finanziere perché questi riceva il culo da una semplice troia non graduata?
La morale della storia è che… oddio, la morale… già mi disaccordo con me stesso nel parlare di morale in una storia, figurarsi in questa. Dunque l’ amorale della storia è l’amore del braccio della legge per se stesso. Tutto si riconduce ad un gioco di ruolo in cui chi ha la pistola e il beneplacito di una mafia sponsorizzata dalla legge lo mette in quel posto a chi, per questioni di look dell’auto o della pettinatura, si torce alla periferia dello stato. Un far west insomma. Che se facessero robe del genere presso Scampia li applaudirei con la pianta dei piedi. Ma si sa, lo vado dicendo da anni, la legalità ha gli angoli smussati e trasparenti. E’un abbraccio, e da il braccetto a chi detta.
L’ amorale vera della storia è che l’incompetenza ha un prezzo – 150? – e che di fumo manco l’ombra sotto il naso dei cagnacci sprovvisti di cani. Se poi ce l’avevamo o no, chi mi conosce, e chi ogni tanto mi legge, lo sa. Non c’è bisogno dei cani.

 

Polizia molto arrabbiata” cantava Bregovic, a Civitella Del Tronto il 14 agosto, mentre un aroma esotico, acuto e speziato, dall’eco di legno, s’alzava fra la folla. Girandolava come un’aureola di gas sopra il capo di un ragazzo in maglietta nera, pantalone militare e un po’ di barba sulle guance. Fuck you, smack!




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21 agosto 2006

DISINFORMATO

         

E’ bello starsene disinformati per un po’. All’inizio ne soffri, dopo ti alleggerisci. E se hai forza e coraggio puoi, da quella leggerezza, iniziare a levitare piano. Starsene disinformati per un po’ apre prospettive nuove, ancoraggi da longitudini e altezze diverse. E dopo solo un paio di settimane ti trovi a considerare che te ne sbatti il cazzo di quello che vogliono fare in Libano, hai altro a cui pensare, più in alto, o più dentro… sì, s’ammazzino pure se a tanto aspirano le loro mani e a tanto arrivano le loro teste di cazzo. Te ne sbatti del pallone, delle rinsecchitissime paroline parlamentari, delle stupidaggini degli stupidi pagati dallo stato per essere stupidi. Te ne sbatti anche di chi si danna per premerti, per avvilirti, per obbligarti a sentirti in debito di entusiasmo rispetto alla famiglia del mulino bianco. Te ne sbatti di avere delle risposte, delle considerazioni, delle zavorre in sostanza. Sei solo tu, e l’aculeo mistico del tuo spaziare… e un po’, giusto un po’, rimpiangi di non essere nato quando ‘sta cazzo di comunicazione di massa non era ancora venuta su, e non t’affliggevi per i problemucci di un paio di coglioni che, comunque, della tua afflizione ne fanno sughetto per mici randagi, e ti davi ai tuoi, alla donna, al rispetto per il ritmo del tuo corpo. Poi torno a casa e leggo che Calderoli propone l’uso della forza contro gli immigrati clandestini. Nel frattempo, in Sardegna, viene rinvenuto il corpo decapitato di un diciassettenne cinese. Perché per uno stronzo che parla c’è sempre il sospetto che ce ne sia un altro ad agire?




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1 agosto 2006



I piedi dell’uomo non si sono fatti più chiodati, né più gommati d’un Michelìn qualsiasi, né più ferrati d’un menchè cavallo. Restano in carne. Solida e spessa, ma carne. I miei ancora sono prensili: c’afferro gli accendini che cascano: figurarsi l’animale che vesto! In settimana sono tornato da un tre giorni al mare. Non parlo di Polinesia, regione incontaminata dove s’esiliò Pollyanna (o erro?)… parlo d’Adriatico di dozzina, fabbrica d’ambra dal sapor littorio. In sostanza D’Annunzio aleggia. Eppure i piedi immersi nel sale, o nella sabbia, o sul prato di uno chalet, le mani libere senza cemento, i capelli, arsi, fatti a ricci arrapati dal mare, respirati e ossidati da ciò che li precedette, il torace sgombro, ampio, iniodiato a indio. Eppure – così dicevo, e m’avvio – pochi giorni, e c’è stata l’agonia spirituale del ritorno all’asfalto, asfalto coll’aureola del miraggio di questa periferia borbonica, all’auto -novelle api dai pungigli al sarin-, al fetido affanno ferrigno dell’automa immarmitta, tutto il rientro è uno sciamare di spine sotto ai piedi. Questa non è vita d’uomo. Mi si stringe il gargarozzo, culo di struzzo. Quest’è vita d’edicola, di semaforo. L’omo è scimmia, poco più. Va bene la scesa dal pioppo, ma i piedi hanno voglia di vita, sotto alle piante, non di forfora di petrolio morto. Il rientro, pur sapendo che a giorni sarei rislittato via, m’ha otturato i timpani, raschiato i bronchi. Il cervello del semaforo non è che luce a intermittenza. Magari sì, comprerei tutto il suggerito dalla scatola magica, fossi verde a luci rosse et voilàt. Ma è luce a intermittenza comunque. Il mio cervello deve essere spremuto, pressato, deve fare schiuma – e non ferro di cavallo – deve assumere, essere spuntonato, e poi rimettere. Senza piedi e mani e senza cosce dedicate al vento e senza schiena in fusione alla natura mi suicido con la noia del verde, poi del giallo, poi del rosso, poi del verde, poi il giallo, poi rosso, poi verde, giallo, rosso, verde, giallo, rosso, poi verde, giallo, rosso, verde, giallo, rosso, con la noia del verde, poi del giallo, poi del rosso, poi del verde, poi il giallo, poi rosso, poi verde, giallo, rosso, verde, giallo, rosso, poi verde, giallo, rosso, verde, giallo, rosso…
Insomma, domani riparto.



 

Buone vacanze a tutti e – miglior augurio – piedi a terra!
O'Munaciell'




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1 agosto 2006

da "MATASSA DI MASSA"

                                           Nuova rubrica del Munaciell'
                            

(…) Fu così che nell’era della comunicazione di massa si rese possibile alterare, mediante risalti opportunamente artefatti, la sembianza dell’informazione e, dunque, la realtà dello stato di cose. (…) Agli inizi del terzo millennio, infatti, nelle stagioni estive, si diffuse la consuetudine di allarmare le popolazioni dei paesi occidentali circa l’imminente arrivo di violente perturbazioni. Trama, questa, che oltre ad indurre gli spettatori ad una sorta di assuefazione da notizia tragica e all’ovvio richiamo giornaliero al notiziario per gli eventuali aggiornamenti (il tutto sotto l’egida danarosa della pubblicità) agiva direttamente sul consumo di energia elettrica. (…) Difatti quei paesi che non potevano disporre di risorse energetiche dirette adoperavano l’alterazione dell’informazione – nel caso in esame la fasulla perturbazione imminente – onde evitare un uso esasperato di condizionatori, o altri elettrodomestici analoghi, che avrebbe potuto causare imprudenti sovraccarichi, successivi black-out e, ancor più delicata questione, un mutamento degli equilibri politico-economici fra i paesi importatori d’energia e i paesi esportatori. (…) Ciò va ricondotto al labilizzarsi della norma etica, spesa in nome del flusso monetario e del selvaggio invasamento capitalistico anzicchè della salvaguardia del benessere fisico e morale dell’uomo: nell’era della comunicazione di massa il portafoglio dell’uomo era più importante del figlio.

 

tratto da “Matassa di massa” (Edizioni Schiodate, Catania, 3520)
di Calimero Merlica, docente di Storia Contemporanea all’ Università di Catania.




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Parliamoci chiaro. Questo blog non è un albergo né un giornale. Non è una carta, non è giornaliera né qualcosa da mangiare. Questo blog rappresenta l’offesa della tecnica all’uomo, e viceversa. Non è me, non è il munaciello che vi parla, non è me che vi dico, anche perché voi non esistete che in certe vecchie cartoline. Io e  te non esistiamo e, soprattutto, non coincidiamo. Quindi nel caso in cui tu avessi qualche soddisfazione da chiedermi per cose che ho detto o fatto a te o a qualsiasi tua parente di gradevole aspetto, non hai che da dadà darmi appuntamento domattina all’alba – facciamo alle cinque che prima delle cinque la gallina non fa l’uovo e posso mai duellare a stomaco vuoto? – dietro la chiesa abbattuta e sconsolata. Oppure mi chiedi con urgente violenza di rimuovere, ed io, che so intendere senza mercanteggiare, rimuorrò.

Stesso discorso vale per le immagini, le foto, e soprattutto per le cose che non capisci. E per quelle che non capisco io. Stesso discorso non vale invece per le sparatelle dei commentatori. Quindi altro discorso:



 

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