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'o munaciello


Diario


31 luglio 2006

BICINQUANTADUE, temporale estivo benestante

                             

Qui paventano temporali come fossero B-52. Niente più aguzzo profumo d’erba e polvere fertilizzati dalla pioggia nelle memorie future dei d’oggi adolescenti, niente macchia mediterranea vitale come spumante che ha trotterellato in una qualsiasi stiva. Piuttosto l’orlo in zolfo dello spettro della polvere da sparo. Perché l’infuso di paura? Come se dio, dimenticandosi di nascere, abbia però avuto la correttezza d’illustrare quanto sarebbe stata sciagurata la sua assenza. E c’è chi ci casca. E c’è chi trema per una tanfata di nuvole.




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31 luglio 2006

DE RERUM SCRIPTURA

                             

Mi sorprendo a indagare il perché di certa scrittura. Ma mi trovo, piuttosto, a schiarirne il come. Manco fosse, quest’uso alla tastiera, una ciambella da servire col velo di zucchero. Sia cruda o sia cotta, la metafora del metabolismo è la voga fluviale. Punto.

 Non sempre c’è un filo. Quando c’è, è miracolo di luce che si schiude dal cervello, a inondare le mani, le dita leggere come brezze. Poi la pagina, bianca vergine di luna. Quando c’è un filo, che sale da lontano - ed è un ghepardo d’armonia che bisogna domare, intrappolare allietandolo - capita che la velocità e la costanza del circostante debbano subire un freno. Tutto è in allarme: il filo va tenuto teso, visibile, almeno afferrabile da mani estranee (altrimenti cos’è un filo se lo vede solo il primo spectator?). Il filo giace sotto l’acqua, sotto il fuoco, nello stomaco del fumo. Si vede e si cela, ma c’è. Lo sente l’eco della vedovanza, la bara che scricchiola alla martellata timida del giovane becchino.

A volte, invece, il filo non c’è. Non c’è ricami. Non buchi e pieni. Non salti e sospensioni, non ritorni, non giochi di destrezza o saltimbanconate. A volte, quando non c’è il filo, è un vomito d’elettrostasi. E’ una macchia di nero che trema di vento lungo i suoi fianchi e oltre i suoi fisici contorni. I confini del non-filo hanno le unghie delle streghe, e le inzuppano nel petto del viandante considerando i peli sublime nutrimento. Epopea di cecità è l’assenza palpabile del filo logico, è una sconnessione medica, una vittima che qualche mano, in qualche tempo, in qualche loco, alza sopra il capo dell’ignoto e dice: sia. E tu, con la notte che ti divora, non sei un pieno soggetto, ma pane di veleno e fori.




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31 luglio 2006

GRIFFATO MARRONE

                                        
Kakà dice che la firma prova la volontà di restare. Infatti. Chieda al suo presidente di un certo contratto, su un certo mogano, dinnanzi ad un 
certo sfregamento di mani.




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29 luglio 2006

INDULTO E' COMPLESSO.

                                          

L’indulto complesso è quell’indulto che in un modo o nell’altro riesce ad andare nell’esatta direzione in cui va un mondo complesso. Questione di coerenza intratestuale. Al pari, il complesso dell’indulto è quel complesso per cui una qualsiasi mossa, vista la parola sul banco, sarebbe stata irrimediabilmente un ozio o un vezzo, o un ozioso e vezzoso crimine. Ma il carcere borbotta sudore con questa calura, e certe promesse nascoste da fantathriller esigono repente riscossione. Passino rapina e furto, chè c’hanno pure connotazioni eroiche se vogliamo – sempre se –, passi perfino l’omicidio, riflettiamo e genuflettiamoci sulle convergenze di stupidità, cultura e mala sorte – oltre che mala – che decidono l’assassinio più che l’assassino o il suo cervello. Ma corruzione e reati finanziari, porco cazzo, no! C’è poca roba che detesto quanto questa. Mi rabbrividiscono gli alluci, e la gola s’intorciglia con conati sterili. ‘Sta roba finanziaria è squallida, è la ricerca bavosa di un plus, poi ancora, poi altro. E’ la versione veritiera (per altro l’unica) della favoletta che dalla canna prima o poi si passa all’eroina, e alla bara. Apicale perversione del capitalismo deviato. Io accetterei il furto, ad arte, della mia eventuale terza macchina… ma che un culorotto dalle sei case su costiere e vari altri agi si sprema i brufoli a trovare il modo di fottere i risparmiatori no!

Bene che non riguardi i reati di terrorismo, ci mancherebbe: colle guerre che ci buttano sulla coscienza di quel fantoccio di parola. Bene che non riguardi violenze sessuali e pedopornografia, reati schifosi che solo una civiltà moribonda, o appena albeggiante, può tollerare. Qualche riserva sulla detenzione di sostanze stupefacenti e sull’eccezione per cui beneficia dell’indulto pure chi ha comprato voti alla mafia a patto che si comporti bene (dai, italiani siamo). Nel complesso non mi posso lamentare. Nel complesso si dimostra, ancora una volta, il fallimento logistico della carcerazione, della detenzione correttiva. Nel complesso ciò che conta è la deterrenza. Nel complesso, però, chi ruba tanto in qualche modo può farla franca (d’altronde resta o no uno che ha parecchia grana per oliare il culo?). Nel complesso mi domando dove sia garantita la giustizia, e dove sia, in concreto, questa madama che ci regge le mutande alla vita.
Nel complesso un rutto di batteria soffocò la chitarra gitana. E tutto s’acquietò sotto le mani isteriche del cantante. Stabbè.

 

O’Munaciell’




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28 luglio 2006

LIBELLA

                                      

L’analisi del fatto del giorno non è che la libellula di cui si veste l’informare. Non più, comunque, di un volatile. Temo che l’evoluzione terrestre subisca temporaneamente alcune fasi di stallo, non già regressione, ma.. sì, stallo. Non i comandamenti, né gli ordini dell’istruzione sciatta del quieto vivere prodotto e produttivo. Una lingua folle, basterà? Quanto i giullari – buffoni – seppero distrarre dalla via vecchia per la nuova? L’evoluzione della terra è un compito che non mi appartiene, nell’esatta e identica misura in cui non mi appartiene, a me e all’aereo che ci pongo sù le chiappe, la striscia d’ozono che or qui or là un po’ a turno – eccellente dimostrazione della liturgia della droga –  sniffiamo. Un bazar di strapazzo, una latitanza di macchia mediterranea, ma soprattutto bazar. C’è stata, a tal proposito, una certa commozione generale alla bandiera, non in quanto anima di pezza ma in quanto mise d’idea. Sotto l’alzamani erano fazzoletti con pagliustre di lacrime vive. C’è stato, a tal proposito, un gigantesco castello di compianto, guglie d’azoto o chissà quant’altri artifici senza calore, di quelle ferraglie buone per farci le magie industriali, non certo vita. C’è stata l’epocale invenzione della giacca, e la cravatta. Forse non a tal proposito. “Suvvia – disse il santo con le caviglie nelle braccia di fuoco– il mio è un disagio che non riguarda i decifrabilissimi, e annoverati dunque, petali di un fiore… foss’anche una prilode astracelea; il mio disagio è un fatto di cavallette e fili di mosche, nuvole di caldo che prendono a morsi i polmoni vitali; il mio disagio, a tal proposito spropositato, è un’ ombra che mi precede, da cui non trovo – né giammai potrei cercare – riparo alcuno”.




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28 luglio 2006


Tre giorni buttato al mare, che quasi non mi riconosco più. Nel frattempo la giustizia sportiva s’è resa barzelletta. Landis ha dimostrato quanto scrivevo il pomeriggio stesso che lui, lemon yellow, tagliava gli Elisi in un trionfo d’arco amaro. Israele attacca. Tal Bove crepa in finto suicidio – c’è l’annovero della mano nera dei servizi, dicono alcuni sotto ai baffi – e un indulto sul quale far chiarezza chè la spiaggia me lo tingeva di sole e iodio, meraviglioso.

Intanto io ho finalmente capito cosa vorrò fare da grande: il provatore d’alberghi di professione. Anche senza stipendio, sti cazzi: mi bastano vitto e alloggio garantiti, gente da osservare, e tempo da imprecare. Vulesse o’ ciel’.




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25 luglio 2006

Dalla parallela


Non so cosa dire. Non so, cioè, come abitare il troppo che mi annozza con modica veste. Parto dal centro, seguendo una mirada svincolada dall’arbusti: non mi scombina che Israele non sospenda di bombare. Perché dovrebbe? Accettare la storia vuol dire accettare l’uomo – non l’Uomo – con tanto di anomalie e animalate. Israele è – mi sa d’anguria – una fetta d’oasi incastonata fra deserti bisbetici, e sgraffignata a qualche musulmaniata. Giusto, quindi, che finchè sarà bastante pompata l’iretta dei sottratti (e per lì) si piglino a capelli. Devo pure ammettere, al contempo, quanto gli ebrei furono scacciati dalla stessa terra secoli orsono, a ripetizione mitragliata. Giusto, dunque, che tornati più forti, per congiunture patite sulla neve e sull’elettricità del filo e sulla longevità del camino (normale percorso della beatitudine: vorremmo ritirare – noi cattolici apostolici stitici – i superpoteri concessi al “beato”?) … giusto, dunque, che usino gli F16 come nel Cilento d’estate gli aquiloni. Non vedo altra soluzione. E’ proprio che adesso, da appena sessant’anni, Israele è più forte dei milioni d’anime che lo circondano (cos’è, ad esempio, questo sessantino confrontato al paio di millenni d’impero papàl?). Che vuoi fa’? Davvero la mediocrità di matrice cristiana vorrebbe livellare ciò che pulsa nel ventre della Santa Storia, cioè quel pene enorme che fa dire “cummannari è meglio ca’ futtiri”. Inutile ciancicare pacifìsime uscite dall’imbroglio: non v’è soluta, mai, che non rilevi, a tinta più o meno sbieca, un’inchinata di capo (o la corrispettiva alzata), o un graduale novanta gradi di sottomissione. Intuibile, quindi, che finchè le forze in campo saranno sì difformi in forma, ma sì medesime in sostrato, la guerra, o questa sua estrosa covata, sarà. E’ la storia dell’uomo: st’animale che, mossosi alla percezione di se’ e del paiolo d’alghe che ode nel petto, non revoca d’un passo a costo di perderci la gamba. Grande, uomo. Ma l’olocausto nucleare, in onestà temporanea, è una stupidata più grande finanche dei fondamentalismi.

 

O’Munaciell




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24 luglio 2006

OBERATO, altrove ernia

                                          

Credono non mi addolori vedere il mio più gran gioco d’infanzia e antologia sviscerato, filtrato dalle strette maglie dell’imbroglio prima, della punizione poi? Credono che sentire di svendite di calciatori e d’immagini gloriose non m’impicchi il cuore? Eppure dove errore fu, assalti sanzione. Non v’è scampo. Non foss’altro che per segare in due gli eventuali futuri furbetti di verde quartiere. Ma una cosa va detta. Appena scoppiò lo scandalo, al sole di maggiogiugno, erano ventate punitive che facevano banderuole da ogni canto, e si vendeva, minchia se si vendeva! Da Mentana a Vespa, e  ogni quotidiano – ci mancasse pure. Poi, poi, poi – chè sempre c’è il poi – torniamo dalla Germania che già Mastella aveva ventilato sconcezze atte alla sua sconciura. E, per incanto, dagli stessi giornalisti che un mese prima avevano il pugnale fra i denti un tono di miele e lampone gli esce dalla lingua – bollicine celesti. Già la sentenza gli era parsa troppo. Troppo che? Troppe patate, o melanzane? Ancora, così, a vendere copie sulla pesantezza (?) severità (?). Ecco, questa libra dai due piatti – che assesterebbe i fatti – è opportunamente vessata, almeno in uno, d’ un saccoccio di belle speranze e ori da borsa, di storia e di passato; mai, porco cane, d’ottica futura. Mai. Meani è dimostrato esterno – la sapienza dell’avvocato talvolta mi pare un crimine in essere. Lotito è un moralizzatore da trattore, colle pagine dei suntini latini sul ventre, sotto il cibo. Della Valle credo abbia l’aureola, nelle scarpe: è questa la nuova dimensione della santità. Ora si attendono le scese in piazza, gli imbecilli – spesso laziali, ma pure fiorentini – che a ferro e fuoco mettono le strade non potendosi permettere di accendere le proprie menti, (ahilòr!) perdute al primo tocco d’atmosfera, oltre la vagina che li fece. Via coi cassonetti bruciati – se solo sapessero il vero tanfo d’irraccolta: qui a Napoli li adopererei. Stronzi.

 

O’Munaciell




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24 luglio 2006

ABBATTUTA D'ARRESTO


Condoleeza Rice dice d'essere “estremamente
preoccupata”
per la situazione in Libano.

 

[Beh? Non ridete? Tutto qua: è questa la battuta]







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24 luglio 2006

IL PARTENIO II, la vendette

Tre anni fa al Partenio di Avellino una ceppa di animali dicentesi ultràs distruggeva il distruggibile. Ci scappava pure il morto. Il campo infestato di spiritelli ammattiti che le dava di matto ai caramba e a chi passasse di là. In nome di quale divinità preominide lo facessero non è dato. Eppure un qualche nesso spiritistico dev’esserci rimasto, come solo gli spiriti sanno fare, imbacuccato in un filo d’erba, o in una seggiola sradicata, un poltergeist insomma (se la memoria mi soggiunge l’esatta quantità di consonanti a caso). Difatti pochi giorni fa, il 16 luglio 2006, un ben più affollato ceppone (più di 13.000 anime inquiete) affollava gli spalti dello stesso implorando prodigi ai padri carismatici in gran formazione. Gridolini d’estasi teresiana, progressivi stadi di perdita di senno e guadagno di carisma, è a dire gola tremata dall’urla di fede – come l’ultrà. In nome di quale divinità postumana lo facessero non è dato. Ciò che si da, invece, a cosce schiuse è l’occidente civile: una morsa stretta di neofanatismo religioso mi tiene il coglio sinistro, mentre un’altra di fanatismo calcisticosociale (spesso tinto di beceramma politichese) m’ afferra il coglio destro. In mezzo, spaurito cerebrale, un cazzo che non sa dove andare. Ecco che trionfa, per le persone sane ma non sante, un puntuale anelito al sesso. Non taccio di ringraziare le veline tutte, le bionde, le more e le rosse, e Bobo Vieri impalmato imperator di figa.




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23 luglio 2006

IL MEGLIO FATTO


Il Tour – è un fatto – lo vincono solo gli americani – è un fatti.




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23 luglio 2006

SUCKER FREE CITY, spike lee

         

La storia inizia ben prima dell’accensione della macchina da presa, e finisce ben dopo il suo spegnimento. E’ una storia, più profonda di San Francisco, che ha sul dorso piume d’eternità, intrise si sangue nero, sangue giallo, sangue bianco. Fotografia assolata: fotogrammi documentati, quasi. Facce nere scolpite nel legno di quercia, hip hop face, rime. Bocche esagerate a parlare, le nere. Quelle gialle sono avvezze al senso racchiuso fra un suono e l’altro, così parlano anche nel silenzio. Le bianche, la famiglia bianca è società sgangherata (ne adoro il padre, idealista o sciroccato?). Poi l’intreccio sale: t’afferra ai polpacci e salda i polsi perchè non riesci proprio a prevedere dove voglia andare. T’abbandoni, e finisce prima di quanto pensassi. Ma quel prima non è di tempo, bensì vita. Fine come sabbia al setaccio è la scelta delle facce d’ogni razza, la scansione delle variabili delle loro coscienze, la corruzione – direi ruggine – del terzo millennio umano.

Peccato per le continue immagini sub-liminali che invitano al Mac: mi sembrano costanti noiose degli ultimi di Spike Lee. Prima compariva lui nei suoi film, ora la mela californiana.

 




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22 luglio 2006

IT WORKS

                                           

Cari, su  todomondo  offertona irrinunciabile: fittasi monolocale in palazzo signorile – foto sopra – con vista mozzafiato su panorama scintillante libanese, al modico prezzo di 15 euro e 45 bossoli a notte. Esclusi razzi.




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22 luglio 2006

è solo uno smarrimento temporaneo

                                   

Quindi il re che sarebbe stato se n’esce dal buco d’oro e muffa che è la sua coscienza per esprimere una fiduciaria slinguazzata al medio-italiano, dicendo : “La Giustizia se uno la va a cercare esiste”. Non considero che la giustizia non è chiave smarrita che si cerca quando si resta fuori casa (in carcere?), perché parrebbe ovvio – in una repubblica democratica (ah, ecco, appunto!) – che la giustizia dovrebbe essere già lì a precederla la repubblica, aria da sniffare, acqua da sciacquarci i calzini dopo il golf o dopo il cricket. Ma mi chiedo quando – quando? – avviene il pentimento innominato per cui un homo real decide di cercare giustizia. E, di preciso, dove si cerca? Fra le tasche? Nei cassetti più alti della credenza?
Caro Savoia, pappone reale, non so dove mirerai la lente ma mi allieta sentire che la giustizia, se la si cerca, esiste. E quando è invece lei a cercare te? Sarà mica, seguendo l’alta logica di sua altezza, giustizia ingiusta? (Sempre la storia dei magistrati di Robespierre)




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21 luglio 2006

Cravattiamo?

Il Corriere dice “Zidane e Materazzi pene uguali”
Pene uguale sì, ma è il sedere dell’italiano ad uscirne malconcio.

[E alla fine giunse la fellatio nel calcio. Nello sport, se s’allarga l’ occhiuzzo. Se la matematica brucia la mutanda della certezza succede che resta in perizoma d’opinione. Tre è un po’ più di due, giusto di un’unità, di un terzo di se stesso, che è poi la metà del due. Dare una testata fa tre. Dir di sorella troia fa due. Zidane non lo si tocchi, ma davvero la sorella un po’ troia lo sarà. Opinione. Opinione matematica. Vuol dire che dopo i tuffi pei rigori, dopo le mani sventolate all’aria invocando miracolo cartellino, da domani, in diretta sui migliori rettangoli del mondo, lo sturbo di stomaco per la parolaccia, l’insulto. E via, io giocatore nervoso, a dare testate e ginocchiate difendendomi tra un’accusa di mamma-zoccola, e un insulto di padre-frocio. Il precedente è dente marcio: non ci mangi che latte sciolto, ma ti strozzi se casca male. Se va al polmone, poi, non te lo dico proprio. Il povero Materazzi salta due partite – la seconda delle quali è con la Francia, ancora – pagando qualche scotto più grande (non più alto) di lui. Magari la stessa coppa – diremmo: non bastava la capata? Le salta perché è italiano e furbo, e rognoso. Il Fair Play, questo Gesù con le budella flosce, non ammette deroghe sulle parole. Testate al costato quante ne vuoi, figurarsi: lo mirò il centurione! Fossi un buon agente sismi penserei che data l’imminente riqualifica di Zinedine fra i ranghi degli stipendiati fifa ne va d’obbligo la squalifica della vittima sua, così da legittimarne la violenza (un po’ come accade quando si dice di uno stato “terrorista”, giù bombe che è un piacere). Zizou Zizou, ma dove stai infilando la mano? Quei portafogli hanno colla nera! Mon Dieu.]

O'Munaciell




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20 luglio 2006

animo di fagiolo

          

Ah! Questa è vida. La cara mamma cacca rai, stronzona coi fiocchi teutonici adesso si riprende indietro il latte versato. E piagnucola, baldraccona in scafascio che altro non merita. Fossi uomo di conseguenza la obbligherei a lavare il pavimento in ginocchio! Cosa era successo? Che s’era arresa a mediasetta per i diritti della serie A, e poi s’era presa quelli della Champions League (comunque bei soldoni). Ora ‘sto scandalo ciappoppoli l’appende un tantino alla resistenza dell’osso sacro: in Champions potrebbe finirci il Chievo che, con tutto il rispetto, quanti tifosi fa? Trecentoquindici? Quanti soldi muove? Sesantacippe? Bella, la vendetta, quando a muoverla è cupidigia.

Ma c’è dell’altro. La cara mamma cacca rai s’era accordata con la Juventus FC – sì, sì, è proprio lei, niente omonimìa – per fare un bel Juventus Channel e, ovvia noia, una rindondosa fiction sulla storia della vecchia signora. Es decir: due vecchie mignotte al tavolino del bridge. Ma la vecchia bianconera ha la tosse, dice che forse la ricoverano, che forse ha abusato di crack e anfetamine. Cosa fa la sana mamma cacca rai? L’affronta, chiaro. A muso duro, il muso duro di chi nell’anima c’ha dipinti crogioli di virtù e fagioli d’oro cattolico. Le manda una lettera. Le chiede di ridiscutere l’accordo preso. Bella mamma smemorata, ingrata. C’era una vecchia canzone sui balocchi che la mamma non comprava al figlio perchè comprava soltanto profumi per sé. Finiva male, ma qualcuno ne godeva.

Uuuuuuuuuuhhhh, siiiii, mmmmmmmhhh!




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20 luglio 2006

Rocky Balboa, boa, boa, boa, boa, boa!

In qualche milza di Corso Umberto (Na) è già reperibile l’ultima fatica del pugile italoamericano, novello Ercole -si teme. La sunto brevissimamente. Rocky, sfondati i sessanta, a seguito d’indigestione di Viagra si scopre ringalluzzito in tutti i muscoli del corpo. Dunque, da assatanato di danaro e gloria qual è, decide di buttarsi nella mischia un’altra volta. Ecco. Già pronto, inoltre, in cantiere il Rocky 7, dove il nostro eroe si troverà a boxare contro il gestore dell’ ospizio del Bronx: Micky Tagliauccello. Sarebbe ora di smetterla con quest’eternità: non vorrei che levasse all’emulazione qualcuno (,,).




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19 luglio 2006

maglia magliana

                                

A ridosso del mundial ho visto due film: I fatti della banda della magliana, di Daniele Costantini, e Romanzo Criminale, di Michele Placido. Entrambi liberamente ispirati alla faccenda. Entrambi liberamente gironzolanti su due opposti versanti, tant’è che, alla fine della sbandata, le idee mi si sono attorcigliate e ho meditato di farmi una capatina alla sede della Juventus –  abbaino. Il primo l’ho fittato per sbaglio mentre cercavo il secondo. Poi, la sera dopo, ho dovuto, mosso da curiosità, fittare il secondo. ‘Sta Magliana è un polipo. La terza sera poi, mosso da curiosità e confusione, avrei iniziato le indagini per conto mio, va a fidarti dei registi! Però c’erano gli azzoorri, e la Toiccelanta. Così rimando le indagini e, per più motivi (esattamente due filoni di motivi), ho salva la vita. Annamo ai firme. Quello di Costantini, giunto dal teatro (Chiacchiere e sangue), è in posa, tanta prosa, lento ma gustoso, e col pregio pasoliniano di attenersi fedelmente alla parlata borgatara, bella, dialetto che suona forte. Però i personaggi si perdono in reciproci e spessi vaffanculo, e le idee, seppure originali ed economiche, non decollano proprio: mi manca la luce. L’altro, quello di Placido, spolverava belle musiche y songs, davvero, ma mica le ha scritte lui? Inoltre m’è parso così curato da risultare scontato, ricco e monotono: quei bravi ragazzotti pareva: i cuginetti sfigati dei grandi italamericani americani. Boccette d’inchiostro rosa, in più,  sulla pellicola, e storie d’amori improbabili fra ispettori e puttane. Che fegato noir mi viene! E animi scandagliati nella disperata ricerca di un Bene cristiano, e moscio, di una forzata lotta interiore. Però m’è piaciuto quando era spietato, Michele, nella scelta dei modi e dei tempi delle esecuzioni: non manca d’un certo pathos insigne, e non ce lo facevo così aspro. E m’è piaciuto per quel groviglio di tutto e niente che ti lascia addosso nei giorni successivi. Quasi lo rivedrei. Ma dura troppo, fuck-off. Certo, ripeto, le due storie sono liberamente sfiatate, alludono e contralludono, e fra loro cozzano, col risultato che o mi leggo qualche buona cosa (e a tal proposito ho scritto il post: s’accettano consigli), o mi tocca d’appellarmi all’unico uomo che, nei mass-media, può aiutarmi: Lucarelli, vestito di nero nella notte blù romana –magliana? .




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19 luglio 2006

Masculazzo

                                        

Sarà stato per quella decina scarsa d’esami che ho fatto, singhiozzando col culo, a Giurisprudenza prima della fuga a Lettere ma, io, in tutta e franca intimità di ‘sto blog, confesso che la legge, momentaneamente, è una branchia di un pesce che mi si palesa storta/o. Non posso che riderne, spesso. Una fresca sentenza della cassazione dice che costringere la propria moglie a pulire il pavimento di casa in ginocchio è un reato: significa senza dubbio umiliarla e vessarla. Ora, rendiamoci conto di cosa voglia dire: ecco, che vuoi dire, sentenza bella, neh? Io masculo italico che altro non sogno di cavarci dal matrimonio che un sano ruttare sulla schiena di mia moglie china a terra mentre ramazza alle prese con la salsa che ho, deliberatamente, sputato e le scacazzelle dei 14 figli che l’ho obbligata a sfornarmi per mandare avanti la filanda! ( affanno, pausa… poi lo so che è senza capo nì coda ma, tranquilli, provvedo ora:) Vuol forse dire che l’unico modo per non maltrattare e vessare la mia bella futura consorte (con- sorte, concatena di sciagura) è quello di tenerla ben dritta mentre ripulisce il pavimento? Io non so quali siano tecnicamente le facezie per le quali delle semplici faccende si rendano reatali (“di reato” si dice così? o si dice rettali?), ma so che se un giudice infila il verbo nel delicato tema della pulizia domestica non c’è maschio che non debba ribellarsi con un unico coro solidale. Ci studio un po’. Poi lo pubblico. Poi mi consegno al rogo.

Siamo appena nel 2006.

 

O’Munaciell’




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18 luglio 2006

cojonmayòr

                               

Basta col bonus bebè. E’ in arrivo un assegno per ogni nuovo nato fino alla maggior età

Lo dicevo che ‘sta Bindi c’aveva le palle.

Ops…




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18 luglio 2006

televizione

                                           

E’ finita pure l’era delle annunciatrici in tv. Non che me ne stia nel cantuccio d’alabastro coloniale a rimpiangere l’occhiello di un talieur con un fiorellino secco, né la permanente dorata, né la ruga abbottonata nella forma di cellofàn delle vecchie annunciatrici di quando l’Italia pensava che la minigonna fosse un difetto di fabbrica, dovuto ai tentacoli del diavolo, o alla libido richiesta dai rockers-poppers d’oltreoceano. Sono il primo – casomai il secondo va’, dopo Boncompagni, ma solo perché mi precede di un bel botto – che alle prime sgambettate sugli sgabelli s’è rifatto gli occhi nella pelle esclamando bendicenze sulla progenie della tipa in questione. Però, che diamine, un fallimento totale. Ci siamo che la bellezza della gnocca acchiappi un telepassatore distratto, lo tenga fermo alla poltrona, con chiodi e frustini, ma poi? Lo spettatore s’aspetterà dell’altro, in fondo è da copione, in più l’invito a seguire i programmi della rete va a mignotte ancor prima dello spettatore. Disatteso è il pullulo del poltronito, diavolo se l’è! Che vuoi fa’, io quando becco la pechugona Foliero, per quanto casta abbia ricoperto i verdi pascoli, mi vien voglia di fittare un porno, altro che la nuova replica della vecchia serie della media-fiction.
Che per una volta, signorine buonasera, abbiate la bontà di leggervi bene il copione, e di portarlo affondo con coerenza – che so io? uno strip di sfuggita, una bretella che casca, una gonna in preda a folata di vento dionisina. Allora sì che lo spessore del ruolo sarebbe ben altro.




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17 luglio 2006

Quanti minitori?

                                      

Che da un qualsiasi gruppo d’ometti – fosse un G8 ben fornito, o una squadra di rugby neozelandese, o un circolo letterario, o pure un pollaio per soli galli – di cui sia membro il Bush dalle mani illordite a sangue si levi un qualunquissimo cessate il fuoco, a me, pare big fish, grossa balla, bolla di barba. Come pure starsene a meravigliarci sul perché uno stato – si legga Israel – trovi così semplice, così autoassolutamentereferenziale, così idoneo prendere tonnellate di morte e spargerle su un altro stato come si fa col parmigiano, è un ferloccarci sopra. Specie nell’ipotesi, alquanto tesi, in cui un Israel con quel caratteraccio, bizzoso, forte ed egoista, ce lo abbiamo messo noi occidentali, lì. Per chè? Per baluardo pro-islamico, per puntello, per cipiglio, per raffineria politica dell’area, per necessità di spazio e terra  pro capite. Capite: cioè: perché facesse esattamente quanto fa. La guerra è natura dell’uomo, sia chiaro. Sia favilla però che con l’età che l’uomo stesso ha raggiunto – chiamiamola vecchiaia senza timor d’ospizio – ogni energia, ogni vita, andrebbe benissimo calcolata. Non è moralità raggiunta, ma stupidità superata, discorso di numero e quantità, di fisico, di idiozia di cui rendere conto ai figli dei nostri figli. Quante sparse, today? Moltetroppe? Ebbene, quando un corpo – cento, pure – viene trucidato m’assale sempre un algido borbottìo, come di notte, come di morte. Ma m’immagino – non posso che farlo – come ci si senta a svegliarsi con la certezza che un fottuto razzo oggi cadrà, all’azzardo: né dove né quando ma cadrà: maledirei il mio paese Italia se bombardasse il sud dell’Albania dal quale icareggiassero fottuti razzi sul mio capo? Quanta credibilità ha, in questione, un occidente dal tono pacifintorio se giusto a un tiro di schioppo (di scud)  dalla zona aveva scatenato la burrasca per   s-o-s-p-e-t-t-o  d’armi di non so chè di massa? Un razzo Hezbollah a me pare un tantinello più d’un sospetto. Ma pure i fattacci di Gaza lo sono. Fatt’è che labirinto c’è, e Arianna non mi pare abbia la sottanella di Bush, né, purtroppo, il filo di bava dell’Onu.

 

O’ Munaciell’




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17 luglio 2006

formula uno

Boccheggio sperando l’invasione di pista.




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16 luglio 2006

Amoresperros

                   

Inarritu. Qui siamo di fronte a uno che sa fare quello che fa. Del “21 grammi” ha l’aria di fondo, quel peso di condanna e d’afflizione, qui più scatenato, più messicano. Del suo spezzone in “11 . 09 . 2001(“la luce di Dio ci guida o ci acceca?”) ha il grado, la spietà. All’incrocio stradale un incidente – fusione d’atomo – fa toccare tre e più vite. Il giovane Octavio che vuole scappare con la moglie del fratello violento; la modella Valeria cui s’infrange la vita oltre che la gamba; e un ex-professore, ex-guerrigliero, ora barbone e killer su commissione in cerca della figlia abbandonata. L’attimo dello scontro, la vita d’oggi vista come caotico ritornello: il regista scompone, stil libresco capitolario, libero di flettere il tempo, e lo manda alla rinfusa, ma sapiente. Dal basso – lotta per sopravvivere alla miseria d’economia – all’alto – lotta per sopravvivere alla miseria d’animo – c’ è il Messico che lui sente. Al fianco, sopra e sotto, in un cumularsi d’esagerazioni (fino alla pira infuocata, camposantiera) cani d’ogni razza e stoffa, e l’ amore del padrone, lungo quanto uno schizzo di piscio di cagna, pronto alla resa comoda non appena si presenta un ostacoluncolo qualsiasi. Il sapore dei condannati, man mano, è misto a quello dei carnefici. La pellicola avanza, un cerchio si stringe mentre altri danno l’idea d’essersi sì allargati che quasi li hai persi. Ma quello che si stringe trova piena collimata di destini: a sopravvivere sono gli assassini, cane e uomo, uomo e cane, o tutt’uno indissolubilmente incarniti. I derelitti lasciano il campo con le lacrime della sconfitta, ancor più amara perché s’è giocato sporco. Denti penzolano, labbra e lingue secche fuori dal proprio posto: le vene rotte alla gola segnano il paradosso caldo della morte. Amori cani, come aggettivo d’ogni amore. Cani amori, come aggettivo d’ogni cane, tradito poi: caterve d’amori insanguinati. Ma pure amori-cani, unico sostantivo, i cui confini semantici solo chi ha un cane può saggiare dopo aver visto il film. Amoresperros.
Leòn, bambolotto mio, che bel musetto che hai.

 

O’Munaciell




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16 luglio 2006

Medi-oriento: David ritorce



"Se il tuo gatto mi graffia ancora ti stacco un braccio!"




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14 luglio 2006

Questo Dunque

                                 

Questo blog, foglia in rete, inizia con leggerezza – folia – poi tende, legge di qualche fisica sdoppiata, ad espandersi come gas cipollinoanale. Una genovese, per l’appunto. Ingombra – non che sia dolore: questo caso mi lascerebbe libero e violento. Ingombra con letizia, attesa, cura soprattutto. Ma la cura è in fondo una perdita in vista del successivo. Quante cose si possono curare? Quante mani? Due cuori al massimo, un solo cerebro, un solo letto. Anche un blog? Le riflessioni della giornata, semplici intermezzi d’azioni, necessito d’acchiapparle, saldarle, per poi sottoporle alla tastiera che balbetta. E’ un affanno, a volte, onorare un appuntamento col superfluo, con l’esuberato dello scritto. Ha il retrogusto aspro della corsa. E c’è lo schifo di chi sgomita in vista di una zolla di sabbia vicino alla riva, che soffia un leggero vento, magari dalla Jugoslavia, sperando che arrivi presto il cargo coi tortini di anguilla. Foglia in rete, con linfa che pare sangue. Non ero preparato a questa ... questo animale, questa vita domestica che prende a sorrere fra fili, cavi, metalli nascosti e pregiati. Lo facevo semplice. Adesso vive, mi collega con interesse a gente mai ipotizzata che or ora assume cantucci in uno spazio – mò sì – ipotetico, avvertibile, chi avanti, chi dietro, chi più vicino, chi oltre il colle. Io ho indole eremitica, ma casco nella concupiscenza di gustarmi parole nuove, e sento che mi s’immola nel dovuto, nell’educazione. Non ho altra via, volendo continuare a curare la mia foglia, che cambiare regime. Dosarmi, e dosare lo spazio che offro all’edera e alle sue parenti rampicate, arroccate sul furto della confidenza e della “stanza dello scrittore”. Così sia.




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14 luglio 2006

Alice nel paese delle caravelle

                   

Ecco il nuovo mondo. Che stronzo, c’avevo creduto che era quello di Colombo! E invece no: fatta la frittata. In questo nuovo mondo si gioca a fare delle parole una flotta di caravelle, e come va il vento va la parola. Certo, come in ogni tempo, e in ogni mondo, c’è parole e parole: parole di moda, parole usate, lubrificate, scopate, e inflazionate. Questo mondo, che poi – paradosso di coppola di straminchia (a’ la Bolì) –  è quello della comunicazione di massa (massa di che?), vede accadere che una parola, una delle più antiche e stratrascritte – che c’ha le labbra sfatte come sessantenne meretrìx – è taciuta, storpiata, geneticamente modificata –volendo adeguarci al mondo. Guerra. Ora, o sono io che sono rimasto indietro e ancora penso che ci sia guerra quando due eserciti (dai fottuti nomi che vogliano) s’adoperano a trovare il modo migliore per scannarsi senza che nessuno dei propri (e qua voglio essere clemente) ci lasci le piume, oppure succede che questa cosa che ritenevo, errando chiaramente, guerra non sia più tale. A Gaza non c’è guerra? No? Bene. In Iraq no, è sicuro, lo si giura sulle palle di Bush, garanzia della più vecchia demoscrazzìa (democratica lo nacque, sta a vedere se lo crebbe, di certo lo credette). In Afganistan no, non c’è: la guerra lì è finita con Rambo III: l’abbiamo vinta. Ma allora… se non c’è guerra… c’è pace! C’è pace! E tutte le strette infantili alle fetide mani degli sconosciuti in chiesa, allora, valsero? Ma allora Dio c’è – citando i camionisti – ? O che forse il seme della parola (qui guerra, altrove, magari, lo stesso dio) se ne va scarrozzando a seconda della corrente d’oro biscromo? Corrente? Caravella!




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13 luglio 2006

chiudo

Refrigerio. Lo schermo di lampi arrostisce le mie carni. Il pensiero del blog, l’ossessione di una cura. La cortesia e le buone maniere buone, la coltivazione, l’animo sedentato, sedato? l’educazione alla civiltà, all’essere sociale. I coriandoli. L’aria è rarefatta dall’appunto, l’appuntamento, la corona di fiori sul capo della magnanimità, l’essere presenti, comunque, veggenti, curanti, ricambievoli, stucchevole abbraccio di teste inviste. Io sono un lupo che ha sbranato il branco, e questo non fa per me. Non capisco la folla, vortice di nero e d’alito. Non capisco più la maniacale tendenza allo scrutinio, foss’anche uno scrutare, foss’anche un ammirare. E’ una responsabilità? Dico, questa foglia mia in rete, lo è? Se sì, per chè? per chi? (La questione della destinazione è una gigantesca balla, più balla di me: “che accada quanto vogliono, per gli uomini, non è la cosa migliore” dice Eraclito… il mio destinatario è un fantasma che non conosce lingua, a cosa scrivergli?) Dubito, da qualche giorno, che lo sia per me.

 

Medito sulla pausa – refrigerio – dalle radiazioni, dal blog. Penso che, avendo già delle cosucce scritte, ne metterò una al giorno fino a esaurimento scorte. Poi cucù.

 




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13 luglio 2006

Prime

              

C’è cascato pure io. Minchia. Stavo leggerino, un po’ ammorbato, come sopravvissuto alla centrifuga con al posto del detersivo il sugo di una pasta e fagioli. E allora scelgo il dvd adatto, chè ricordavo la promozione.. pareva spigliato, tuttequivoco alla vecchia maniera. Invece no, solo maniera. Pensavo commedia con venuzze d’amore e lo trovo polpetta d’amore con schizzi morti di commedia. Ma dico, tu, benedetta Uma, dopo il putiferio del vecchio Bill ti invischi i bei piedoni nel miele potenziato? E la saggia Meryl Streep prova a reggere, fa il possibile, si torce le mascelle ma.. niente, ammorba. Che maniera! Stereotipi a non finire, go-go direbbe l’esperto che ha esperito i fatti esposti. Un artistoide che ha rapporto travagliato con l’arte sua, strano lo definisce Uma: grazialcazzo! Un ricco, bello, turbolente femminone che sguazza nell’ovoidale suo guardarsi dentro, fra sentimenti e risentimenti, con somma voglia di pene. Una New York caotica ma gentile, accorrete! , una New York in cui se lavori nel bel mondo non hai motivi per non essere giocondo. Bah! Certo, americano lo è nel dialogo, logorrea che chiede prestiti anali alla diarrea di lingua, ma poi si scafascia da sola, come sospeso sull’albero il cachisso. Immaginate un pentolone. Una brodaglia. L’assaggiate, è insipida. Ci buttate una manciata di ingredienti sicuri: le differenze culturali, e le intransigenze religiose, luoghi comuni ebraici (ebraisti) . Però niente, ancora insipida. Ci aggiungete un fegatello di madre-figlio, di quelli pesanti, menta e pecorino, gelosia e Edipo. La morale che s’insegue come fosse Cristo che di spalle scappa mentre fa un miracolo, pe’ ppiacere, a’ nazzare’,  fatte vede’ ! Niente, ancora scarso a gusto. Ci aggiungete anche un pensierino di colpa sulla differenza d’età, lei trentanovenne lui ventitreenne. E una spolverata di voglia di fuga del ragazzo, di disobbedienza alla cultura etnica, di sguardo obliquo da sognatore che se c’era Muccino non mi meravigliavo, ma sicuro m’ammazzavo. Ancora peggio, la zuppa non sapora. Allora tocco di genio (equivale al pizzico di zucchero nella salsa, a dire di Clemenza) : deontologia, rapporto medico-paziente, rapporto psicoterapeuta-psicopatico. Che già ‘sta deontologia è più cava della ricerca d’un dente fra gengive collose, figurarsi a farci una morale. Ecco la pecca grave del film: un enorme, testicolare, voluminoso desiderio di correttezza, d’anticonformismo conformato, proprio mentre lo si pubblicizza come scontroso capitello intrafamiliare. Due palle son poche a testimoniare. Gli unici guizzi sono i ricordi del protagonista, sognanti e impertinenti, con la nonna che si piglia a padellate in testa. Il resto è pappa molle, fianchi d’ oca obesa. E su tutto pesa la condanna di Tarantino, che fa ridicola la Uma con gli occhi gonfi e la bocca aperta in un altro, noioso, interminabile, nottambulo e deambulato manierato bacio d’amooaare.
Passatele una spada, prego.

 

O’ Munaciell’




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13 luglio 2006


                                       

Proclamo la resa ufficiale alla Jihad. M’impegno a trattare personalmente col capo-mastro della smorfia di San Gregorio Armeno allo scopo di proporgli la sostituzione, in disgrazia, dell’ 11 al 17.

Se tanto basta, battete un colpo!

 

...ooppss...

 




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Parliamoci chiaro. Questo blog non è un albergo né un giornale. Non è una carta, non è giornaliera né qualcosa da mangiare. Questo blog rappresenta l’offesa della tecnica all’uomo, e viceversa. Non è me, non è il munaciello che vi parla, non è me che vi dico, anche perché voi non esistete che in certe vecchie cartoline. Io e  te non esistiamo e, soprattutto, non coincidiamo. Quindi nel caso in cui tu avessi qualche soddisfazione da chiedermi per cose che ho detto o fatto a te o a qualsiasi tua parente di gradevole aspetto, non hai che da dadà darmi appuntamento domattina all’alba – facciamo alle cinque che prima delle cinque la gallina non fa l’uovo e posso mai duellare a stomaco vuoto? – dietro la chiesa abbattuta e sconsolata. Oppure mi chiedi con urgente violenza di rimuovere, ed io, che so intendere senza mercanteggiare, rimuorrò.

Stesso discorso vale per le immagini, le foto, e soprattutto per le cose che non capisci. E per quelle che non capisco io. Stesso discorso non vale invece per le sparatelle dei commentatori. Quindi altro discorso:



 

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