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'o munaciello


Diario


30 giugno 2006

Santi Pietro e Paolo.


Santi Pietro e Paolo. Ore 22, d’ieri. Hashish, debole. Prosecco d’esordio. Capirinha. Banana daiquiri. Brachetto, carni e formaggi. Un paio in doppio malto, quadruple razioni singole. Boom cocktail contr-gin, y vodka.
Ore 1.30. Trionfo di prosecco in clausura. Non chiude se non ulterior birra.

 

L’alcool nelle vene
è rogo di betoniera
e io carcerato
che sega sbarre col cazzo.

 

Ore 10, d’oggi, uno stomaco che è carnevale putrefatto, una mente che rincorre leggi di grammatiche iberiche facendo autostop fra percentuali d’acqua diminuite. La notte è passata calda e sveglia, quattro di spada, o di bastoni, carponi nel lago di sudore. Ore 12.32, qualche nebbia si dissolve, fanculo l’Iberia, un tramonto azzurro.




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29 giugno 2006


                        

(ANSA) - ROMA, 29 GIU - Bruno Vespa ha un rimedio contro le raccomandazioni in rai di vallette e showgirl: assumerle attraverso un concorso pubblico. Vespa su 'Panorama' precisa: 'Potremmo costruirci anche un programma e farlo meglio di quanto fa Ricci con le Veline di 'Striscia la notizia'. Una prima scrematura potrebbe riguardare la cultura generale. La laurea potrebbe essere titolo preferenziale, ancorche' non esclusivo. La conoscenza delle lingue anche. Ma alla fine l'esame pratico fa la differenza'.

 

Allora, buon vecchio giornalistone coi fiocchi e i controcazzi – a dir dell’auditeèll – ma non ti pare di essere arrivato tardi? C’è sempre un pizzico di moralismo da fare sulla cenere appena tiepida dell’ estratto vittoriale! Poi ‘sta benedetta laurea, che ancora non mi somiglia, me la vuoi scacare definitivamente? Vuoi essere l’ultima spallata che mi dice “ ‘sti cazzi, mo’ mi metto a vendere perline e sassolini marini e di notte scrivo le mie palate di zolfo, e chi s’è visto s’è visto”. Quanto a lingue non dubito che l’aspirante prescelta ne sia avvezza oltre che sciente.. ma è sull’esame pratico che mi caschi, tu, che sbrodoli le mani strofinandole, e che ti piazzeresti a super-camera-man, col mantello gessato e l’abbronzatura fulvia, e l’erezione cutanea di un paio di nei soffici come zebedei. Che poi, questa pratica, che l’ è?




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29 giugno 2006

architettura dello Stato

Il celebre architetto canadese Jacques Immanint Avraquette ha ammesso, in un intervista concessa alla rivista specialistica La vie est kross, di aver abbracciato un ambizioso progetto propostogli dal Governo italiano: “Massì, non c’è niente da nascondere – dice – stiamo, assieme ad un equipe italofrancese, lavorando ad un ampio piano di ammodernamento del palazzo di Montecitorio con particolare cura degli interni e con specifica attenzione alle nuove istanze più volte manifestate dai signori parlamentari italiani”.
Questo è il modello di sviluppo.

 




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28 giugno 2006

o' prufessore

                                                                                                 

Ieri, mentre Moggi lucertolava a Ballarò, e Pessotto, nel letto, si trovava le motivazioni da esporre a mezz’Italia non tanto sul suicidio quanto sull’aver coinvolto il sacerrimo rosario, altrove s’insegnava il tempo. O’ prufessore, Zinedine Zidane, al largo dei trenta accarezzava la palla come un amante fa coi liquidi dell’amata. Non c’è calcio, qui, è l’esatto punto in cui il corpo e la mente umana toccano – e non esagero – le remote lande che s’ attribuiscono, esatte o no, alla divinità, a quel principio primo e indefinito che sale a piacimento – dono dell’indole – tra il tempo e lo spazio, e li governa, i due, in anticipo sulla considerazione del moto fisico partendo a priori, dallo sfiato dello spirito. O’ prufessore si muove sulle gambe come un’ antilope, con la luce che gli taglia l’occhio e l’occhio che insegue la luce fino a superarla, col pensiero che costeggia le traiettorie spazio-temporali, e le attraversa, e sa, perché lo sa, come e dove e quando scende in Terra quella madama scalza e puttana che si chiama fantasia. Ma la sua madama non è la rozza e prepotente dea dieguita: la sua è donna bella, è santa senza sottana che le vedi le natiche e , sgomento, le scopri d’oro. Zidane, quando il sudore gli riga la faccia e gli sfiora la bocca stretta, è l’invasato di geometria, è colui che detiene il mistero delle giravolte, dell’azzardo che si muove, dell’equilibrio che danza su se stesso, delle pieghe della figura piana: è colui che quelle pieghe le tratta da pari a pari, senza umiliazione né alterigia, le tratta come il copriletto bacia il lenzuolo, e come il lenzuolo bacia me nel sonno. Poi smetterà, sta già smettendo. Qualcuno dice che è stato il più grande dai Novanta ad ora. Io so che lo è. Perché quando corre non lo fa per caso, così come quando ,ormai, cammina, chè se accelera l’erba del campo gli si scosta, gli fa largo, e il ronzìo della palla che rotola gli echeggia nella fronte mentre il prossimo tocco (esterno schiacciato, filtrante nel pertugio della persiana, lob caracollante sul capo del terzino, tiro a giro, tiro chiuso sul primo palo, quella veronica maestra, il petto che accuccia la sfera) squarcia ogni stadio e dice “facile, no?”. Ed i buffoni brasiliani vadano per circhi a sventolare i loro giochetti nuovi di zecca, con ancora la targhetta della nike. Qua, o’ prufessore, ragiona con la logica invisibile d’ ogni budda.

O' Munaciell




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27 giugno 2006

re riflessione ferendaria

                                 

Mi pareva ovvio che vincesse il no . Non che voglia essere aristocratico per forza – come potrei? mi chiedo con le pezze ai gomiti – ma c’è un segno che si tange, spesso, quasi sempre. Il segno è una sgommata che dice, raschiando pietruzze all’asfalto, che ogni qualvolta all’urne si recano in pochi la bilancia s’abbocca a sinistra. Quando invece a muoversi è la massa, s’abbocca di là –  che dirla destra è offensivo per chi davvero ci crede in certe idee. Ecco spiegata l’aristocrazia mia. Mo’: perché non se ne stanno a casa come hanno fatto ‘sto weekend? Perché, o dietro quali spintonate, alle politiche hanno sfidato il rumore metallico delle viti disoliate della propria coscienza nel segreto dell’urna? No, ovviamente non sono un fautore dell’alta partecipazione popolare alle chiamate. Chiaramente,  ma non solo, per i risultati. Ecco io credo – e loro ci si mettono d’impegno a non miscredermi – che la gran parte della nostra connazione abbia meritevolissimi pregi tecnico-industriali, straordinaria capacità di gestione dei cazzi propri, lodevole attitudine allo svago mondano, all’aperitivo, al baretto di classe che ci si va colla sciarpetta rosa d’inverno, o con la camicetta a quadrettini merlettati d’estate, ma quando si tratta di oliare quel paio di vitarelle della coscienza – o cervello – accadono i grossi patatracchi. A casa! Tutt’al più il mare vi concedo: slustratori di ciabatte ch’altro non siete! Però la buona fede mi sopravvive, e non credo, davvero non credo, che alle politiche certi voti in certi quartieri di Napoli – come altrove – siano stati acquistati – o venduti, a seconda del diretto del soldo – e che lo stesso soldo stavolta non sia stato speso per palesi ragioni di fondo al pozzo …  come non credo che la massa d’ignoranti non curanti  stia sempre all’uscio a farsi consigliare, per morale inferiorità, il voto dal dottore, dall’architetto, dal geologo geometra geologico. Ciò in cui credo è che le regole del gioco siano talmente disponibili da rendersi introvabili, indesiderabili. Ciò in cui credo è che, fin quando le questioni fondamentali dello Stato verranno trattate sotto le scorze rancide della carta sonante, non ci sarà interesse che tenga al cospetto dell’ Interesse.

 

O’ Munaciell’




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27 giugno 2006

cucchiando

Il cucchiaio, questo sconosciuto. D’inverno, odiando brodi e brodaglie a menocchè non stia guazzando per Praga – evento remoto –, prediligo la forchetta, c’appizzo il maccarone e ci arrotolo lo spaghetto, ci taglio il filetto – sì, io in pratica taglio di forchetta, non di coltello (pregio del genio d’o’ mmagnà). Ma d’estate, col bollore e l’anestetico del gelato, mi si prepotenta il cucchiaio. Cucchaio di cioccolato, di vaniglia, di caffè della famigerata coppa. Cucchiaio di gelato a frutta, cucchiaio di limone e fragola, cucchiaio di cocco, di banana… Da oggi – da ieri – cucchiaio di merda: mi sono improvvisamente reso conto di quanto il cucchiaio m’abbia, a dispetto della funzionalità, abboffato la gualla. Eppure sento, coi sensori del sottogamba, di essere in buona compagnìa: quanti italiani ieri, alle circa diciotto e quarantacinque, hanno pensato, tremblanti, a questo?

                                            




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27 giugno 2006


                  
Non mi unirò al pietoso requiem per  l’ orso,
pianto di gente cui lacrima il naso  al  primo
profilo  di  un  cane  o  brontolìo  di zanzara.
Insomma, quest’orso era  un concentrato  di
peli  e  cazzimma,  per  pecore  e pollai,   ma
quanti   wurstel   di   Bavarìa   escono   dalle
viscere di  un  solo pollo?  Nietzche,  tedesco,
diceva che qualsiasi cosa tocchino i Tedeschi
le tolgono civiltà. Ora, non  discuto la  civiltà
di  un orso,  ma  la  bestialità  di  un  tedesco.
Bùm, kapput!




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26 giugno 2006




[Allora Gesù prese il pane, lo spezzò, ne diede ai suoi discepoli e disse tutto l’ambarabàm che già si sa. Poi prese la fetta che aveva tenuto per sé, ci spalmò la marmellata e disse: “da oggi tu, pane, ti chiamerai donna, e l’acquolina nella bocca dell’uomo non ti guasterà, anzi, ne sarai ghiotta”. Poi prese la pietra e disse: “da oggi tu, pietra, ti chiamerai donna, e partorirai con gran dolore e col miraggio dell’orgasmo”. E a Pietro disse: “tu, Pietro, su questa pietra – donna – edificherai la tua chiesa, tu, Giovanni, edificherai la tua, tu, Ernestiele, edificherai la tua.. pure tu, Giangibello, edificherai la tua. Quindi tu, pietra – donna –, da oggi ti chiamerai puttana, e sarai santificata ai margini delle strade con lumini e voti volitivi”.]


 

Recenti ritrovamenti capovolgono, non solo in cronologìa, il senso dell’ultima cena, alla luce della scoperta che il vino fu versato, copioso, ben prima che il pane fosse spezzato. L’eminente vangelologo italo-noruego Hans Stoppeln Scappolicchio sostiene che la religione cristiana sia, dunque, almeno nella sostanza dei suoi rituali, il resoconto delle farneticazioni di un manipolo, ben guidato, di ragazzotti ubriachi, e aggiunge : “è stata la manipolazione successiva, da parte di chi vi ha preso parte, che ha tecnicamente fondato il Cristianesimo, facendo leva su un nutrito gruppo di anarcoinsurrezionalisti, che s’opponevano a Roma, e sulle insoddisfazioni della povera gente, oltrecchè delle donne ammiraggiate”. “Ciò non toglie – prosegue lo studioso – che, se si fosse applicato alla lettera il tramandato, una buona bevuta collettiva ad ogni cerimonia avrebbe reso grazie a qualunque dio e, soprattutto, a qualunque uomo o donna. Il guaio è che hanno voluto essere pignoli, pignoli e pesanti. Il senso dell’ultima cena è l’ubriacata. Viva l’uva, viva la vita, viva la figa!




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24 giugno 2006

naziona - lisca



Che poi, perdere, non è che ci fai il callo come a vincere. Foss’ anche una sfilata di complimenti per un bel deretano: la donnuncola si bea inizialmente, poi si smoscia, lo capisce che il culo oltre al caco (e al viceversa) non è che le raddrizzi la vita, valga il retto. A vincere t’annoi se non ci versi sudore e ghiaccio, come ogni cock-tail che si rispetti. Però perdere no, il callo ti si squaglia a bruciori intestinali, e più brucia più arroventa una fazione in cervelluzzo che gli dice : "mo’ lo strozzo". Stronzo! dove può l’economia non può manco un bel polpaccio, dice Vieri casereccio, o Gattuso in grugno e muso. Ah, moro Moreno, lievito di pastrocchia, se t’avessi avuto allora.. la conosci la capocchia … ? Allor sù, via quella spocchia, ti frantuzzo le ginocchia mentre pascoli da me con i ceci sacrestani pertugiantiti i molari.

L’educazione nostra, forse che per eccelsa ecclesìa, forse che per patria buceratezza, forse – chissà – per incompetezza, o incompattezza (chiedetelo a Sua Altezza) è d’anni volta alla sconfitta. O impari la legge del gomito o quella della pala, la pala per la fossa. Emigrare. Snazionare. Sdoganare il cervello in barattoli d’aceto, e passarlo così, con nonscialanza, ai confini litorali remoti. "Tua madre ce l’ha molto con me, perché sono sposato e in più canto, però canto bene e non so se tua madre sia altrettanto capace a vergognarsi di me". Dalla mamma alla stalla, dalla stalla alla stella fin sù, alla patria: "statti cheto, impara la ricetta del maccherone che poi il sughetto te lo da il patatruncolo dall’alto dei cieli". Io, italiano, mediocre. Io, italiano, mi rivolto nella bara, appiccico le unghie al pino, e le rompo della loro linfa rossa, io, italiano non reso.

Questo paese è paralitico, e una sedia di canapa è illegale, e le rotelle da paralisi le innaffiano di tivvù e spazzatura, mentre nella provincia della vecchia capitale la mondezza fa cataste di vesuvii ambulanti. Io, italiano, cresco con la puzza di lattuga e banana, mi piace, mi accorazza l’armatura della sconfitta. Le rotelle dell’omonima sedia, d’estate, sono le tracce del fottuto esame di maturità: l’Italia si paralizza, e boccheggia. Ungaretti, morto. Manzoni, giustamente morto di noia e incenso. Leopardi, soffocato da una gobba posizionata male: avesse avuto ben trenta centimetri di gobba altrove sarebbe stato un buon filosofo. Io, italiano, conosco le bande della mia bandiera: il verde è l’acqua del mediterraneo, il bianco è l’abito del prete, il rosso è l’ iride di Roberto Baggio che segna con la Nigeria. C’è un mago, un piduista o un pinguino, una mano d’occulto potere, che ha insegnato a credere che la bandiera, che la nazione, siano sinonimi del pallone. E mi piace, il pallone. Così, e perciò, la bandiera. Quindi forza Italia!!, e il culo del ladro d’archi d’Arcore possa cacare albicocche fradice fino al 2030, solo per aver versato pudore gratuito finanche sull’urlo, l’unicurlo, di una falange greca trapiantata e smemorata. Perciò salgo sulla balaustra e dichiaro che gli eserciti d’acqua, di terra e d’aria, sono pronti a puntare i piedi contro l’ultima sconfitta dei miei sogni di ragazzotto. Che il capo gli rotoli fra un palo e l’altro, e che un palo gli ricordi cosa vuol dire, tecnicamente, un "vaffanculo".

 

O’ Munaciell’




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23 giugno 2006

il referembum, sonata seriosa

                                           

1) Per quanto eterolissa sia l’anta di questa mia retinea tenda, mi chiedo, vossignori che tacete eppure la scheda la fletterete nell’apposito scomparto in cartòngesso, mi chiedo, perché mai, vossignori, dovrei votare . A parte che la parte, da cui do-manda giunge, mi pare – a parere cogitante personale – non meritare affatto la qualifica di parte – né di alcun suo diminutivo istitutario – per la natura sua becera e intrallazza, ma poi, mi chiedo, vossignori, se sia giusto nell’animo di un singolo cittadino avente diritto – e, potendoselo, foss’ io iddio, anche vendente tal diritto – dire  a siffatta sciaguraggine. Non che io mi voglia macchiarmi  di tracotanza, né d’ intransigenza, né di vittimenza – mas, flautolenza – però un sì, io, cari, non lo sibilerei mai di fronte alla partaccia che domanda. Ed è posizione, la mia, kamasutrana a tergo altrui sdolore. Mai. Nessun sì. Solo, e se fosse un cartònmovie degli ottanta, il sì lo fornirei alla richiesta di quel tocco rosso, altrimenti detto d’auto distruggenza. Ops, scappa lorsignori: flautolenza.

Ma volendo, ad’ ora, tralasciare la pertusa e sciavorrare la delicatio politicarum, ecco.. io.. m’ imbarazzo. Questa penisola dimenticata dalle Alpi, s’inschampa in mare a bandierina blù, e lì deterge la natica del ribollente macchinario che dell’ozono ha fatto tarlo per capello. Così, oggi, diremmo ad’ora, al mare non ci vado perché intendo muovere le masse – come Archimede a Siracusa disse, parlando di cloaca in cessi – e tali masse, Dio mi squassi, le intendo a muoverle a tanto no – che unico mi par solenne a dire legge alla partaccia.

2) Non profondo, poi, quel tondo, cupo e largo come un culo, il cui buco – semper bruco – vo’ scialando dal predente premierato forte assai che rivolvo in pre–emirato. Lo volesse, Berluscazzu, un tronino impertinente che d’un lustro a spolverarlo son due mani e una sborrata. Berluscazzu, mi consenta, se ne vada a dar… armenta. Ma non menta, ci consenta, questo è l’orlo, poi la tomba. (Non minaccio il Berluscaccio, ma è il paese liberario che addiventa carcerario).

3) Perquantinpiù mi aiuta a dire la scomunica globale che da anni, ahimè campali, zavorrando fa dei mari gli isolotti a braccia all’aria che scapestrano dai bar. Ossia, disoccupazione. Che la piaga sia ben nota non vuol dire che sia meno piaga solo perché la parola appaga e fin dove vaga, lì, appiana la scoscesa. No? Disoccupazione giovanile, minorile, mezzogiorno, fuori al bar, che è solo fuoco, braccia all’aria o aristocratiche conserte. E sigarette. No? E meno male che seicento sono leciti impiegati dallo Stato salariati, quasi a dire “parlamendo, vo’ dormendo ma stipendio!”. Io mi dico, che fortuna! Come a piover dalla luna, seicento in loro c’hanno un posto fisso e d’oro, certo con scadenza, ma anche il latte c’ha datanza, e la mucca (o la pecora, in par condicio di partuzze) mica sloggia dalla loggia dell’erbetta. No? E allora cosa fai, così, solo a snellire, o vuoi dir rimodernare, mi assicuri che dimezzi, come a farne una spartenza della grezza flautolenza? : Trecento dentro al legno parlatorio, trecento, eran giovani e forti... Gli altri fuori, sì, m’auguro magari al mare, forse sotto agli ombrelloni, o tutti sparsi alla Navona, co’ acquerello e limonona? Io non è che raziocinio, sia ben chiaro: la ragione l’ho persa al primo torto, al primo raggio di scolore che ha ratto ( che c’è? ) la nuvola. Però, un domani, la tasca destra e posteriore del mio bel cartòncalzone si dovrà gonfiar benone, trascurandone il livore, e siccome il gigolone per natura non m’è dato, devo fare a scampoloni con sembianza di mestiere – non che faccia il puttaniere! – inventarmi una ragione, reclamar volto al coglione, e chi vuoi che mi trovi a competere con ? Eh? Trecento deputati scalmanati? Non lo dico per virtù del paese, né per chiudere la piaga – disoccupazione, giovanile o servile, minorile, giangiorgile etc.. – ma solo per vizi – cazzi – miei: non votate si, che i trecento andanti via ce li troviamo, ben che vada protestanti sotto casa, mal che vada nei concorsi, a sputarsi e a fare a morsi.

No!

 

O’Munaciell’




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21 giugno 2006

post politico: se voti sì...



pre-emirato forte




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20 giugno 2006

Fettine di tango



Scena da ristorante
Germania, giugno 2006



Cameriere: vi serbo il dessert?

Clienti: messì, ce ne porti sei fette.




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20 giugno 2006

Niet Cole

Lei è bella, sì, ma  parecchio.  Ora si sposa  con un cantante country – tal Urban –  nella  loro  Australia, che  in  fondo è  un  pò un rodere a tutti noi maschietti che l'abbiamo vista crescere e far cazzate. Ti chiedi "ma una così. è lecito che faccia cazzate? Ma una così, non ha un' investitura celeste? Una qualche  missione?".      Matrimonio  cattolico,   chiesa  St.  Patrick –  che  a inglesismi è papale nel movimento – e poi, ipotesi, sbuffata di carni o chissà che. Ma non è il matrimonio il punto. E’ la sua faccia. C’era una volta Nicole Kidman, rossa, così celtica, capelli mossi, occhi che scendevano ai lati, piccoli, bocca piccola, rosa, cuore ribelle d’Irlanda in un film, che dentro, a dispetto dei  ghiacci  nella  pelle,  dentro  era  un  fuoco  di  birra e patate. S’è fatta il matrimonio col divo stupido. S’è fatta l’inferno di  Eyes  Wide  Shut… e ha chiuso gli occhi. L’ho ripresa   in   Dogville    che già c’aveva ‘ste fessure che s’ allungavano,  i  sopraccigl i che s’ arcuavano, gli zigomi che paventavano esplosioni. Insomma la  celtica s’ è plastificata, come  le belle vecchie patenti ora fatte bancomat. Tutte  uguali, senza  pieghe di  memoria né  macchie di regione. Così la Kidman – che certo a trovarsela fra le lenzuola non è che ci si spaventa, però. Così Nicole, che è bella e lo sarebbe stata  comunque, e lo era anche con la facciaccia di Virginia Woolf in The Hours, perché è donna bella nei polsi, Nicole, nei gomiti stretti. Ma perché quella faccia  da    dozzinaia ? Così hai voluto farti? Mi fermo qui: il resto, sui rifacimenti, lo scriverò senza di te, per devozione, più in là.
                      




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19 giugno 2006

merdusa


Berlusconi fa - "Il mio e' un appello a tutti gli italiani, ma in particolare ai moderati: andate a votare Si', per l'ammodernamento del Paese e anche per dare una lezione a questa sinistra che sta distruggendo tutto il nostro lavoro" - Quindi ammonisce - "Chi andra' al mare poi non potra' piu' lamentarsi.... "

Ma è una minaccia, cavalie'?
Ma che una medusa, al primo passetto in costa smeralda, ti s'attacchi al cazzo no?



Ah, dimenticavo, Berluscò sii bbell'




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18 giugno 2006

plof

Sbronzi Di Rio




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18 giugno 2006

gay pride



il gay pride è un atto di servilismo alla pubblica morale




in commento al dardo




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18 giugno 2006


 
           
                    

 
Questo detesto d'Italia. Quest' istinto, quest' indole di andare a mischiarsi alle cose basse, e la matematica della deriva. Come solfato di pane quotidiano.




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17 giugno 2006

il vittorione



il pappone reale






Trattasi di un medicinale. Si consiglia di leggere attentamente le avvertenze prima dell' uso. Tenere lontano dalla portata dei bambini, o tenere i bambini lontano dalla gittata dei casinò.


 




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16 giugno 2006

Arena bimoto


Lungissimo da me l’ antiamericanismo, sia chiaro quest’ismo. Loro ci hanno dato i peperoni, i pomodori, le patate, sì, Mike Bongiorno, i fuoristrada quelli grossi, il cinema – ah, no nonna? è dei francesi? – , vabbè però loro hanno fatto Hollywood, cioè il cinema più grosso, hanno fatto le città più grosse, le strade più larghe, c’hanno importato l’idea della villetta più grossa, del grattacielo più alto – ah, no? già nel medioevo lo facevano? Torre Degli Asinelli? Che dici, nonna? però gli americani avrebbero trovato un nome meno ridicolo, almeno, tipo Revenge, o Revenge Storm, o Desert Revenge, o Storm n’ stripes  –. Inoltre hanno fatto il rock and roll, l’hanno ballato, hanno vinto le guerre, le hanno anche iniziate a volte, però ci hanno liberato, e dopo ci hanno occupato sì, ma con intelligenza, di sottosuolo, poi hanno fatto la pizza... – aspetta, nonna... – ...la pizza coi peperoni e le acciughe e tutto assieme – così va bene? – poi il drive-in. Insomma ci hanno dato tanto. Però noi gli abbiamo dato tutto. No, non ardisco, nonna. Loro ci hanno dato gli optionals, noi tutta la carrozza. Gli Americani li hanno fatti, semplificando, gli Inglesi. Ma gli Inglesi, semplificando, l’hanno fatti un gruppo di Germani con un’ ovattata di cultura romana. I Romani. I Romani l’ha fatti Enea, no? Ed Enea, a mito, l’ha fatto Troia. Ecco qua: c’è sempre una troia all’inizio della storia. Ma cosa Romani senza Magna Grecia? E cioè senza Grecia? Da lì poi è solo un salto fino all’Asia Minore (Enea? de puta madre?). E in un nulla si va in Iraq. Ah! Il cerchio è chiuso. Ora gli Americani sono tornati a casa. E hanno trovato tutto il loro bel lignaggio di sanguerèd (redrum), e sono felici a perdibrache perché, laggiù, è il mondo della metafora. Della loro unica metafora. I calciatori statunitensi, a seguito del loro coach Bruce Arena, hanno minacciato di guerra quelli italiani, dicono che dal campo si uscirà o vivi o morti. Metafora. Dice che è vita o morte, guerra, in sintesi fra le due. Un uno a zero no? Per forza a sputar sangue volete l’uomo? Metafora, sì, ma fosse che stanno impazzendo metaforicamente? no, dico, seriamente: io mi preoccuperei fossi americano, metaforicamente. E’ tutto a scannarsi a parole e minacce, brucio la miccia, attizzo la ciccia, acciacco la tazza, azzoppo la faccia. Mo’ fanno la guerra in campo? Battaglia campale, direi se fossi nipote del latinorum. Invece mi ha figliato una metafora: sono cresciuto a nutella e Vietnam, vongolelle e Rambo se non Rocky (che resta, comunque, in metafora), però -esco un po’ di metafora- adesso che sono cresciuto – completivo – posso guardarla la partita con occhi in mimesi? O devo filtrare il sangue dal sudore?

Che poi, a pensarci meglio – anzi, bene, chè non lo spreco il meglio pensiero per il lignaggio – io sono libero quanto loro – : me l’hanno insegnata la libertà, con la statua – e dunque ‘sto Bruce Arena, e chi per lui, può dire quello che vuole, tutte le fesserie che vuole. Ma… dunque, è un fesso.

 




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16 giugno 2006



"Non conosco altra maniera di trattare i grandi
compiti  che  non  sia  il  gioco: fra i segni della
grandezza questo è un presupposto essenziale.
Una  minima  costrizione, l' aspetto  cupo, una
certa durezza nella voce, sono  tutti  argomenti
contro  un  uomo,  e  tanto  più  contro la  sua
opera! ... Non  è lecito avere i nervi ... C'è da
dir male anche di  chi  soffre per la solitudine -
io  ho  sempre  e  solamente  sofferto  per   la
moltitudine"
  Nicce




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15 giugno 2006

Amici: rane, ricci, tordi e mici

C’era una volta Brunone Pizzul. Un uomo asburgico, vino rosso e classe ottocentesca, vecchia scuola, voce di camaleonte. C’era tal Minà Gianni, amico dei potenti rinnegati, oppio di zeppola fra i denti. C’era, perfino (guarda come sono ridotto) il fulvio Biscardi, parodia del capello più che del giornalismo, ma parodia. Oggi, per voi, in diretta dalla Gallia: Marco Mazzocchi e la sua banda -la Magliana non sfigura. Marco Mazzocchi è un ranocchio isterico. Mi fa pena. Sente addosso, sulle spalle (o più giù, in rimona) un’ esigenza – tutt’ apparir acerrimo – di brillantezza. Lo vedi dalla faccia, dagli occhietti strabuzzati, da quanto gli brillano gli occhiali, e dalla plasticità, alquanto fissabile nel sogghigno, della boccuccia bionda. Lo vedi da quant’ è lucido, che vuole esserlo, brillante, più d’ogni altro. Cerca la battuta, a naso, è otorinironico: è malato, la cerca negli occhi dell’interlocutore, più segugio del bel Mentana. Poi cerca la risata, altrimenti l’invoglia, come il vento incanala l’onda, e come l’onda incloaca lo scarico del cesso. Il suo studiolo è un avanzo di discoteca anni ’80, sfigata e paninara, compresa di frequentatori: Collovati, riccio che parla male e non punge, Tardelli, che ha la boria di quel suo urlo finale. Sì, si noti bene, il finale ci sta tutto. Dopo l’urlo, Tardelli? Ad acchiappar Tordi. Dossena, che compete col precedente nelle disamine tecnicotattiche (che bell’: tecnicotattiche!), e ha sempre l’occhio moscio del micio. Adesso si è congiunto pure Beppe Signori, goleador mancino, all’unico mondiale terzino sinistro, giusto perché Maldini era troppo bello per correre troppo, come uno stallone di razza. A sfornare figli colombiani, Paolino. Lui no, Beppe Signor Signori, è mite, muto, si fa trattare e sfottere, infornare e servire col suo pizzo rosso. Non commenta, non rammenta. Manco rammenda! Ah, cara vecchia, mamma, cacca RAI. Attrezzata per bene. E pensare che la Germania sta a uno schioppo. Poi c’è una signorina bionda, quando la camera le passa davanti sparapanza gli occhi col terrore obbligato di sedurre: ogni tanto le dicono di sorridere (solito Mazzocchi!). E lei che fa? Come una bambina alla foto della prima comunione, stesso marasma d’odio e rossore, con in più un po’ di vezzo femminile donato dallo stucco fondotinta, lei sorride… smuove le labbra… slustra i denti… appizza gli zigomi… arrossisce… punta la lingua… guarda in camera… riflette le labbra… guarda Mazzocchi a dire “embè? finito lo strazio, ne stronzo?”… poi Mazzocchi, aria da piaccione romano incallito, co’ Trastevere negli occhi e il Colosseo nella mutanda, manda in onda un servizio: uno qualsiasi, per ridere… via con le mogli degli olandesi! via col cibo dei giapponesi! via coi panni stesi dei brasiliani, che al vento, i panni, ballano il samba!

Il giorno dopo il Ghana, una corona d’alloro si autoingroppano alla RAI , dicono che 21 milioni di Italiani hanno visto la partita, in tv, su rai 1, alle 21, e grazie ar cazzo - no? Come se la nazionale fosse la loro. E a pensarci bene sto atteggiamento l’hanno sempre avuto, ma un conto è Pizzul, che mi ci inchinavo al suo alito dondoloso, e un conto è sta maniata di giovani polletti da spiedare. L’ammettevo prima, quando mi davano le partite a ogni sbadiglio mio di noia, alle tre del pomeriggio – che faccio? non studio? partita, sì, poi alle sei la Francia, Zidane o’prufessor’ – allora sì, ci stava nello zoccolo il piedone possidente della RAI. Oggi no, please, levatevi dai coglioni, please, che col calcio non c’azzeccate niente a patto che non vogliate beccarvene 21 milioni e più, di calci in culo.

Ma poi mi rassereno, malinconia policroma che ho tinta l’anima: la mammina è un baraccone felliniano, si regge su fondamenta antiche e ossidate, su palate e a palate di merda secca raccomandata – segnalata? – , televisione nazionale almeno in questo, sì, lo è: la manifesta la nazione. E via col circo : Marco Mazzocchi è uno che deve far ridere, a quanto pare. Collovati deve far riflettere, a quanto pare, sull’ottusità degli angoli e dei calci d’angolo, e degli angoli di tivvù occupata – a parvenza d’ospite – perché non c’è nessun altro angolo di poltrona, né di campo, che un vecchio campione del mondo – che dovrebbe l’aria al pablito – può rivendicare. Compare pure Zingaretti, che è la logica della fiction: ora pensano davvero sia miracolosa, per gli ascolti, per i guadagni, per le spese. Ma pure per il calcio dato a Murdock? La valletta bionda, tale Licia, liscia e monolitica, deve far – non so – arrapare? distrarre? cosa? che vuole la bionda? vuole solo fare i muscoli alle labbra? a’ Marco Mazzo’, tu nun ne sai niente? Poi c’è Mazzola: deve far riflettere sulla vecchiaia, sulla morte sempre all’erta. Civoli non me ne parlate, lo confondo coi “ciculi”, quei pezzetti di grasso – credo – di maiale essiccato. Buoni al palato, ma la telecronaca? Infine c’è Tardelli, l’emblema. Tardelli deve far ricordare. Uomo al passato. E’ come se la corsa di quell’urlo l’abbia prodotto così avanti nel tempo che ora, per recuperare, è costretto a specchiarsi – spocchiarsi – nel passato:

Mamma cara cacca RAI, ma stessi morendo?




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15 giugno 2006

santo prima di subito

C’è questo Sant’Albano, un nome una faccia, che viene pescato a tirar su dai pantani la Juventus, italico alfiere or ora zavorra. E che dice: “Particolare attenzione sarà riservata alla definizione di un codice etico, che attraverso la determinazione di specifici criteri di comportamento e di un adeguato sistema sanzionatorio, costituisca il punto di riferimento per chiunque intrattenga relazioni con la Società”. Ora, fatemi capire, dobbiamo smettere la fede metafisica e abbracciare, pecorelle (con le loro ridotte varianti di posizione, a pecorelle a catinelle), abbracciare la fede psicosomatica? No, perché se mi metti un bamboccio io penserò, pecorella, all’animo candido del bamboccio, io italiano. Poi ‘sto santo albino introduce e definisce, in potenza o volenza, un codice etico? E anche il sistema sanzionatorio? Allora è un santo atipico, uno coi fiocchi, coll’aureola bianconera, laddove il nero però non venga letto negativa  mente. E a chi parla? Non dico il santo, che è chiaro che parla ai fedeli, ma il codice, a chi? A chiunque intrattenga relazioni con la Società. E’ un santo geniale. Abbozza riferimenti cronistici, allude a stigmate arbitrali. Genio. Con la faccia pulita da bamboccio. Chi ce lo ha messo lì, a testimonianza epifanica che il bene ha la faccia del bene e Moggi quella del diavolo?


Allora davvero ci pensano fedeli. Cioè ottusi.




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14 giugno 2006

Riserva?



E' appena il 43° e i Sauditi
vanno esaurendo l'energia.




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14 giugno 2006

CROMOSTORIA

le furie rosse



  
  








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14 giugno 2006

broken flowers

Se dico commedia a cosa pensi? Frizzi e lazzi, pazzi schiamazzi? Allora no, non dico. Jarmush, che fu dello straordinario e contaminato Gost Dog, se ne sta nel suo anfratto muto a voltare le pupille intorno, dentro, al mondo di segni, suoni, lacerazioni del vecchio Don Giovanni Murray. Forse ha un figlio, Don, seminato a gramigna in una passata fiamma, forse. Forse quel figlio lo sta cercando in road trip. Inizia un viaggio nel passato, con le sfaccettature della perdita e, al pari, dell’ assetto dell’ego. Il motore è l’amico afro Winston, novello Watson giallista, che gli studia la lettera anonima con fare sistematico, e che ha quasi cinque figli e un appagante impiego operaio che è uno splendore a vedersi. Vienvoglia. Trova pure spazio, Watson, per sfumacchiarsi una ‘ntecchia di canapa e dire alla figlia rogante : “macchè tabacco?! è solo un po’ d’erba… mai più tabacco”. 

Si parte. Donne, quattro, nelle cui sfere Don c’era solo passato, lo riaccolgono ciascuna a suo modo, ed ogni volta è come se si aprisse, per la maniacale cura degli interni, quell’incontaminato mondo femminile così singolo e vario e, aggiungo dagli occhi lenti di Murray, incompreso. Lo sfondo umorale è musica etiope, che ha le corde del cuore. I dialoghi si freddano. Il più lo dice l’immagine, il tempo e lo spazio che delicatamente si sfiorano fino al contatto della massima casereccia finale “la cosa più importante a cui posso aspirare è di essere presente nell’istante”. Vagamente buddista, si fa notare. Le donne poi. Uh, le donne! Fiori sfioriti dal tempo, eppur fragranti, complicate -donne- come il bocciolo della rosa -penso a Jessica Lange, mistico mistero. Compare anche una fioraia di scarso rilievo logistico ma d’enorme animo femina, cura, i fiori come il sangue dal sopracciglio. Cura, fresca, come un paio di gambe frugate all’aeroporto. S’ ingrana, a esilarare, una citazione di buoni venti minuti della (af)famigerata Lolita, che stupisce rosa e, finalmente, è là nuda e semplice, come fosse sempre stata così… come è sempre stata per chi l’ha amata. E’ lei, sì. Grazie, Jarmush. Ora viene il sospetto che il Don andrà incontro alle tentazioni dello scapolo: chi non s’accaserebbe nell’arena conteso da una figlia sedicennemente vischiosa e da una madre che è -inciso non da poco tant’è che nereggia- Sharon Stone? Invece no . E’ più sottile, Jarmush. Poco dozzinale. Ternale, direi. L’evoluzione narrativa, infatti, la segnano i vasti momenti di solitudine e gli stretti frangenti collettivi attorno a qualche sparuto pasto a tre: è lì che si forgia il personaggio, in una logica che si muove sulle precise distanze dagli oggetti, dal cibo, dal tavolo, e dalla conversazione, e in fondo, da quell’ alveo inespresso che è l’emozione computerizzata di uno che, in vestaglia e tuta, ha seminato derma e poc’altro. Si chiude dopo un incontro che avrebbe potuto essere quello giusto, quello col figlio presumibile. Si chiude dopo una scamerata circolare attorno alla faccia meravigliosamente parlante di Murray che, infine, pare aver compreso. Noi no. La paternità è lontana dallo spettatore: è, giustamente, intima. Però c’è un odore di speranza. Don Johnston scorge un altro figlio. Ci ricordiamo, inoltre, che quasi all’inizio ne aveva scorto un papabile altro, o aveva voluto scorgerlo. E allora è qui il chiodo. Mi si presti il martello. D’ora in poi non vedrà che figli: segno che l’altro è entrato nella sua vita a dispetto della denotazione. Il connotato, quello sì, conta, dice muto Don.
Vale.

 


O’ Munaciell’




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13 giugno 2006

Nicce Homo

                          

E’ passato più di un secolo, certo, denso denso, ma più di solo un secolo da quando fu scritto quanto segue, e ancora oggi qui si rantola a capa tosta per uno stato laico. Che poi dire stato laico è volerla dire grossa. In sostanza dello stato me ne sbatto il pazzo. Qua si gioca l’ambiente. E’ in gioco il dove camminare, il quale aria fiutare, e quale ara riempire. Parlo di me, e questo è grave, semanticamente grave. Ecco, siccome io della cosa pubblica (esteso, il pubblico, esteso) non so scrivere – dove il non sapere equivale, piuttosto, a un non habitus, a un’ atavica strafottenza, a dire: come posso sciorinare verbi simmetrici se ho il ghigno sulle labbra? Mai visto uno che ridendo e sparlando e segandosi ti spiega Pitagora? – siccome, dicevo, non ne ho mai scritto, farò riscrivere Lui, di tanto in tanto, Nicce – che, come con amore mi si introdusse, è l’apice. A ver.

[- sono stato capito? La scoperta della morale cristiana è un avvenimento che non ha uguali, una vera catastrofe. Chi può far luce su di essa quegli è una force majeure, un destino – spacca in due la storia dell’umanità. Si può vivere prima di lui o dopo di lui… il fulmine della verità ha colpito proprio ciò che prima stava in cima a tutto: chi comprende che cosa esso abbia distrutto guardi se gli resta ancora qualcosa fra le mani (…) Morale come vampirismo (…) Il concetto di “al di là”, di “mondo vero” inventati per svalutare l’unico mondo che esista – per non lasciare alla nostra realtà sulla terra alcun fine, alcuna ragione, alcun compito! Il concetto di “anima”, di “spirito” e infine anche di “anima immortale”, inventati per spregiare il corpo, per renderlo malato – “santo” –, per opporre una orribile incuria a tutte le cose che meritano di essere trattate con serietà nella vita, i problemi dell’alimentazione, dell’abitare, della dieta spirituale, della cura dei malati, della pulizia, del tempo che fa! Invece della salute la “salvezza dell’anima” – cioè una folie circulaire fra le convulsioni della penitenza e l’isteria della redenzione! Il concetto di “peccato” inventato insieme con gli opportuni strumenti di tortura, insieme col concetto di “libero arbitrio”, per confondere gli istinti e fare una seconda natura della diffidenza degli istinti! (…) Il non-poter-più-trovare-il-proprio-utile, l’autodistruzione, si è fatto il segno del valore in generale, del “dovere”, del “sacro”, del “divino” nell’uomo! Infine – ed è la cosa più tremenda – nel concetto dell’uomo buono si è preso il partito di tutto ciò che è debole, malato, malriuscito, sofferente-di-se-stesso, di tutto ciò che deve perire – si è invertita la legge della selezione, si è fatto un ideale di ciò che contraddice l’uomo fiero e benriuscito, colui che dice sì, che è certo dell’avvenire, che è garante dell’avvenire, - questi ormai viene chiamato il malvagio… E tutto questo fu creduto come la morale! – Sono stato capito? – Dioniso contro il Crocifisso…]

 Dioniso e Crocifisso… guardo il papa, oggi, il fasto moribondo che mai esala l’ultimo, i ragazzini tristi al catechismo – che ricordi al cilicio, mi risvegliano! Dunque Nicce ha perso, Dioniso pure. L’umanità non l’ha spaccata lui, il protagonista è ancora – Cristo, stavo per dire ma.. – Pietro. Nicce no, non ce l’ha fatta, troppo alto, troppo aristos, avrebbe dovuto pigliar forcone e uncino per spaccare l’umanità. Finanche Hitler -si può?- lo ha chiuso. Niente Dioniso. E’ stato quello schiamazzo che ha falcidiato le gioventù europee nel novecento, quelle ecatombe in serie, quelle fabbriche di osanna nere. La reazione all’orrore è stata la comoda, rinfanciullente, decarepellente croce. Ma oggi, dico, che le gioventù crescono sane nel corpo, con mammelle da yogurt che si gonfiano a puledrate già dai dieci, e i muscoli dei maschietti che sfidano, per massa, i caldi e i freddi, è forse, oggi, il tempo di aprire la testa?
Io, nel calderone, ci butto questo. Tu?




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13 giugno 2006

Deutschland



LA  NONA??

lA QUINTA!




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12 giugno 2006

Grillo a cantar





Lui
 ha scritto : "Grillo stasera tifa contro l'Italia,
per il Ghana. Qualcosa mi dice che nella prossima
partita non tiferà contro l'Italia, per gli Stati Uniti
"

Io mi chiedo: allora, con la Repubblica Cieca,
per accomodare, deciderà di non vedersela?







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12 giugno 2006


In  termini  teologici – statemi  ad  ascoltare,
perché  parlo  di  rado  in  veste  di  teologo –
fu  Dio  stesso che  alla  fine della giornata di
lavoro si mise sotto l’albero della conoscenza
 in  forma  di  serpente :  si  ristorava in quel
modo  dall’ essere  Dio …  Tutto  quello  che
aveva fatto era troppo bello.
Il diavolo è soltanto l’ozio di Dio, ogni settimo
 giorno…




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11 giugno 2006




equidistante
molecolare
d’acqua d’aroma
 
istinto
perduto
irrama
piviali
 
cogli la brezza
madre
solcante fiumane
sfilate mani
 
bagnami
nel sapore d’orco

che’ il mio
sangue
di nube in nube
è terra ocra









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Parliamoci chiaro. Questo blog non è un albergo né un giornale. Non è una carta, non è giornaliera né qualcosa da mangiare. Questo blog rappresenta l’offesa della tecnica all’uomo, e viceversa. Non è me, non è il munaciello che vi parla, non è me che vi dico, anche perché voi non esistete che in certe vecchie cartoline. Io e  te non esistiamo e, soprattutto, non coincidiamo. Quindi nel caso in cui tu avessi qualche soddisfazione da chiedermi per cose che ho detto o fatto a te o a qualsiasi tua parente di gradevole aspetto, non hai che da dadà darmi appuntamento domattina all’alba – facciamo alle cinque che prima delle cinque la gallina non fa l’uovo e posso mai duellare a stomaco vuoto? – dietro la chiesa abbattuta e sconsolata. Oppure mi chiedi con urgente violenza di rimuovere, ed io, che so intendere senza mercanteggiare, rimuorrò.

Stesso discorso vale per le immagini, le foto, e soprattutto per le cose che non capisci. E per quelle che non capisco io. Stesso discorso non vale invece per le sparatelle dei commentatori. Quindi altro discorso:



 

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