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Diario


30 aprile 2006

Talloni al tallo

Con la gentile collaborazione di zeggio ( www.boggerperfecto.ilcannocchiale.it ) ecco fantacucina: la cucina del futuro.

Alle sogliole del nuovo millennio la mucca è pazza, il pollo è aviariato, il maiale … cazzo,  il maiale è pur sempre un porco!… cosa mangerà l’uomo che verrà? Qui pronta la risposta.

 

 

Prepariamo oggi: TALLONI  AI  TALLI                                                      

 

Prendete un calciatore, uno scarso ma bello, uno molto “in”, molto trendy, di quelli con la Porsche e i capelli nell’elastico (o viceversa), mozzategli di netto i piedi e bolliteli a lungo.

Quando la carne sarà morbida, e viscida, con un coltellino recidete il tallone all’altezza del tendine, e mettete in padella con un goccio di bromuro e tanto pepe punico.

Solo quando i talloni avranno assorbito il bromuro versate in padella un chilo di gorgonzola, che ci si consola.

A parte, dopo aver appartato i talloni in una parte appartata umida e  asciutta, scuoiate 400 gr. di talli toscani, i migliori in circolazione. Aprite il bulbo all’altezza del poldo, e imbottite di scaffegne altoatesine e chiocciolette speziate. Infornate lontano dalla portata dei bambini.

Trascorso un quarto di vino unite i talli, ancor fumanti, ai talloni, in un tegame di argilla toscana, la migliore argilla. Lasciate a riposare bene per mezz’ora… riposare sì, anche bene, ma evitate che prendano sonno, perché il tallone al tallo è un piatto che va servito conscio.

Innaffiate il tutto con due dita di noce, ed è pronto per la tavola : “puo’ andar di fronte al re” dice la nonna Maria.

Piatto semplice, buono e nutriente, ma soprattutto sano.

 

L’unico inconveniente può essere il rimborso che la società del calciatore vi chiederà per avergli troncato i piedi, perciò vi occorrerà un’ottima cernita per individuarne uno così scarso che l’assenza di piedi non ne comprometta le prestazioni (suggerirei Martins).

Altro problema è la riluttanza del calciatore. Ma parlategli di Achille, capirà senz’altro.

 

Buon appetito.




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29 aprile 2006

AL MASSIMO



C’è in giro gente che, ogni tanto, spolvera dalla mensola della comodità una porcellana Capodimonte e, col ghigno facilone del critico premonitore e lungimirante, fa : “eccolo, questo qui è il nuovo Troisi”. Come se non aspettassero altro che l’oblìo, la sostituzione, una messa a posto di coscienza, un “dai, non siamo soli, ce n’è un altro”. Come se quello vero, Massimo, sia in qualche modo vecchio. Io dico bene pubblicizzare, sì, ma non scherziamo con l’arte, quella sottile, quella fatta di crepe e balbuzie, quella sincera come foglia d’alloro. Quella vera. Siani sarà Siani. Mai, dico mai, Troisi. E con tutto l’augurio campanilistico di questo piccolo mondo al massimo sarà un buon Siani. Ma cosa Troisi? Poi la vista è bene soggettivo, così come il riso, e ciascuno scorge pagliuzze in culo agli asini come meglio ritiene. Ma lasciamo stare le aquile alle loro altitudini disossigenate, che inebriano di verità soavi più di quelle che percepirebbe un qualsiasi povero Cristo schiodato lassù. Massimo era l’esatto dipinto della nostra faccia, arresa, grinzosa, pallida e rafferma, eppure ironica sopra ogni altro. Ed è da quell’unica dissacrante lente, fatta di vegetazioni e arbusti selvatici –ironia– che la voce, seppur rotta, s’infrangeva sui santi e sui guappi, sulle macchiette borghesi napoletane (che c’è di più odioso della borghesia laddove non v’è motivo storico che esista? forse solo una abbozzata e patetica coscienza borghese imitata al settentrione!), si infrangeva autocritica sulle braccia corte e viziose e fannullone dei figli dei lavoratori di provincia. No, dirLo comico è boccaccia, smorfia. Lui che prima dell’amico Benigni aveva affondato le corde nella scomposizione emotiva della poesia, e che solo un cuore debole, e solo il suo cuore debole, ha potuto rallentare più che arrestare.

La lacrima di Pierrot sulla maschera di Pulcinella. Il paradosso che sale come vapore dalla ovvietà del disagio. Napoli mi fu più chiara, la mia patria, dal suo facciotto riccio e squagliato. Con una risata che preannuncia se stessa solo a scapito del dramma dell’incomunicabilità, della condizione precaria di ogni giovane meridionale che trovi corrotto il suo mondo, e che nelle fitte mascherate familiari succhia midollo e vigore, sfottò e lettino di salvataggio, àncora maledetta che perpetua ancora il galleggìo sui flutti. Al secchio diceva “vieni, vieni qua, che ti costa?”. Solo riderci è metà, men che metà, dell’opera. Il comico, nel suo seno, si avvolge in fazzoletti unti di lacrime, e trapassa, metamorfosi di genio e litanìa, lisciando pezzi della tua pelle cardiaca che non sapevi d’avere. E finchè il riso si spanderà come una farfalla sulla sua bocca rigata e cattiva, non ci sarà nuovo che tenga al cospetto di un giullare triste che, del regno reciso delle due sicilie, disse più dei saggisti, e visse più dei saggi viaggiatori.




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28 aprile 2006

ultima cena Nassirya

Disgrazia, sì. Tragedia sì, imperdonabile. Costernati, siamo, come involtini barocchi di certe chiese. Eppure in Irak, se non mi è concessa la guerra, devo allora almeno parlare di guerriglia. Poca sorpresa se salta una camionetta, poco disagio. E non è cinismo, perché anche un cane iracheno lo sa che i soldati stranieri con i mitra in mano appaiono, volente o nolente, nemici che guazzabugliano con terra cielo e sottosuolo, e con fare piratesco.

L’Unione Sovietica, quella della grande armata rossa degli ‘Ottanta, ci ha sbattuto il grugno nella polvere e sulla dinamite e, checchè ne dicano gli investimenti americani più o meno segreti, e i fedaìììn e mujaidììììn, ci si è stracciata gli arti sul cuore duro di chi non cede con precisa e domestica volontà i suoi scarni e poco fertili pozzi di sabbia. Richiamano, da certi altoparlanti, la solita storia della resistenza all’occupazione. Riaccomunano, da qualche ottica sfasata per via di credi religiopolitici, il partigiano italiano e quello iracheno. Ben fatto, ben detto. Ma basta. Lingua all’ano e muti. Il partigiano agì per vendetta, al netto della teoria. E fu sacro che rabbrividisco a ogni piccolo Fenoglio. Ma, più in genere, la nostra italietta apriva porte e cosce agli invasori di mezza Europa, per secoli, con l’ atteggiamento guardingo e sfervorato di chi un tempo conobbe la ricchezza più limacciosa e che dunque, a ogni palesarsi di nuova signorìa (anche e soprattutto estera) trovava nascosta fra bossoli e archibugi la possibilità di cavarci un qualche soldo, un qualche capovolgimento di potere per sopravvivere ancora un po’ sbarbati e profumati, col tintinnìo del soldo nuovo, franco, ispanico o, pure, moro. Ma questa è un’altra storia, in medioriente, che non immaginiamo.

Questi altri la ricchezza la vivono diversa, e mai n’ebbero a berne di vini pregiati e ambrosie d’oro: la loro virtù patrimoniale è l’integrità della loro terra e, per quanto brulla sia, per quanto frolla resti, io, che non governo né i santissimi stati uniti dei miei coglioni né le millenarie (e direi eterne) demoscazzìe europee, arrivo a capire (addirittura io, cazzo!) arrivo a capire (again) che intendano difenderne la purezza a patto di buttarci il sangue. Non una sillaba in più, né un Allah di meno. Poca condanna ci resta contro il fondamentalismo che ne regge i pilastri: fummo noi gli artefici del gioco della summa veritas, noi che di Cristo facemmo a forza alfiere d’etica e, più ampio, di umanità. L’uomo è Cristo taglia fuori dalla categoria la maggior parte del globo. E allora qui riuniti a piangere sui morti che invadono, e, poco dopo, a penetrare i motori delle nostre macchinette col petrolio degli attentatori. Tutti assieme, io per primo nella mia seicento nero petrolio, che va piano e allora ce ne metto di più.

Ma, una domanda: se un restaurato califfato volesse esportarci in penisola il sistema dei califfi, così, per puro vezzo nazionalistico, per una moralissima e albina convinzione politica, cosa faremmo noi azzurri mosci? Ci faremmo saltare in aria accanto a una jeep, sotto a un cammello? Oppure stringeremmo amicizie e maneggi per vezzeggiare l’invadente e ricavarci la nostra raziocina di kus-kus?

 

Bravi. Il nostro Credo è la panza, perciò tanto amiamo l’ultima cena: chè si muore sazi.




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28 aprile 2006

telewerther

Ieri in tv sceneggiate romane. Come un elettrodomestico smuove istinto suicida? Ah, fossi discepolo Jacopo, o mastro Werther, scoverei il covato!




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27 aprile 2006

il grandissimo fratello tuo

Cosa cosa? Maddai, non scherzare! Ma che davvero dici? Stasera c'è la finale del Grande Fratello 6? E gli altri quattro? Vuol dire che me li sono già persi? Allora adesso mi organizzo così: chiamo subito i miei 327 amici "ragazzi, armati di birre e pizze, e giù veloci a casa mia!". Poi ci piazziamo davanti alla tv, anzi, magari chiamo quel mio amico ricettatore, Filuccio, del Pallonetto di Santa Lucia, e mi compro di terza quarta mano una bella mega televisione al plasma vesuviano, di quelli che bollono ancora dalla lava. Voglio vederli in faccia questi nuovi profeti di questo nuovo squarcio di millennio... in faccia... in faccia, no, cosa pensi? no, senza sputargli!
Dice che c'è un nipote di un piduista; poi un pugile coatto che si fida di Padre Pio, e ce l'ha sul braccio; e un romano dal cuore che sbrodola. Questi sono i giovani italiani, sì. Sì? Maddai. Allora rettifico tutto. Tutti davanti alla tv, sì, poi ordiniamo pizze supplementari e polli tailandesi allo spiedo, poi anatre imbottite di marocchino, tozzi di pane raffermo e inzuppato nel latte, tonnellate di patatine fritte, al forno, alla campagnola. Caviale, a carriole. Banane in cesti, a carriole. Ci prepariamo la grande abbuffata, stile Marco Ferreri, davanti allo schermo. E se lo stomaco non scoppia, e se il culo non scacazza tutto l'intestino, allora ce la piazzo io una bella carica al tritolo nel mio salotto (della stessa qualità che piazzerei sotto cinecittà, di giovedì).
Tre, due, uno
BOOM

e mi chiedo cosa farà l'Italia




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27 aprile 2006

ANTISEMITI D'OGGI

Bruciano le bandiere d’Israele? Manco un giro di lancetta che già s’alzano i vibranti cori di protesta, che sono incivili, che sono fascisti, che sono pericolosamente pericolosi. Ma non è che sono solo stupidi, o quantomeno non pienamente sviluppati d'endocerebro? Almeno non ancora? Pensiamoci bene, io non ci dormo la notte: ai miei sudici sedici anni c’erano quelle allegrotte fiorde di ragazzini più grandi, rannuvolati da figa, che avevano l’arma segreta: una palla di stoffa bianca a intervalli e puntini neri, avvolta al collo in evidente mancanza di calore apportato. Mistero della fede. Dopo seppi che la usavano in Palestina (i palestinesi, chiaro) davanti al muso per buttare sassi e compagnìa bella. Eh? ‘Cazzo c’entra con l’Italia? Adesso gli bruciano direttamente la bandiera, a Israele. E dovremmo meravigliarcene? Ma non lo si vede che i toni sono inaspriti? Ma che forse nella promessa di fango ancora si limitano al sasso? O piuttosto, invece, s’inculano la cintura di tritolo? E in Irak ancora ci limitiamo a embargarli? O piuttosto lo stiamo di fatto calpestando il loro suolo dinoccolato e perciò irrimediabilmente sacro? E continuando ad ammettere che i ragazzetti filopalestinesi (antisemiti equivale in questo rigo) lo siano per pura inerzia culturale (o, peggio, controculturale) dove un bardo rosso più una smorfia all’ebreo è uguale all’altrui cazzo, questo se le piglia le sue belle posizioni! La storia va così. Un errore ne chiama un altro. I toni s’infittiscono a spirale. Nella marmaglia che ci passa sotto le dita, in questo mondo, il fuocherello di una stoffa bianca e azzurra è solletico nelle orecchie. Nel novantanove virgola cips per cento dei casi gli snaturati che appiccano i falò razziali non sanno un cazzo d’Israele, di ciò che ha patito, di come è nato, di quanto ha preteso. O, peggio, non sanno che ciò che certi stupidi anfratti propagandistici salmoneggiano senza critica: Israele l’hanno rubato agli arabi, gli arabi c’erano prima etc… Cosa rispondere? Stupidi! Ancora prima c’erano gli ebrei!? E allora risaliamo a ritroso fino a Noè? E ci studiamo la sua discendenza per fare il mondo come scrisse il bibbiografo? Non siate ottusi. E’altrove che c’è pericolo. Lasciamogli bruciare ciò che vogliono ai giovuncoli d’oggi, col loro linguaggio, con la bestemmia rivoltosa del tempo che gli compete. E’ altrove il pericolo. E’ nelle tonte amministrazioni occidentali (decadenti equivale in questo giro) che sfinano e sfinano e setacciano e vagliano nuove minacce e nuovi attacchi, e spostano più in là la soglia del concesso, legittimando non solo i giovani abbindolabili a nuove proteste e provocazioni (da stupirsi? o da stupidirsi?) ma, cosa ben più lacerante, contribuendo, fuor di dubbio, alle ascese dei movimenti astropolitici più estremistici in giro per il mediterraneo, così, come funghetti spensierati, uno su una costa, uno sull’altra, che si ammirano e si specchiano l’un l’altro, guidati da opportunisti e populisti che si chiedono ma come cazz hanno fatto a farmi eleggere? O si rallenta. O si rallenta per sempre.




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26 aprile 2006

Reso conto tulipano

E’ uscita dal materasso di nuvole, Amsterdam, distesa fra guanciali di canali come una venere scosciata, mentre raschiavano le ruote dell’aereo. Fotografia grigia, l’aria. Ovunque livida e respirosa, sui mattoni argilla dei palazzi, sulle piastre pallide e bianche dei colonnati, sulle foglie vigili di rami grezzi e avoriati. Livida e consueta l’aria, punta a frangenti cardiaci da canali che alitano vento.

Impasto spongiforme è il suo abitato, nero dai capelli crinosi, giallo a migliaia di cinesi con proporzioni bibliche e rispettose, biancobiondo sulle teste storiche a due metri d’altezza, donne e uomini d’altra taglia, e noi a confonderci solo con gli spagnoli: voce alta, gesti chiasso-tici.

Il coffee shop è un riparo, un’aiuola di candele e ombra rubata alle rotaie dei tram esatti, dove crucci multietnici respirano in pace le ampolle della rilassatezza, shh… sssshhh… magari un tè, un cappuccino sciacquato nel latte delle mucche larghe. Una Heineken, tradita in verde con parola lunga.

Le vetrine scivolano in vicoli psichedelici, contornate da file rosse e uomini ludici. Non dista da certi conici vicoli napoletani, dimora d’ansia e virtù. Ansia se il manipolo di neri grossi ti invita a coca ed extasy. Virtù se gli occhi cadono paralleli dove la luce rossa svampa in neri e pubici oblii. Voglia postmoderna è l’interno seminudo delle donne antiche e meravigliose; una frusta in pelle si rende serpente in risveglio sonagliato, e un’ infermiera sollazza un lettino, attori entrambi. Fuori scorrono uomini a grappoli di bava eutanasiaca: che ognuno scelga la propria morte, che ognuno miracoli la propria eternazione!

L’Olanda latita sotto il paese dei balocchi, sotto il manto fumogeno della soddisfazione d’ogni. Il palato lo sedano le cucine della terra e le caramelle ai colori vorticosi dei tulipani, il ventre sgocciola in canali sterilizzati, la mente te la succhia la stasi delle nuvole e di quel sole che immagini socchiuso, dietro il materasso, in ebetismo postorgasmico.

L’Olanda recita più dalle case che dalle persone. Dalle finestre più che dalle biciclette (autorità, le biciclette, autorità autoctona e precedenziale). Dalle tende aperte più che dalle consonanti germaniche. Dagli squarci vuoti spiati alle case più che dagli odori di balsami e negozi. Dalla cipolla, dal burro sedativo. Questa città che incanta con tutta bellezza agli angoli, i più celati, è un sostrato di cedimento, un’ Europa che cede al mondo la sua frenata e frangibile anzianità, la dona agli arabi sacrali e mesti, agli asiatici imperatori di frenesia e di dollari, agli altri europei strabuzzati, all’ Africa mite e madre, e ai suoi sogni d’elefanti e percussioni.

Amsterdam è un lenzuolo. Un lenzuolo per fantasmi senza alcun fantasma dentro. Le manca l’anima, la rottura, il graffio. Ma basta la sua pelle a renderti umano perché ubriaco, ubriaco perché amante, amante perché vuoto. E’ una dama troppo bella per versare lacrima ma troppo precisa per sorridere. Troppo candida per denudarsi ma troppo sgualdrina per mostrarti l’utero. E le sue gambe aperte, lenzuolo secco, profumano di rito. Non di vita.




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19 aprile 2006

CASSAZSTERDAM

                                                    

Alle 17 qualcuno si riunisce con qualcun altro, gente che viene da lontano, invisibile, in viso bile. Giacca e cravatta orpello d’ottocentesco fringuello. Cassazione? ‘Cazzo è? L’ortolano stamattina mi ha detto che è roba grossa: cassazziò, diceva. La signora De Fiaschis, ovattata in permanenti rombanti, pensa -quantomeno- che suo cugino ce la faccia lì a Roma, non è detto, non è detto ancora, non si sa mai, la legge è complicata, i voti sono complessati, dice con un dito nel caffè. La nostra penisola, non si sa mai, dico. Sgrammatizzavo con l’ortolano imitando un qualunque Robinson perché, anche qui è lecito, non si sa mai. Faccia di bue abbandonerà la poltrona, dice Nello il barista, ma chissà quante altre lo aspettano. Poltrone o donne? Non si sa, no. Quanti conti da contare, quanti gozzi da sgozzare. Dice che si è rappezzato il bulbo perché Veronica rincorre i maschiacci per strada, gli pizzica le natiche pensando ai capelli. Non si sa mai, è geloso, non si sa mai, qua è il paese dell’omertà. Poi dicono la mafia come fosse bolla papale. Si, sgrammatizzo, fanculo le commissioni manzoniane e il fiorentino che bestemmio. E le commissioni cassazionali, e quelle nazionali. La testa mi esplode di canzoni e cassazioni: dovrei imparare le leggi delle chitarre e occupare due metri quadri a Montecitorio per cantarne quattro, cappellino d’elemosina, cappello retorico. Re al crepuscolo, faccia di bue. Se poi regna l’altro è a posto. Con gli amici intendo. E’ una bella figura in Europa, da imitare col veleggio delle guanciotte e della parlata a Don Abbondio, temerario quando mi aspira le vocali come un vibratore aspira corpo terso.

Ma stanotte, nonostante la cassazione faccia bene il suo lavoro -insomma, però non è che si sa.. non si sa mai- dormirò sogni claustrofobici e mosconi d’altura. L’aereo mi ingombra, fa ombra sulle mie antennucce percettive. Le pareti si chiuderanno domattina, così i vetri. Poi i motori, con sibili inaffidabili. Dovrò necessariamente vestire tonache di coerenza, lì non si cambia idea, questo si sa sempre. Il mondo s’inclina, la nuvola ingurgita, il cielo si fa mio, e ruttano i motori. E a quest’ora sarò ad Amsterdam già da un’ora. Inutile il coffee shop, no? Fammi guardare se è possibile. Voglio scoprire l’arcano, la mercanzia dell’esplosione solare quando mi si fa ritagliare una somma di serenità urbana: sono convinto che un po’ di libertà faccia bene al paese. Ma il paese no. Vuole le manette e il manganello. No, non è l’anno di Gadda, non Via Merulana. Ma poco changes. Siamo sciocchi senza giacca né riporto, noi che, pensando che Pisanu sia nato a Pisa, ci abbandoniamo alle mani di chi sa stringerle, per cordialità e intrallazzo. Suvvia, domani l’Olanda, i tulipani, gli zoccoletti, l’internazione, le vetrine -le avesse dipinte Van Gogh le leccherei!- e, nel fumo indiano, un ricordo sottile e bruciante come uno spicchio d’aglio…            cassazione  




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16 aprile 2006

inside man: la trentesima ora.

Dai promo non era altro che la solita baruffa di muscoli e sagacia, compressa in una lattina americanissima di coca. Ma lo sai che è Spike Lee, e in qualche posto deve esserci il suo cuore di cioccolato fondente.

Ecco, Spike, esce dal ghetto e si chiude nella banca, due diversi rifugi dell’amata New York. In teoria l’idea è geniale, la rapina è una boccata di fumo che più passa il tempo più pare attenuarsi, a non esserci più. Un barlume di collettività rende lecito il tutto, e anche il gradimento del film, lecito intendo. La teoria. Nella pratica troneggia uno humor esasperato, spesso troppo sottile per un americano medio, di sicuro humor algebrico, che rientra nella formula per la riuscita del film teso ma divertente: è lo zucchero. Ma rasenta la casZsata siciliana! Molto bello il ruolo di Jodie Foster, Miss White. Nome dai lunghi strascichi e dagli inzozzati risvolti. Chiaramente è, in carne (pelle direi), l’america buona, quella bianca, facile a colludersi con i petrolglobuli dei Laden, e avvezza, per puttanesca natura, a sfogliare assegni e carte in cambio di ciò che l’Europa meridionale conobbe come “capera”, o mezzana, o una sporca Celestina moderna, professione imprecisata ma intrallazziera, affari oggi, affari. Bionda, fredda, bella, morta dentro signorina bianca, u.s.a. Poi c’è il vero cattivo, miliardario banchiere (non si accettano allusioni all’Italia) che per palesare il suo male deve affondare le mani a cunei di radici fino al nazismo: cattivo assai. Denzel cosa dire? La donna con cui ero al cinema, con la sintesi da evoluzione che è propria di quella specie (donna!), dice “è avviato sulle orme di Morgan Freeman”. Sacrosanto. E’avviato sulle mattonelle del cesso. La sua donna, di Denzel, invece s’imbeve nei luoghi comuni del noir, esce lei e parte il sassofono, lei sinuosa sul letto c’ha sempre la pelle bollente, ricoperta di miele cianuro e mele, m’immagino la sua vagina come un antro a tre teste e 59000 denti aguzzi tortellinanti. Via bella, e impugna il sax! Ha voluto camminare, Spike, in bilico fra il solito action movie e un più ampio e degno seguito, quanto a deragliamento creativo, della venticinquesima ora. Ma quest’ora qua è un po’ più fiacca, non lo sa ma saremo già alla trentesima. La baruffa cozza un po’con la sotterranea ribellione sociale, tesa al bene supremo, al risarcimento dei calpestati a scapito del cattivone di turno. E quel finale! E’mai possibile che ai film debba sempre concedersi di masturbarsi la fine. E s’allunga, s’accorcia, s’allunga, non finisce, non cede, come il piede del tavolo che stai segando. Poi finisce con un diamante, ariete del matrimonio, col patto sociale che si coagula attorno al furto “giusto”. M’è parso antico, Spike Lee, ma meno male che questo film lo ha fatto lui.






 




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15 aprile 2006

ARBEIT MACHT FREI




Il lavoro fa liberi. Il sudore fa docciabili, pulibili. Orsù, puliti. Cinquanta anni nani, a defribrare un paradosso intriso di reti spugnalliche, ovattarlo, al netto dello sproloquio, e dell’ aria fritta e uncinata. Cinquanta anni, dici? Sessanta? Ben altra è cifra, la conta dei tabù e dei riflessi ad angolo del fumo. Svastica che sale i cammini orientali della culla -mi lice? diplomo?- trabocca botti d’ottone e cielo, versando nervino di smeraldo: filamento monetario da erario stazionale. Indosso gas, dotto lo vesto, verde lo pigmento, fluido lo affollo alle ciminiere stolte della demoscrazzìa. Ed è tutto un parlatorio, evirato attore che assurge a mascolinità: Eunuco! E lo scrivo con la u, ultima diga della gola. Ultimo rantolo del campostolto. La vedo, sai, la vedo. Il lavoro fa liberi, l’ozio schiavi, dice. Cosa è evolto? Il mio ozio, o meccanica biella, è la volta tua celeste, la fine del tuo formicolo grigio capello, quello che riconosci morto dopo il parto, e per cui necessiti d’un maiuscolo Altro. Dio. E’ il mio ozio. E ci sfuggo la struttura glaccida del filo, verde, brillo, muto moneta, smanettàro millepiedi e sinefallo.




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14 aprile 2006

TORNA VESPA ALL' ALVEARE

Finite le elezioni , dove finite è più un augurio che descrizione d’atto, Vespa Bruno, calabrone di regime latinoamericano, dispiega le sue truppe da tempi cheti. Delitto Cogne. Ho i brividi nell’ombelico. Palombelli Barbara effonde nello studio i suoi profumi francesi da borghesotta molto molto molto molto molto acuta e intelligente, lungimirante, affascinante, charmante ,e tutto ciò che termina in -ante, che fa molto chic e borghesia proletaria… uno, due gioielli donati dal bel Rutello, le cosce accavallate a pensare che qualcuno glie le sbavi, da casa, dal televisore. E la sua cadenza romana semifintocelata: a’ Palombe’ vedi dove devi vola’. Poi c’è Bruno, criminologo Bruno, eracliteo Bruno, un uomo che sta sprofondando nei suoi cupi spalloni senza che nessuno dica “a”, un uomo che la sa lunghissima, su ogni fottuto cazzo del paese, su ogni fottuto culo, direi. La sa lunghissima ma non la dice, la sua lingua è costantemente coperta da qualche segreto professionale, qualche remora giurisdizionale. Scusami, Bruno, sono ignorante delle tue remore, non lo faccio apposta, ma m’irriti perché fai un lavoro stupendo e non ne parli! C’è Taormina, che era meglio quando ero piccolo e pensavo fosse una splendida macchia di mescla mediterranea in Sicilia. No, questo Taormina qua ha il naso che fiuta denaro e gloria, mi spaventa Taormina, è l’aquila americana, se fosse un attore farebbe il rimake del Dott. Strangelove di Kubrick, nel ruolo del dottore, ovvio. Ho il terrore di Taormina, ho il terrore che possa fiondarsi in casa mia e dire, rivolto alle telecamere di cui è devoto: “eccolo, è lui il mostro di Cogne!”. Ma poi, consentitemi, tutto il malumore mi passa: c’è Paolo Crepè (Crepet? Crepait? come cazzo si scrive quel nome dal sì’ dolce suono? mi ci perdo nel suo suono, dimentico le lettere!). E’ avvolto in un maglioncino viola, bimbo da allattare, e dà quel tocco di colore allo studio, quello sfiato di bellezza al camposanto. Sta muto, quasi, silenzioso perché bello: non credo che il David abbia mai detto il nome dell’assassino, né qualche altra cosa. Si sposta la ciocca a destra, carezza il baffo, se la sposta a sinistra, la ciocca, poi a destra, poi la massaggia, destra, sinistra, scavalla la gamba, poi l’altra, si sbieca nella sedia, si tocca la natica, pare che fa l’amore con se stesso!… questo sarebbe uno che deve curare, dietro compenso lautissimo chi, come lui e me, ha evidenti problemi psichici.

Finite le elezioni si riprende ufficialmente da Cogne, dal pigiama, dall’Annamaria che piagnucola: no! non rispetto, né dolore né sdegno: levatevi dai coglioni! Canale 5, chè il venditore Berlusconi mai fallisce: al Grande Fratello c’è uno che piange d’amore e parla come Totti, ma Totti tira bene, e segna.. Questo qui invece che cosa vuole da me? Mi manca l’aria.

Finite le elezioni? Ma è proprio sicuro? Dov’è la ressa ingiaccata di politici, vi prego, dai, ricontiamoli assieme questi voti! Non mi lasciate da solo con Taormina! Mamma mamma ho paura! no, tu che vuoi, chi ti conosce? tu vai da Rutelli!!




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13 aprile 2006

LA RIVOLTA DELLE MOGLI DELLA CAMORRA

Ci risiamo, corsi e ricorsi della nostra croce napoletana. Lo Stato becca l’intera famiglia Terracciano, Quartieri Spagnoli, e dopo, distanza d’attimi al portone della Questura, becca la rivolta delle mogli, delle figlie, delle donne della camorra. Ci risiamo, direi, ci ridiamo, ormai. Indignamoci. Vergognamoci. Sorprendiamoci, Dio vuole. E lo faccio per primo, da innamorato di questa mia città ballerina e prostituta che.. che guai a chi me la tocca. E tanto maggiore è lo sdegno quanto più sale l’amore, e quanto più evidente è la mano, unica padrona, che davvero la città me la tocca, le solleva la gonna come in un tram, la stringe in palmo e spreme sangue al porto di Vivaldi, e ai vicoli dei milioni di artisti mendicanti dimenticati fa sputare i denti e l’oro.

Ci risiamo. La Buonamici, faccia di farfalla e giacca asburgica, è stupita. Stupisciti. Stupiamoci che è facile. I poliziotti, in cicloni di chitemmuòrt e vafammòcc, spintonano al meglio l’argentato bracciale. I camorristi lanciano baci “a’gguapparia” dai loro coloriti bruni e viola. E le donne li raccolgono. Le riconosco, tute grigie e capelli gialli unti d’odio. Le stesse che sorpassano sui motorini cantando e maledicendo il semaforo rosso, poverino il semaforo, una vita tossica. Bocche di fuoco. Che vergogna la mia splendida patria. Eppure no, non è tutto lineare, non sempre la logica è cavallo retto dove l’ombra è più abbagliante della luce, dove la luce s’intimidisce al varco del primo ciclomotore triplicato, senza casco, all’insenatura del vicolo in salita.
Cosa la famiglia Terracciano? Chi la giudica? Senz’altro l’Italia ha le sue ragioni, che la ragione del quartiere non conosce. Non vorrei ripetere quanto detto su Provenzano, ma la coincidenza è lugubre e mi incalza. Siamo indignati quanto voi, quanto volete, ma l’occhio di chi parla è disincanto, assuefazione critica alla legge nascosta della strada. La verità è che spesso, amico che ti irriti meno di me pensandoti però baluardo di civiltà, l’unico governo che c’è in certi anfratti napoletani (come palermitani e tant’altr’…) , l’unica nazione, l’unico Stato, l’unica legge, è tramandata di famiglia in famiglia, di mortammazzato in muortaccis’, e non è legge preferita ad altre: purtroppo nasce sulle macerie e sulla povertà, sull’ignoranza e la mancanza di alternativa, sulla corsa al soldo, sull’occhio chiuso di certa politica accomodante (che poi ci sono le elezioni, e i clan portano i voti!). Qua nel disordine regna un’unica norma matematica: se lo Stato arretra solo di un pidocchio, la camorra avanza di tre zecche. E questa norma la scrivono i buchi nei muri e le vetrine incendiate di notte, negli stessi identici marciapiedi che di giorno la volante lampeggiata e bella (per carità, bella lo è) ispeziona a dovere, negli stessi incroci stradali dove sotto al sole mi s’alza una paletta bianca e rossa : “favorisca i documenti, prego”. “Certamente, prego, a lei brigadie’… però, sa, quello della macchina avanti non aveva le cinture… come non fa niente? stava al telefonino anche! come farmi i fatti miei? brigadie’ quello c’aveva una canna di fucile che spuntava dal finestrino posteriore! … ah, perciò!”

Ma che cazzo! Non si vede che con la camorra c’azzecco quanto il papa con Cristo?




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13 aprile 2006

MONOLOGO D'IPERURANIO.......................mezz'ora al munaciell'

                                                               Mattone infermo, giacenza dermatica scavalla le mie croste di sale e iodio. Riconcilio col mondo. Stanotte, parentesi di chimera nera e livida al pianeta scabro, sfoglia cellulare che zampilli gli argini e tremi a me, drenata, ti rapiscono le tue medesime lande, le cordigliere confinali. Riconcilio col mondo, miei sensi ronzii di belvedere, bendata questa corda bulbifera mutisce scogli ed altri rovi. Capisco ciò che voglio, intendo. Paro il neximo linguaggio da galassia, ritratto quella rosea fatua geometria da accumulo. E’ altro. Sono altro le mie peripezie, costano bile, mille ardori ed olii, mattoni infermi, caliptici involucri semantici, a suono batte suono, a filo anello, -ciclico, Baudelaire Eschilo- ipse dicit omerica mente, a giuntura scuote un cardine. Sabbia, inclemente. Secolata dagli umori d’uva -figliata concilia il mio mondo con l’altrui. A bramare, senza volta, senza tetto o periscopio, senza Michelangeli, prima d’ogni altra sulfurea gemma, assieme, ad essa, Odessa è femmina da asporto che offre menzogna in cambio di presenza. E giova. Gatto pardi Leo, nomini un cognome che null’altro -uomo- rumina.

 

Concilio il mondo alla mia rimozione.

Rugiada, fedele annuncio

di rima scraniata

molluschi alla palpebra

gladiosa, bolla latte gelida

                                costanza

sopra vivere

al pensato

è l’eterno

mio

(                            .                              )

 

Allora sì, lettore utopico dalle piastre letamaiche, giaci pure la tua bibbia nella tunica tuo legno nella sciabola nel grembo nel tuo utero tarlato. Supino e feroce. Supino e rotto.

In vece io

vado dove diavoli davanti vedo

per un respiro breve quanto il tuo sonno

e raccomando, raccolgo, febbricito macumbe a chi mi vive dentro.

Mescolo le lancette delle possibilità di un foglio intimo a divenire eretto, fra esistenti abulici,

fra macchie di colature stinte e autotrofe, fra lettere che calcano, fingono la vita, drammano la morte

e smagrano.

 

 

 

 

C.M.




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12 aprile 2006

COALIZIONE DA SILV-FFANY

Berlusconi al nemico comunista: “Mi consenta di consentirle una grande colazione, tal che si mangi tutti assieme”.

 




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12 aprile 2006

Provenzano, dalla stalla per la merda.

Si, Provenzano l’hanno beccato per una questione di merda: la moglie gli stava mandando un paccoccio di biancheria intima che, considerando l’età, sarà stato comprensivo di pannoloni. La notizia è stata una ventata d’alcool, di quelle che svegliano. Mi stavo ancora dondolando, ebete, sull’amaca elettorale, a condannare mezza Italia, in discorsi e coni di buio che al risveglio fanno impallidire perché avverti che erano parole di niente, biscotti al catrame, pulci ivoriane.

Cambio canale. Deve essere stato quando ho capito che qui da noi la matematica è un’opinione facilmente confutabile, e 2 + 2 fa una percentuale che può variare oppure no, ma tutto dipende dalla verifica. Allora arriva il Sacro Ministro della Verifica de ‘sti cojoni, e ripete l’operazione. Ripete. Ripete. Ripete. E il paese resta indietro. Non è alta economia, è questione di fisica elementare: se un corpo in movimento ripercorre sempre lo stesso tratto d’intestino, si dimostrerà che il corpo non avanza(i).

 

Poi Palermo fiorisce a primavera, scende in piazza, ed è giovane Palermo, è un fiore. Coreggia scorregge in faccia al boss dei boss, e alla festa politica si sostituisce una ben più nobile festa, spontanea vittoria del bene, con i reparti speciali che sono solo occhi e pugni alzati (destri e sinistri, non importa) e che si aggrappano a quel pizzico di gloria. Bene. Poi le conferenze stampa. Guarda, c’è anche Pisanu: ma sta sempre in mezzo questo? Manco sapeva niente di Provenzano, chè fino all’alba precedente stava a riunione col Berlusca per vedere cosa si poteva non visti! Ah, la conferenza stampa: è un trionfo per un identikit. Pacche sulle spalle a dire: “Però eh? L’avevamo fatto proprio somigliante!”.

Ma questo Provenzano ha la faccia mite. Non so, c’è una patina di gentilezza inedita. Le gote rosse, gli occhiali… l’identikit c’aveva l’odio negli occhi. Naa, non l’avrei riconosciuto manco se mi si fosse presentato! Piacere Bernardo, Ciro. Ma, ma quella patina di delicatezza che ha in faccia, cos’è? Sembra… sembra un prete! Al rogo! In galera Provenzano! Mostro, dunque!

Si, decapitata la mafia. Dicono. Adesso parlo io, che a cento passi da me, tutt’attorno, in ogni direzione, è camorra. Non c’è testa da decapitare. La mafia è un’ ameba amorfa, striscia e s’adatta, molle, poco più che liquida, e la testa (oggi che ora è?) si è già riformata in qualche punto. E’ bocca di vulcano. La mafia, la camorra, non sono uomini: è prima di tutto un’esigenza, malsana, anomala, che impelle dove lo Stato recede. Qui, attorno a me, è il futuro promesso, è il posto fisso trovato (altro che concorsi), è lavoro, famiglia, vita. Il crimine, gli omicidi, sono sentiti come spiacevole ma inevitabile contorno. Né più e nè meno dei morti nei bombardamenti intelligenti, e rappresentativi. Un giovane che non ha studiato se parla con la persona giusta (paradosso) un lavoro, bene o male (non alla lettera), lo trova. Guardate il mammasantissima Provenzano: viveva in un rudere pur spostando miliardi, lambiva ricchezze invisibili (a noi) eppure, eppure respirava di poco, nella campagna, fra ricotte e caciocavalli. Dimentichiamoci Mario Puzo. Dimentichiamo i padrini romanzati e gli italoamericani che girarono finzioni. Quest’è un’altra cosa. Provenzano non è ricco, almeno non la vive la sua ricchezza. Non usa il suo potere. Delega. Il boss non accontenta i suoi sfizi? Le sue voglie? Ma… allora… cosa fa? Che senso ha la sua forza illecita? Mi sconvolge, ma il boss si sente investito di qualche mistica sanità, e adempie ai suoi compiti come di fronte alla collettività. E lì la mafia. Non è il boss, o almeno, non solo lui. Il grosso è alle fondamenta, là si decide, là si trova energia e impeto… come in ogni cosa… tranne che nelle moderne democrazie. E finchè lo Stato non allunga queste manine (a poco le manette!) nei rioni popolari, nei vicoli, e ovunque s’annidi il male, non c’è Storia italiana lì. In fondo la mafia da’ tutto quello che non da’ lo Stato. Ragionandoci sarebbe facile capovolgere il sillogismo segreto che la regge, no?

 

Nel frattempo il pigiama della Franzoni lo indossava lei? Era sul letto appoggiato? O proprio lo indossava l’assassino? E se lo indossava l’assassino, perché non l’ha anche autografato? Ridicoli.




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11 aprile 2006

Italiani, elettori indegni

Il mio schifo è giallo, prende gli occhi di epatiti e corrusioni e succhi gastrici coltivati per cinque anni. Le elezioni sono perse. Già. Perché non è vittoria uno scarto di 26.000 voti alla Camera e 350.000 al Senato.  Ma la sconfitta più atroce percorre il sottopelle della democrazia rappresentativa e dice: “Come è possibile che ancora mezza Italia faccia giungere il suo voto a Berlusconi?”. Allora, forse, io, cittadino, non ho capito niente. Allora ha ragione chi dice che vivo fuori dal mondo, che la mia testa malsana crea e demolisce più che ruspa. Il mio schifo è giallogastrico, e lo vomito sugli Italiani, tutti. Gli stessi che invocavano pietosi i signorotti stranieri per cullarsi nel far nulla: la cosa pubblica pesa più dei nostri cervelli italioti. Gli stessi che passavano da un fronte all’altro e da un’alleanza all’altra. Gli stessi divisi, derisi, meritandosele sempre tutte le derisioni. Mediocre, popolo mediocre, viziato da fasulle e accomodanti riflessioni (“in medio stat virus” ?!). Popolo sepolto vivo da questa cappa ecclesiastica, da questa beata vergine Maria che ci inganna con la sua maternità e ci tiene sempre bimbi sotto a un seno flaccido, da questo San Pietro che cupolone cupolone pare ci voglia togliere l’aria: ma perché, o santi estinti, non sceglieste un altro paese? Fossimo stati un po’ francesi vi avremmo preso a forconate. Ma qua il massimo è un piccone demente che strabuzza gli occhi e vota, anche lui indegno emerito, Forza Italia. O stiamo ancora a sperare negli emigranti al porto? Mi sa' di già visto, almeno due volte, in due secoli diversi, fatto per bene.

Non oso entrare nella caverna del sospetto del broglio, perché molte cose non quadrano e rischierei di uscirne con la baionetta. E, francamente, non varrebbe la pena armarsi a baionetta per il popolo più suino che esista in Europa. Siamo l’ultima caccola della democrazia, i tempi si evolvono mentre noi garibaldini giochiamo a scopone sotto a un castagno, e chissà quale volpone intasca e magna. Non voglio parlare della legge elettorale; né del rischio che corre il paese sì spaccato (anche perché alle prime bricioline di pane dall’alto i cagnetti mugoleranno con letizia, e s’addormenteranno quieti). Ne’ voglio parlare dell’arroganza cafona dell’ormai vecchio premier e della sua schiera di real cojones, delle risposte non date, e dei confidenziali “le spiegherò dopo”, arroganza che, puntualmente, la patria della DC, della pizza e della morta piazza, premia.

 

Ma un dato è lampante o, meglio, fulminante: il sistema dei partiti non mostra una falla, si direbbe perfetto: se votano tutti gli Italiani è assoluta parità. Questo vuol dire che lorsignori sono stati tanto abili da infilare un marchio in ogni angolo di massa, un simbolo e un nome in ogni agglomerato votante. La cosa sconvolge. A raccapezzare mezzucci siamo i migliori. Da sempre. Dalla lupa zoccola di Romolo e Remo di cui facemmo mito.




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11 aprile 2006

spoglio e scolo

ma non è che questo spoglio non avrà fine? e da fogna s'eternerà nel mare?




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10 aprile 2006

MENTANA AL MENTOLO

mentana, imboccati 'na caramella a menta e fa' parlare Pannella!




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10 aprile 2006

EXIT POLLOTTATI: LUDICA ALLUSIONE AL BROGLIO

Cristo! Cristo, che Bush fermò in Florida, si sta fermando a Eboli?!




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10 aprile 2006

NANNI MORABBIT coniglio rosso

Il caimano è film piacevole, che azzardarsi a dire “bello” con definita definizione sarebbe un azzardo. Eppure è un film da vedere, a prescindere della fede politica, perché questo benedetto caimano ce l’abbiamo dalla nascita sul groppone, domina la scena dalla sua bassa e lucida fronte, e ogni occasione per dirgliene due va bene. Non s’offendano i suoi fans: glie le si dice come fosse uno zio gradasso ma simpatico, ma gradasso. Dunque film che andava fatto, al di là della resa stilistica, e a Moretti il merito.

Detto questo, il film. Lo scheletro era complicato, tante ossa da distribuire, ossessivamente rese bene dalla questione del film da fare. Ed è proprio il cinema nel cinema che, lungi dal toccare le vette di Wenders (nun sia mai!), offre spunti ironici spietati. Una truppa di aragoste aggredisce un critico culinario vendicandosi delle strampalate e ottuse rubriche CULInarie sparse dei telegiornali nazionali; un bel matrimonio marxista leninista col linguaggio morto della rivoluzione; e Aidra (credo) ‘sta eroina tutta italiana, un po’  Kill Bill, che a un certo punto speri diventi lei la protagonista perché il caimano stenta ad entrare in scena, e in fondo sai che potrebbe annoiarti il solito Berlusconi. Invece no. Berlusconi cambia faccia tre volte. Lo vediamo come lo immagina il produttore, ed è di facciata, tutto orgoglio televisivo, mistero da peccato originale (vedi la scena dei soldi piovuti, azzeccatissima!), lettere di donne, il tronfio trionfo dell’ingresso nello stadio, e il trionfo di tette e culi alla tv privata. Poi c’è il Berlusconi interpretato da Michele Placido, sordido, dalla mano viscida, un po’ ignorantello ma esilarante: è così che si vince in questo mondo, sembra suggerire. E dopo poco tradisce il produttore amico e va con De Laurentis, che i soldi sa cosa sono, e che fa girare per le vie di Roma una caravella malinconica, perché malinconico è l’occhio dell’Orlando che la segue, occhio tradito e rigettato. Poi… poi c’è il gran finale, quando lo scettro lo prende Moretti. Ma questa è un’altra storia. E’ tragica, seria, Moretti trasuda odio livido i toni si alzano e i colori si soffocano. In tribunale Moretti scandisce il verbo che sembra d’essere tornati al senato dell’antica Roma. E nell’auto, a processo concluso, la cattiveria divampa, la parola taglia, scoppiano alle spalle molotov di destra, e il Berlusconi luciferino (con tanto di barbetta) è un segmento epico. Chiaramente il finale è un’altra cosa rispetto al film, ma quale dei due sia estraneo all’altro è difficile definirlo. In fondo (nel vero senso della parola) il finale è l’unica scena del film nel film, l’unica girata: è il vero caimano. L’altro, quello intorno, è la solita baruffa di coppia, e nell’attimo più doloroso e riprovevolmente lacrimevole sei là in ginocchio a chiedere il faccione d’Arcore, che stenta, stenta a tornare, stenta troppo. Poi la coppia, che non vuole mai scoppiare perché l’uomo sa di essere incapace e la donna sa di essere il sole che necessita dei satelliti, alla fine scoppia mettendo a nudo i limiti del regista nell’entrare l’emozione umana. Ed ecco che abbondano formule e formulette per manipolare lo spettatore, musica che sale, immagini che rallentano, personaggi che urlano… e questo dovrebbe bastarmi? Lo strappo del maglione trattato come fosse un’evirazione è un po’ eccessivo. La corsa mucciniana verso casa è un po’ elementare (proprio come età!). Meno male che c’è il resto del film a prendermi per la gola, come quando gli operai lavorano alla casa del caimano, e là si danza alla vecchia maniera sculettando su una musica che ci parte da dentro, dalle nostre mezze radici arabe… evoca, evoca! ; come la valigia di soldi nel ventoso e grigio cielo milanese, a insinuare che dio sia leghista! ; e il buon produttore polacco da cui ci facciamo sfottere in quanto italiani, elettori del pagliaccio… “… e raggiunto il fondo, voi scavate, scavate..” urla e ride mentre sbraccia grosse mani nella piscina, anche lui ci sfotte, liberato dal comunismo da un prete che ha fatto carriera! Certo, l’Italia ne esce maluccio, non fosse che per la regista, che però un chè di santità ovattata ce l’ha: sarà questa smania di integrità morale propria di una certa cultura di sinistra. Certo, la donna ne esce distrutta, tutta lacrime e maternità. Certo, anche la donna lesbica ne esce distrutta, tutta isteria e maternità, come se la donna per essere Donna abbia bisogno di trarre spunto dalla MaDonna, e figliare senza sesso: madre prima di tutto, i sensi invece lasciamoli agli uomini! E certo, uno dei due figli fa la figura dello stupido, ma ci sta, in fondo, che un figlio sia intelligente e l’altro stupido… a proposito, Moretti ce l’ha un fratello?

Tutto sommato il film è un buon pasticcio di ingredienti, certi salati e certi dolci. Piacevole. Ma non sazia. Qualcosa manca. Aver abbozzato tante strade poi lasciate appese ha il suo peso nei ricordi dello spettatore. E se da una parte è molto acuta l’idea di lottare con Berlusconi prendendogli l’anima, recitandogli nel corpo, è anche vero che ci si aspettava più coraggio, più violenza comica… ma…  ma che dico?! Ma quale violenza comica? Quel Berluska lì le fa da solo le figuracce!

Dico Morabbit perché avrei preferito che fosse più presente. Mi rendo conto che solo in questo modo, cioè altalenandosi, sia stato possibile creare quel pathos oleoso del finale, ma la sua latitanza m’è parsa troppo intellettuale: siamo d’accordo: la giovane regista moralmente assorbita dalla necessità della denuncia potrebbe simboleggiare la giovane coscienza civile italiana da rifondare, ma quando Moretti appare per la prima volta è uno spettacolo: in auto, cantando, colloquiando con un tono della voce molto più alto della regista e del produttore, con la mente annuvolata dai propri pensieri che però trasbordano, trasportano e…

è sempre tempo per una commedia.

 

E ovviamente coniglio rosso non per politica (quale politica nel film?). E’ rosso per l’imbarazzo col quale affronta l’emozione, e per l’ira della quale inonda il personaggio che, doppio attore, interpreta.




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9 aprile 2006

EXIT POLL finALI

Fini: “ Finalmente i primi Exit Polli: fuori dai confini questi appestati!”




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9 aprile 2006

Berlusconi abbassa i toni

"Basta manìe di grandezza, basta con questo Berlusconi. Da domani alle 15.00 chiamatemi Berluschetto!"




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9 aprile 2006

rosa nel pugno

a parità d'essere vale il come
a parità di nulla vale la bellezza.

Rosa nel pugno, per la chiesa sepolcrale, per la legalizzazione, per l'impegno, e soprattutto per la bellezza del simbolo.




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7 aprile 2006

Rose Bowl, Pasadena. Estate 1994

Prima incursione sportiva.                                    

Ieri notte a "La 25a ora" hanno proposto Final Kick, semidocumentario semifilm sulla semifinalissima Italia-Brasile. Cosa è al confronto la sfida Nike-Adidas di France ’98? E cosa è il pastrocchio nippo-coreano, dove a giocare la palla erano imprenditori orientali occidentalaccizzati e arbitri imbottiti, evidentemente, di crack? USA ’94, negli occhi miei quattordicenni del tempo, fu la terza guerra mondiale, e la prima risorgimentale. Avevo appena studiato lo Stilnovo e l’Eneide: e quanta gentile grazia negli occhi taglienti di Baggio, e quanto epos nei vessilli italiani che battevano quelli stranieri. E’ vero, si rischia il nazismo da adolescenti: e alla luce di questo si dovrebbe rivedere tutta la storia del Novecento: coloro che non ha fatto crescere i Tedeschi sono diventati il germe della loro follia collettiva. Per l’italico fascio è questione di bovini e vacche.

Ma torno a Roberto, coniglio bagnato per l’avvocato.. ah! fosse stato bagnato anche lui dall’ambrosia! Quel rigore alto lo prende in palmo e lo mette di prepotenza nella nostra memoria collettiva, capo chino, sole atroce, e quella rosa gialloverde tutt’attorno è galassia saturnea. Quanto gli fu lontana, allora, la campagna vicentina da camminare all’alba col fucile da caccia.

Franco Baresi, capitano di ferro stupido, ma pur sempre ferro, col ginocchio rincollato e le lacrime rinculate. Paolo Maldini, cavallo in pieno vigore, con l’atlantico negli occhi e donnine chissà dove. Beppe Signori, ometto triste, bomber difensivo nello stralunato fondamentalismo dell’Arrigo VII di Lussemburgo, credo. Poi quel bacio al palo, di Gianluca Pagliuca, uomo ripetitivo già nel nome e cognome, tutto pelle e nervi e niente cervello.

Dall’altro lato del campo quelle furiose chiazze gialle brasiliane, basse alla Romario, toste alla Dunga dalla corsa pesante che sposta le terre, bionde Taffarell, brune Bebè, nere Santos, ma comunque chiazze gialle, api indemoniate sul corpo del caprone azzurritaliano.

Uno, due, tre tiri di Roberto che vanno male, chi debole chi alto. Non è Lui. O anche questo è Lui, eroe sfiancato dall’insolenza del duende (vedi miei primi post) che pretende culla e tomba dall’enduendado, e che l’aveva invaso già con la Nigeria, Spagna e Bulgaria, come a dire “ti giri mezzo mondo, Alessandro Bonaparte, Napoleone Magno, Roberto da Caldogno, e poi, all’ultima battaglia i testicoli sono sgonfi, e le cosce devastate da borgiano spettro.

Va così: anche il meglio sfuma. Grazie al cielo, aggiungo. Massaro, corridore che è un urlo, ha insolito gonfiore allo stomaco: si chiama cacarella. Solo Donadoni, che trae forza dai ricci d’ercole, si sa, corre le sue gambe storte su e giù per il prato della rosa verdeoro. Rosa che respira ritmi da giungla, e dai petali sfaccia l’insolenza a sonagli di Romario. Una gamba in ritardo, sfiora il palo. Rigori.

Ed è già tardi, perché il mito non ammette repliche né condizioni, ed un patibolo aureo fatto di tre legni da scansare attende, in mezzo al campo d’alloro, che un codino arresti il suo fruscìo di fronte all’eternità della sconfitta, più sanguinosa, più solenne, più sottile, più larga, più esatta, più dionisiaca, sempre, della vittoria.

La coppa la alzano loro, compiacendosi di un evangelismo spiritico nel richiamare il genio di Ayrton “il quarto è nostro” scrivono e cantano. Ayrton tifava Baggio, ne sono convinto.

 

Il mondo davanti a intermittenze azzurrognole, tv. Operai iraniani in pausa sperano, in nome della pausa, di vedere i rigori. Norvegesi su barchette lussuose si illanguidiscono nei loro biondori apollinei, birra e sigaretta. I Russi in casa, fuori c’è neve no? in Russia c’è sempre neve, no? Mia donna dice che suo fratello Pietro ne è stato inghiottito dopo l’armistizio: non glie lo dico che furono gli amici del duce. Interno di una casa russa nell’estate del 94. Ma la casa penzola di decorazioni colorate, e una donna con le mele in faccia miscela fanta e vodka finnica da dare al marito, cocomero in volto. Gli Italiani ricacciano dai letti di polvere i loro tricolori cispadani nelle piazze e nei pub. Esultano quando il Brasile sbaglia un tiro: siamo Italiani: ci arrangiamo da secoli di prostituzione internazionale. I Brasiliani, invece, è un orgasmo multietnico e stradale a ogni bellezza, a ogni canto calcistico: quella sì che è Fede. Gli indiani massa colorata e calda, con i baffi lungimiranti. Due preti europei tristi e pallidi che di sbieco guardano le tette nella torcida americana, e tengono le mani in tasca, i preti, sempre. Cosa fanno? Massaggiano la Bibbia? Tedeschi al barbecue divorano birre a minotauri, tifano Brasile. Mentre gli Slavi, di quale Yugoslavia solo Dio (o Allah) lo sa, mantengono la loro integralista parodia selvatica, si sfottono, sono aspri e fisici. Straordinari. Israeliani :“Italia, Italia”. Palestinesi :“Brasil, Brasil”. Questo è il massimo della intifada. Un re etiopegiamaicano, rastaman, precede la sua gente di fronte allo schermo, e tre donne lo soffiano col ventaglio: ha gli occhi rossi di chi fuma e gode con un unico gesto passivo, e anche il cibo glie lo imboccano le dame: la prossima volta nascerò rastaRE.

Vari gruppi arabi, di varie nazioni, poco più di dieci anni fa, guardavano la finale mondiale davanti a tavolini colmi delle loro aromatiche vivande, dei liquori fruttosi, dei dolci miti della loro millenaria e calma cultura. Una sigaretta, un’imprecazione. Stessa cosa. Sono questi che dovrei temere? Sono questi che mi odiano? Dovrei odiarli? Ma io sono sicuro che qualcuno di loro avrà detto “Baggio è grande!” con la bocca e il verbo con cui avrebbe poco dopo lodato Allah!

Naaa!

Lo sport è una cosa seria. Altro che politica internazionale.





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7 aprile 2006

Cavalier dai mille cogli

Ma questo patrio nostro silvio, cavaliere azzurro se non principe, spallucciato fra almeno due coglioni se non qualche milione in più, e considerata anche la levigata sua capoccia, non rischierà di sentirsi un po' un cazzone?!




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7 aprile 2006

HUMOR FASSO

humor di Fassino? Ce l'ha tutto trasparente in faccia, clown dagli occhi languidi e dalla boccuccia scesa... e le orecchie... le orecchie gli decollano a dumbiana memoria




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7 aprile 2006

LA TV

e se la tv in realtà fosse un forno?
la apriresti e mangeresti Costanzo?




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6 aprile 2006

zoccoletti alla verdìn

Con la gentile collaborazione di zeggio (www.bolg.libero.it/zeggio) inauguro la rubrica culinaria del futuro.

Alle sogliole del nuovo millennio la mucca è pazza, il pollo è aviariato, il maiale … cazzo,  il maiale è pur sempre un porco!… cosa mangerà l’uomo che verrà? Qui pronta la risposta.

 

Prepariamo oggi: Zoccoletti alla verdìn.

 

Prendete un bel paio di zoccoletti fiamminghi di legno maturo (lo si riconosce tastando il gruzzolo), metteteli in acqua tiepida per circa 39-42 ore, lasciandoli ammorbidire. Preparate a parte un composto prelibato di ausonie toscane, lacci e graffette tiburtine, rosolando il tutto in un tegame con olio, acqua, latte e vino bianco. Quando le ausonie si saranno arrossate di giallo versatevici del nettare di basilico. Ancora qualche minuto a fuoco lento, e si otterrà un pasticcio verde intenso (da qui il nome verdìn).

Solo quando gli zoccoletti avranno scaricato tutto il succo del legno scolateli e uniteli al sugo verdìn. Saltate in padella per cinque mezzi minuti, ma mi raccomando: saltate a piedi uniti che sennò la padella si rompe.

Et voilà: zoccoletti alla verdìn, un piatto semplice, nutriente, e soprattutto sano.

 




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6 aprile 2006

PRIMA INCURSIONE SOCIOPOLITICA

Dice che leva l'ici, il patrio cavaliere. Bene. Crediamogli. Caschiamoci fino a rieleggerlo. Essere Italiani con coerenza è l'urgenza in epoca di antinazionalismi. E l'italiano è pesce di lago che abbocca agli ami allodoleschi. Altro che Francesi, sempre stizziti per le strade in cerca delle loro Bastiglie appena le cose vanno maluccio.

Viva, viva la France!




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6 aprile 2006

PERCHE' "AL BUIO DEL DUENDE"

Al buio del duende perchè è tale l'allegria per averci cavato qualcosa di buono, da quest'università. Il duende. Il Clave alla sua voce dice (traduco) spirito fantastico e inquieto che è solito essere rappresentato con le sembianze di un vecchio, o di un bambino, e che si dice abiti certe case provocandovi disordini e alterazioni.
Bene. Ora un occhio al mio cognome. Chi è delle mie parti saprà trovarci i dovuti nessi. O' munaciell nunn'è cattivo, sul fa i dispietti!
Sempre il Clave, al secondo significato, dice incanto o attrazione che risulta misteriosa e non può spiegarsi a parole.

Questo il Clave, dizionario. E con tutto il rispetto ne prendo le pagine e le uso al gabinetto, in memoria di chi ne fa legge, già odiosa di per se', la legge, figurarsi se applicata (con la sua inapplicabilità) al mistero e al fascino che trasudano le meridionalità del mundo.
Federico Garcia Lorca spiega il duende con i suoi toni, col suo sangue. E arde, alle sue parole, la pagina bianca e spermatica del dizionario.
Ma io sono mortale, il mio tempo lo segnano ancille di catrame che mi allontanano dall'attrito con l'acqua, e mentre Lorca ha fissato uno sguardo d'argilla e miele sull'arte europea io devo affannarmi a spigarmi e a spiegare a chi legge per quale motivo intendo farlo alla luce del duende, e cos'è, sobre todo, duende.
Al buio del duende perchè, come l'arte magìa spesso fa, all’improvviso trovi un nome a un travaglio che ti toglieva l'aria, e scopri che su quel nome c'è chi ha fatto poetica, e l'ha aperto, ha scovato gli stomaci e slacciato gli intestini. Miracolo del dio umano che affonda le dita nella sottile carta sottratta ai rami. Garcia Lorca ha preso la mia infanzia, l'adolescenza, e l'ha chiusa in una parola spagnola, che vivrebbe solo in Spagna se davvero esistessero i confini. Ed invece eccola, alone similsugo, uscita dalla terra, dai vulcani di Neruda al mio...  al nostro Vesuvio. Non ne farò categorie. Ma non potrò non usare ciò che ho fatto mio del duende, all'atto di leggerne, come discriminante artistica, sportiva, politica. Almeno per le prossime settimane, nonchè anni (volendo il mio corpo). Mi sia concesso. Sfido voi altri a trovare qualcosa di buono nell'università italiana e a non esserne inebriati. Cristo si risiederebbe nel sepolcro, a riposare, chè un pò di qualcosa l'uomo, finalmente, lo avrebbe fatto.
Provo a spiegare con un esempio fruibile. Robinho, gambette agili, doppio passo facile quanto inutile: no tiene duende. Prendi Zidane, timido a sgocciolare sudore, ampio danzatore legato alla relatà da coordinate spaziotemporali che in altri annebbiano: la ruga nella fronte segna che qualcosa di rotto c'è, ed è da lì che sale il genio: bueno, tiene duende.

Allora mi approprio del sudore di Spagna, lo calcolo, lo coccolo, lo spruzzo sulla lente di questo cannocchiale dal quale sbircerò. Mirada pirata.




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Parliamoci chiaro. Questo blog non è un albergo né un giornale. Non è una carta, non è giornaliera né qualcosa da mangiare. Questo blog rappresenta l’offesa della tecnica all’uomo, e viceversa. Non è me, non è il munaciello che vi parla, non è me che vi dico, anche perché voi non esistete che in certe vecchie cartoline. Io e  te non esistiamo e, soprattutto, non coincidiamo. Quindi nel caso in cui tu avessi qualche soddisfazione da chiedermi per cose che ho detto o fatto a te o a qualsiasi tua parente di gradevole aspetto, non hai che da dadà darmi appuntamento domattina all’alba – facciamo alle cinque che prima delle cinque la gallina non fa l’uovo e posso mai duellare a stomaco vuoto? – dietro la chiesa abbattuta e sconsolata. Oppure mi chiedi con urgente violenza di rimuovere, ed io, che so intendere senza mercanteggiare, rimuorrò.

Stesso discorso vale per le immagini, le foto, e soprattutto per le cose che non capisci. E per quelle che non capisco io. Stesso discorso non vale invece per le sparatelle dei commentatori. Quindi altro discorso:



 

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