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'o munaciello


Diario


30 novembre 2006

- UNA CAVIGLIA - UNO GLIO'MMERO -

Benedetto sedici volte: versamento endoarticolare evidente a livello dell’inserzione malleolare del legamento peroneo astragalico. Mafalda di Savoia, una premessa regale, un dono, cacca piuttosto. Questa mitologia demoscopica! Nel primo pomeriggio Maria De Filippi, quella che dorma il letto con costanza, indirizza con polso sacerdotale i peni e le vagine, lubrifica, diciamo. Questo perché ho la caviglia rotta, lo stress, il caldo, la commozione, e scrivo di pugno e consegno a chi  posta per me. Arto in scarico. Gadda, paio di libri, Di Giacomo pure. Tv. Alla notte la tv italiana risorge, ma fino alle 23 è un sottanaio d’epoca e finzione, tv seriale che con poche schegge d’albatro fa 30 manette. Finalmente, Steven Segal, prima o poi morirà, mi spero. Ma in notte draculea, Minoli domanda della gran kasba che nella rada di Livorno; e più di 100 toraci arsi. Mentana e Vespa in waltzer, c’è di peggio. Poi film migliori, rassegna stampa, caviglia sussulta, buio, incubi, una parolina di Bardamu, ancora caviglia, incubi. Il peroneo astragalico appare ispessito come per note di flogosi post traumatico-distorsiva, Vercingetorige! Cioè incubi.




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29 novembre 2006


  

Lord of War, un inizio a pallottola, dalla fabbrica alle svariate mani, l’interno del fucile come altare slenzuolato, la mira: parte il proiettile e -rosso- si conficca nell’africanetto sereno. Eppure st’inizio l’ho vissuto ad Amsterdam al museo della birra, in quanto birra, in quanto boccetta verde tridimensional mente cullata. Il film segue rincorrendo lo strazio, con dettagli e verosimiglianze che la pelle oltre a puntellarla la ardono, poc’altro. D’altronde l’arma è bella, non puoi farci niente, esteticamente bella, nera e lucida come oliata membra, che mangia fuoco e sputa potenza: non c’è alcuna meraviglia che eserciti un fascino amorfo, senza volto, su ogni amorfo anfratto, senza volto, della nostra coscienza. Prelude alla sentenza. Però io ho le pistolette-spara-pallinigialli, non blindatura, solo così posso mirare alla fronte del mio avversario: un pizzico e via, al prossimo scontro. Nicolas Cage è un asso, con la sua faccia di fesso, nel ruolo del mediocre talentuoso, il cui talento per necessità si manterrà muto – mediocre – perché è una rivoluzione sociale che già, in seme, ha superato quella morale. Un paio di cose? Le più belle del film oltre al finale/inizio? La prima è la parentesi in Liberia (temo tragicamente e inevitabilmente ispirata alla realtà) col ritratto, fresco di vernice, del dittatore similcannibale, e della sua schiera di bei mondi, e del paio di mignotte che dicono -di vulva- a proposito dell’aids: “ perché avere paura di una cosa che può ucciderti solo fra dieci anni mentre ci sono cose che possono ucciderti oggi? ”. La seconda è la fotografia della breve sequenza in cui Cage ha appena sniffato brown-brown, mix di cocaina e polvere da sparo: un filtro molto scuro soffoca le assolate immagini africane, sembra un pomeriggio d’eclissi, o un’albetta col sole marcio. Poi c’è la tragedia, annunciata ma dignitosa. A tal punto che cambia, la tragedia, poco più d’una riga di capelli: ora a destra, domani a sinistra. Ma sempre capelli boom.

L’impunità poi è solo un’amarena sul casatiello, l’impunità dei grandi armaioli sorretti dalla connivenza metafisica coi giganti della politica e, segue, della guerra. Sipario, ennesima dislocata esplosione.




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28 novembre 2006


Incontrare dio, sentirsi ascoltato per una volta, la prima dopo quel vagito di dolore e schifo, dopo quella prima boccata d’aria che avvampa i polmoni e ramifica nei bronchi. Lui stava lì, con quel sorriso da gioconda che niente dice e niente cuce. In mano aveva un boccale di latte che a righe gli faceva delle guance un ventre di zebra.

 

“Mi dissero che eri dolce, lo sai? Uomini con tuniche femminee e facce dissanguate insegnano che dietro ogni alba c’è una zolletta di zucchero, e che quello zucchero sei tu. Ma dove sei nato? E dove sei morto? E perché in qualche stella hanno scorto la necessità della tua esistenza? E perché insegnarla a menti limpide ma corruttibili? Un bagno nella fonte battesimale sono già quattrocento anni in meno nell’immaginazione: esistono menti che senza menzogna avrebbero saputo dipingere milleuno mondi più odorosi del tuo, bieco! La tarpatura delle ali avviene fra cuscino e lana, mentre il capezzolo eroga libertà che il pube mai avrebbe dimenticato- quest’è divino, questo ricordo che si fa linfa amara e che mi fa sperare di poter, in qualche modo, fuggire il tempo e sviare la morte verso lidi più adatti al suo seccume. Dicono che sei dolce, lo sai? Che questo sarebbe il martello che scolpisce gli animi: un martello di cannella, che se un sasso nello stagno fa aromi concentrici - alla cannella la rende sterile e polverina. Io, dio, per quanto riguarda il mio sentirti nei testicoli, conosco una sola potenza emotiva. Perché il ragionamento esula dal coglione, lo ribalta: siamo o no una ben costrutta pelle? Ho visto miele solidificarsi alle pendici, fibrose, della vendetta. Il miele brucia il sangue, lo sai? Purchè il fato non urli le sue condanne sarei disposto a mille bestemmie, e mille vendette alla sua faccia da tagliare. Ma il miele mi quaglia l’odio, me lo scuce - se esistessero aghi adatti e fili d’oro equestre. Il dolce è la giusta conclusione di una strage, nient’altro. La sua esistenza, sciolta e latina, da sola non basta a far vita. Il dolce è quell’unica foglia gialla che copre un lago. Ma quando il miele mi solleva le unghie vorrei infilare il capo nella prima latrina, e sciacquarmi questi boccoli nel sangue mestruale dell’ultima vergine.”




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27 novembre 2006


                          

 Così ha fatto il mio computer, eppure la caviglia!




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25 novembre 2006

Viaggio in Palestina

In quei giorni la Palestina era un hobby, quasi quanto il pacchero del soldato. E vi si recavano le più disparate nature umane per darsi arie da disparate nature umane arrivate. C’erano yuppies degli anni novanta, e qualche costruttore italiano finito in malora. Nel villaggio affianco – alla malora – Gèsu e Maria Di Piàntala, discutevano sull’opportunità di metter su un’attività imprenditoriale fondata sulle piantagioni di gramigna, quand’ecco che apparve un fuoco sotto ad un albero. Il fuoco disse di chiamarsi Primo, e che la fine del mondo sarebbe giunta esattamente il 22 maggio dell’anno.. e stava per aggiungere qualcos’altro quando Maria Di Piàntala, dietro accesa insistenza di Gèsu, ci pisciò sopra spegnendolo. A quel punto fece la sua comparsa Giannino, che chiese con la sua solita eleganza, che gli era valsa il soprannome di Giannino meza ‘recchia: “Maestro, or ora giungo dalla dimora di Uga Capera dov’è s’è acceso un dibattito sull’esatto procedimento da seguire per un’ottimale riuscita della tinta per capelli”. Anzitutto, buongiorno – disse Gèsu – che anche il ciuccio al varcar la soglia della stalla fa hi-ho. Seconda cosa parla più lento, non vedi che Maria mi sta dando già del filo da torcere?
Gioverà al lettore sapere che Maria Di Piàntala aveva appena fornito al maestro un gomitolo da sbrogliare, volendo metaforicamente alludere alla possibilità che egli le desse qualche botta. Fu così che Giannino riprese la parola: “Ecco, maestro, io asserivo che i capelli devono essere cosparsi uniformemente dalla tinta, ma in maniera aggressiva. Al contrario Uga Capera sosteneva che i capelli devono essere prima tagliati, poi messi a bagno per alcune ore, per essere infine rincollati.” Gèsu s’accese una sigaretta mormorando quelle che parvero, ad un orecchio attento, bestemmie criptate. Poi disse: “In verità in verità ti dico, Giannino, sei scemo. Non fu il Padre a dire che la geometria è la sola legge della natura?Veramente mi pare di no” disse Giannino. In verità in verità ribadisco, Giannino, sei scemo due volte, perché rinneghi il mio verbo e l’ infinito verbo del  profeta Gallo: gallàre”. Gioverà al lettore sapere che Gèsu era solito parlare in modo poco preciso, conscio di potersela svignare, così, più agevolmente. In tal guisa seguì dicendo: “Il profeta scrisse che i capelli vanno divisi, precipuamente, in settori trasversali al punto di fuga del capo, e la tinta va applicata dalla radice alla punta gradualmente”. Poi si interruppe, chè il filo era finito. Di lui si persero le tracce per una settimana, ma si mormora che, nove mesi dopo, Maria Di Piàntala potè finalmente seminare il suo campo con dei particolari suini chiamati Gesuini, da non confondere con i Gesuiti, che notoriamente sono coloro che sono andati da Gesù.

 

Parola delle Signore.

Rendiamo grazie a l’oro.




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24 novembre 2006

Canuto?



Che prima cosa è un lupo e non un cane. Ma poi, non
dovrebbe essere ormai bianco sto lupo grigio?




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23 novembre 2006

Come rispondere a chi m'offre la vita eterna.

Vita eterna. Il paleologo gli s’osta. Anche il veterinario. Ed ogni medico. Il contadino con le piaghe nella schiena, e le cavallette, e le mogli dei zappatori che – oggi, miracolo evoluzionistico – stanno in Africa. Il prete no. Gli si drizza un po’ l’uccello, oltre che con l’incenso, con questa storia eterna. E’ un trucco del mediocre quello di sperare nel dopo. Un trucco per accettare la mediocrità senza dimenare i peluzzi delle mani. Beh, io non vorrei scadere nell’intimo, e appesantire chi mi fa il favore di leggermi, ma. La vita è bella e carità seguente, gioie che scavalcano i dolori, odio che sbatacchia il rancore, però tutto il costante alla lunga ti redime della pazienza peccatrice con cui ti sei sobbarcato il mondo. Il tuo, che avanza. Colonne, io Ercole? Un paio di chili di bicipiti mi mancano. Allora sparo come un razzo, e settant’anni me li sudo e me li scopo. Non altri. Già mi pare una malattia, una caparbietà, se un vecchio vede Fini dopo esser passato da Giolitti in fasce, lui, alla mascella che parlava. Un mostro. Se sento amore eterno divento femminuccia. Se sento per sempre stringo il cappio al “pr”: leggo per seme. Se sento vita, responsabilità, crescita, produzione più di prodotto, se sento raccogliere i frutti, seminare e razzolare, io ruzzolo: mi scambio per sasso e cerco la collina e, senza sciare: c’è un lago profondo un ano?

E poi, ammesso che dio esista, dovrei stare a sventagliarmi ai suoi calli pederasti senza vino? Senza orgasmo? Sì, una gioia di luce. Bene: mi si illumini adesso perché, ecco, ho abbastanza fretta.

 
“Io vengo a offrirvi la vita eterna e voi m’offrite un calcio in culo?”
Sì. La do io la risposta che mancava.




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22 novembre 2006


Elaborare dati non è il mio forte. Elucubrare è ben altro lusso. Ma dati, cioè, irrevocabile è un pessimo aggettivo, quasi s’intimidisce a qualificare. Dati. Se esistesse una medicina, foss’anche in Cina, non ne prenderei. (Il mio forte, il preferito, era Schwartzenegger – o giù di lì – ne’ L’implacacabile, film vecchiotto e brutto, però futuribile che bastava.  Manche in Commando, che una figlioletta arricchiva di romantichezza la pochezza della polvere da sparo. Conan no, troppi capelli, disorientano. Poi RamboRockyCobra inutile proprio a dircelo. Adriana forse non rientra nel rango, ma manco Adriano, quello romano). Medicina, insomma. Se esistesse ne inietterei tutti i laghi. Con aghi, colleghi. Per dato intendo ciò che si da. Lo paghi e l’hai. Anche poco lo paghi. Apri guggol, e lo trovi. Poi lo smerci con palle di neve di Natale, che elabori senza fatica, assembli, dici che è tuo. Ma a che? Tuo a che? Mer de che? Non parlo di prezzo, parlo di dato, che si da, che da il popò al becco d’elefante. Bom, boam, broaarm! Ecco, il mio forte è voler essere elefante. Non che lo sia, per speranza al vento, no! Voler. Voler è un po’ morèr. Me quest’è en’ eltre vete.

                          

O’Munaciell’




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21 novembre 2006

La manna e l'abisso del contratto.

                                 

Il guaio è il contratto. Per definizione ha bisogno di definire. Ma definire è finire una parte a vantaggio di un'altra, dunque, da finito, non rappresenta l'infinitudine delle possibilità della realtà. (così commentavo questo post)

Oggi sono serio. E a costo di stringermi la milza farò il possibile per non bruciarmi questa serietà postandone sopra un’altra stasera. Bestemmiatemi se manco.
Parto da qui. Ogni frase limpida, che abbia potere per l’autorità che la genera, è una manna. Ed è al contempo un abisso. Manna per garantire il pubblico. Abisso per garantire, alla lunga, l’autorità. Prendo il caso specifico. La zia di Annalisa Durante testimoniava in tribunale circa le pesanti minacce ricevute da membri della famiglia Giuliano (Salvatore Giuliano era imputato per l’omicidio della piccola Annalisa). Ebbene, arrampicando l’Italiano sul dialetto, la donna annotava un paio di casi lampanti prima di giungere a dire che la madre di Salvatore, incontratala per strada, le rivolse un rutto, e la frase “e manco ti stai zitta?”. Il giudice faceva spallucce, chiedeva cosa ci fosse di male e dove si annidasse l’ ombra della minaccia. Lo chiedeva guardandosi attorno, in cerca di intesa con le facce lesse delle donne orrende che gli lustravano le natiche. Io comprendo bene che la legge esiga precisione chirurgica. Sarebbe un massacro altrimenti. Ma non lo comprendo, ahimè, solo io. Mentre la legge si leviga l’unghia dell’alluce, la camorra si fa malleabile grasso, e scivola blobbosa nelle scorze d’impurità. Signori, dico, il mondo è impuro, e la chimera della legge pura che lo salvi non regge un mezzo metro. Spago che corre, quindi, alle matasse dell’aggroviglio. Manco ti stai zitta è una minaccia non già per l’assolutezza delle parole, né per la somma dei sensi di ciascuna, né per il senso globale, né per l’apertura di sipario ruttaldino. E’ minaccia perché è. Perché il culo dello studioso, e del giudice, non sfiora cazzi di vicoli. E’ minaccia perché l’attrice è quella donna. Ma vallo a dire. Non conta, non vale una sega. L’incrinatura è che la legge debba, in definitiva, essere giusta, anche nelle sue evoluzioni. E il giusto, il retto, muore prima di Abele, sempre. Per cui, non vagheggiamo. Lo Stato non può essere ingiusto perché la legge deve essere giusta. Lo Stato non ha la forza – voglia? – per proteggere coloro che ricevono una minaccia per problemi di traduzione. Ignoranza non è mancare in Dante o in Showpenoso, che si campa uguale, stretti ma uguale. Ignoranza è mancare nelle norme non scritte che decidono la vita dei sudditi, che non si campa affatto.




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21 novembre 2006

Sapone ambivalente

Ah sì? Ah no? Ma si faccia il bidet con la vaselina.




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20 novembre 2006

Aven Ivenda

                                

Una carrozza, due veli di fiori da mangiare dopo l’amplesso. Muovi quel ginocchio, donna, emerge come dagli oceani. Non ho mai creduto alle leggende dei draghi, dei laghi, dei mostri marini, dei marini. A volte dubito perfino che esistano pesci sotto il filo azzurro. Ma quel ginocchio, fra due tende, e la carrozza che rallenta. E quel vagito di cane randagio che piscia sulle rotaie della mia – e della tua – vita. Salve, buon giorno, reco salvezza al mio peccato di rincorrerti. Se solo quel cazzone avesse messo mano alla penna dopo averti visto, avrebbe scritto un’ enciclopedia di peccati. Non nominarla. Non nominarla nuda. Non sprofondarle negli occhi. I draghi, attento. Santificale il ginocchio, ma non pensare a bestemmiare il rifiuto della bocca. No, non parlarle per spiarle la lingua. La carrozza accelera. Qualcuno canta un inno. Un altro muore di sazietà, e scende scalzo sulla polvere avorio del campo. Aven Ivenda cos’è? Temo lei. Salgo, oppure rinuncio a satana. Esistono gambe che sono discese. Gerusalemme e i suoi cunicoli sono racchiusi nel cuore di una carrozza.




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20 novembre 2006

Roma Catania, cappotto alla rovescia

C’è questa polemica in cui mi abbasso. La Roma ha vinto col Catania per sette a zero. L’Italia bassa si spacca in due: ci sono quelli che predicano un adulterio alla paposcia dicendo che infierire diabolicumst, che s’è mancato di rispetto agli avversari, che li si è schiacciati, con cattiveria. Sono pretuncoli, questi che dicono. Dimenticano la parola avversario, non la rispettano manco a schiaffeggiarla con l’ostia. Pretuncoli.
C’è poi l’altra metà, quelli che dicono che no! Che la Roma ben fece a farne sette e che onorò lo sport in tal modo, che il rispetto sarebbe mancato a trattenersi. Monache, suoruncole, questi che dicono. Dimenticano lo sport. L’occidente ne campa da quando le guerre s’è deciso di farle per danaro dove c’è da rubarci qualcosa, da quando gli ideali sono pastrocchia omologante omogeneizzata.
Il mio nemico lo distruggo, e non rispetto niente che non sia la mia distruzione, la mia sete di annientare. Il nemico, a rispettarlo, gli cambi i connotati, lo stravolgi, lo rivolti come la giacca a doppia faccia che all’interno esce nippolosa e deviata di tono. Uccidere il nemico è un dono di gran cuore. Ucciderlo con una festa è la festa della vita. Al ritorno, a Catania, vado per l’otto a zero.




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20 novembre 2006

Palle...

                                    

“Cenere siete, e polvere ritornerete” disse il profeta folletto.

                                                                       Respired by (...)

In principio era la bolla. Ed era pressata. Ed era una burla. Poi l’uomo s’alzò, la donna si chinò, e nacquero bimbi uomini a chinotti. Svariati secoli dopo, Gilda s’aggiustò il piumino di stucco, la borsetta già fatta, e prese le chiavi di casa perse le scale, ma prese l’ascensore. Ascetico e mite di sguardo, Aldamo, sorseggiava frizzanti marroni al banco matto di un bar. Pali alluminei in fronte alla visuale. Prossimo numero: il terzo. Gilda muoveva le cosce come eliche di rinoceronti, decollando dal decolletè gli umori degli astanti, animali ansimanti, ma amanti: nella sua zazzera non v’è pensiero che non sia già stato detto, disse Aldamo al barman, che era una donna di Bari. Quest’ penultimo, Aldamo, passò di rumba in rum connoscialà, volgendo le palle degli occhi ad altri pianeti piantati in petto alla danzerina Gilda. Per quanto al massimo. Solo un palo d’allume può essere l’estensione di un desiderio, oltre al tram, pensava in barese la barman di quell’ uomo cui rigava saliva, scendeva, perfetto imperfetto. In un attimo si conoscemmo. Era bella, Gilda, oltre ogni doppia ele, con quei mulinelli invoce delle cosce. Salirono giunti in auto. Giunti a casa del di lui luogo, ebbe luogo il chiacchiericcio insipido delle zollette di zucchero sotto l’assenzio. Sciogliere il solido è semplice, se sei costante e liquido. Non se sei etereo. E Aldamo questo etereo lo conosceva, aveva il dizionario e lo sapeva, lo sperava: la sparò perché puzzava. Le ascelle, le ascelle erano morte da diecenni. Mai le sparò la spalla prima d’ora, 3.45 notturne,  umidità in norma, appunto, sparò al punto d’ immondizia. Gilda, chinata dentro, accettò d’alto grado, e percorse meditabbondante i gradini morali che la giungevano al bagno. Mi lavo, pensò. Non aveva mai considerato la puzza come oste d’amore. Nemmeno in quel caso in quella casa. Ma fu il grilletto ancora teso di Aldamo che la vinse. Mi lavò, penserò. L’uomo, nel frattempo era andato sulla luna, biglia bianca che un cazzo non vale sul tip tap green. L’uomo specifico era indivanato, ravanando ipotesi di colori e spinte. Poi s’alzò una bandiera dall’otello di fronte, a luci verdi vertigo, e seppe che qualcosa andava fallo! Cosparse la maniglia del bagno con le sue dita. Sfilò la corona dal suo tappo. Parallelepipedo di luce in bagno docciava Gilda nella schiuma traboccante, corona. Una bolla di schiuma violetta, ma tendente all’arrosto, si librò reggendosi come in lettura d’animo: ma dentro c’era un uomo. Altra bolla altro uomo. La terza bolla era una donna, la buonanima dell’anima della mortaccia madre di Innesto, lo zio di Aldamo. La quarta bolla c’era un tizio sconosciuto fino a quel momento. Non più: il momento d’ignoranza, è scritto, muore alla pronunzia. Gilda partoriva bolle piene di morti, e con gran odore, e dolore. Quando Aldamo realizzò la profezia, del gran sudore maschio, era già troppo tardi, e sbatteva le mani sull’interno saponato di un vetro, senz’aria fresca né calda, né aria, né. E tacquero i polmoni, e i Galli. E tutto finì in una bolla di sapone.

 O’Munaciell




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19 novembre 2006


                                        

Per esperienza personale so che l’ago della bilancia non mi si fa erettile. Stretto fra due forze, e senza forze, mi faccio parete, m’ammalo, paziento conservando batteri che, vulesse o’ cielo, mi tengo sotto le unghie. Ma questo ago cos’è se non l’essere politico? Datemi i neri, farò il nazista, farò la guerra. E se le cose vanno storte mi metto a difendere il concetto di voler fare guerra. E, così, me la fanno, di bella e di brutta. Perché, diceva Enrico Maria Salerno, cosa ci sarebbe di male se comandassero i colonnelli? Niente, dico io, a patto che io sia colonnello di piena armata. Altrimenti, quest’essere politico, mi logora la virilità. Politica è donna. Con pregi e difetti. Ma è certo più prossima a dischiudere le cosce.
Tranquilli, parlavo di Risiko.




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18 novembre 2006

Panico a Napoli


Alle 18 erutterà il Vesuvio. Sto bevendo caffè sui fagioli.

 (sembro anch’io una giovane promessa italiana?)




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18 novembre 2006

Le avventure acquatiche del capitan Zissou

La regia è di Wes Anderson, lo stesso de’ I Tenenbaum. Il cast è di rispetto: Bill Murray, che è uno spettacolo sempre; Willem Defoe, che s’esalta nel ruolo di un burbero mezzo psicotico dal cuore lacrimevole; Angelica Houston, che è… ; Jeff Goldblum, bruno e moscone mezz’omosex; Owen Wilson, che con quel nasuccio e quella boccuccia…; e altri, tanti altri, che è uno spettacolo (c’è un brasiliano, lo chiamano Pelè, che strimpella la chitarra e canta struggenti inni portoghesi per tutto il film, sul ponte).
La trama ha un punto di fuga prospettico che sarebbe la ricerca, prima per vendetta, poi per meraviglia pura, del mitico squalo giaguaro, ma è un pretesto per affondare in avventure surreali e caricaturate: Steve Zissou (Murray) comanda una spedizione di personaggi eccentrici, sbatacchiati, che si vivono la vita come fosse un lecca-lecca.
Film stralunato, inebriato dal disordine come una nave senza pareti e piena di varietà umane. Che, ste umanità, s’incontrano e si parlano frasi di nuvole. L’improbabilità è una soglia varcata spesso, così i dialoghi, le vite, i racconti e i progetti, restano appesi al caos, e a malapena sono sorretti da una narrazione senza voce guida né introspezione, delicata come la resa della ragione all’impeto della fantasia. La fantasia. E’ scatenata e autoironica, senza eccessi ma piena di sbavature come a dire: “vedi com’è stupida la mia fantasia? Ma com’è fantastica però!” Perciò il mondo animale, decorato dall’invenzione (esistono dei pesci chiamati fragolini fluorescenti!), riacquista i colori e la gioia della prima volta in cui un bambino si tuffa in un fumetto.




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17 novembre 2006


Oggi non mi riesce di riposare ad occhi aperti. In genere nemmeno, però… E’ che da quando il trapano, alle undici, ha smesso di torturarmi i denti - che due conati stavano per stenderlo il medico dei suddetti - mi sento loffio. Prendo il tubo del gas e lo ingoio. Quasi quasi vedo le colombe, m’allettano, le mucche che saltellano dietro alle pecorelle. Insomma quasi muoio, ma poi… mi sveglio, son desto, mi desto così.




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17 novembre 2006


Conobbi una tizia, avventizia, era la donna immagine della campagna del dentista, pubblicitaria. Tiziana, la tizia. Andò dal chirurgo per smagrirsi. Disse, vorrei tanto sparire. Sparire è un po’ partire, rispose lui. Vorrei partorire senza essere incinta, perdere così tre chili in un colpo. L’abbracciai a lunga. Sparì quando mi sbottonai la camicia. Temo sia affondata nell’asola, o nel gancetto del mio braccialetto.

Dov’è il bello delle ossa? Io mi ci sforzo, indago: cosa attrae di un ago? Un bel viso, invece, e bei modi e mortadella sui fianchi riempiono la botte e il letto, e inzuccherano il cuore. Pure lo stile di quelli che idealizzano la professione, e religiosamente si dicono stilisti, lo uso per fasciarmi le caviglie quando becco un calcio. Non c’è niente di più atroce della stupidità che si fa pagare. Forse solo la vita, che si fa sprecare.




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17 novembre 2006

Gran bazar


Per qualche mese di bizzarra salute e cattivo umore, m’ero perso a scrivere dietro uno spesso filtro di pesantezza. Serietà, manco fossi in debito con la sorte per qualche titolo che avvalorasse le mie sillabe. Non ascoltavo la voce del Munaciello, la perdevo in uno dei fantasmi dell’ eco. Né escludo che lui pure fosse spento, aturdìdo. Poi sono passato al  mercato . E ho ricordato la vocazione. Sai, che leggi, da qualche tempo sviluppo una teoria per la quale l’uomo non conosce, ma ri-conosce, al massimo bi-conosce. Ma qualche mese è poco. E poi a chè spiegarla? E, niente… non avevo certo preso la penna per trovare la causa dei suicidi in massa delle balene. Piuttosto per elogiarne il gesto, affondare nel dolore, se il Munaciello parla potrei volarci sopra come quell’ alito d’acqua verticale, e riderne. Non certo causa e concausa, chè l’una mi riempie il destro e l’altra il coglio sinistro. Sia detto, questo, nel massimo rispetto per ogni causa seria, e con lo spazio tralasciato che occorre, talvolta anche a me, nella decifrazione di un movente, o una spinta, o una mossa scacchistica. Però nasco per altro. E l’ho ricordato. Al massimo bi-cordato.




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16 novembre 2006

L'amico di famiglia


Non posso scrivere una linea di questo film: non si presta, ti arriva dentro e si trasforma. Dico solo che il protagonista è potente che lo sognerai di certo. La trama è priva di un picco convulso, ma sale piano, o scende piano. Questo film va ricordato, più che raccontato. A voi.

 
E’ brutto. Brutto tutto. Brutto d’un botto ch’ è un rutto. Scivolare fra due rughe per strappare quella riga di grasso stantio che si forma nella siccità. To’, un punto nero, brutto e nero, spremerlo al sangue, barocco, brutto. Geremia(Giacomo Rizzo) è la reincarnazione di un animale d’imprecisata specie, che si muove nel letame col suo bel marsupio ricco di vizio, di gola marrone, di ventre che s’imbambola nella contemplazione di un manto stellato, fasullo e brutto. Che animale è? Topaia la casa. Topanziana la madre, ch’egli vede topazio: tu sei il mio ospizio. Acqua dal rubinetto. Che animale? La lingua gli è viva oltre al cazzo. Lingua che afferra oggetti e parole, che afferra pensieri così in decaduta che parrebbero aver completato il giro, ed essere in ascesa. I buoni muoiono bambini. L’unica bellezza cela una bruttura più subdola, come zucchero fuso e riversato nelle orecchie del diabetico. L’angelo si corrompe le ali a tagliare nuvole al sarin.

 
Questo film è un’ esperienza. Niente in lungo e largo, solo quello scavo nella guancia di un animale (che animale?), in dentro, giù, al centro del brutto, nel nucleo, dove un cucciolo di coccodrillo schiuma pallido senza crosta. Spaventapasseri sovrastato dal frastuono, palude alle ginocchia. Mi manca l’aria. Nausea. Il cervello esprime un’imprecisata urgenza. Non di avere, né appetito, né sete, né distrazione. Il cervello rigetta il brutto. Vuole svuotarsi, vomitare. Se l’ha fatto apposta, Sorrentino è un genio, e l’animale che chiedevo è l’uomo. Ed io – animale.




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16 novembre 2006

Totti in razionale

                              

Donadoni: “Non è Totti a decidere. Sarà invece lui, con le prestazioni, a doverci mettere in condizione di chiamarlo
Totti: “Non posso pensare alla nazionale adesso. Da quando Ilary m’ha detto di essere di nuovo incinta, non faccio altro che pensare a dove infilare un secondo dito”.




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16 novembre 2006

Democrazia exportata

       

Me ne stavo appollaiato sulla mia solita frasca quando è arrivato un pensiero a tintinnarmi l’orecchino appollaiato a destra. L’eco dei due a sinistra risponde al colpo. Che bello morire per una causa senza dittongo, per un uomo senza piedi manco a chiamarli d’argilla. L’espatrio della democrazia è mozzarella di bufala, agli steroidi ippici. Non già per la bassezza civile del popolo apprendista, né per l’altezza e la gittata delle armi disponibili. La democrazia è, se vogliamo, una testa. Sotto ha un collo. Torace. Ventre. E via fin giù ai piedi. Non è che in Europa ci sia arrivata per mandato celeste da un qualche affisso qualunque nella volta, Marte o chi per esso. Un lavoro. Vite spese solo all’abbozzarne le scarpe, poi i lacci. Infine i diti. Rivoluzioni a fare capitomboli nel vecchio continente, sanguinarie o gloriose, petizioni e teste appese ai ghigni ancora caldi di fiotti. Montare il tiranno è opera semplice, che s’impone agevolmente a chiunque non abbia sporto gli occhi oltre il colle. Ma la democrazia necessita per definizione di un moto più ampio e condiviso, al quale non si giunge con un paio di belle e imburrate mani. Fuori dall’Europa sono poche le eccezioni. Il Giappone s’è inchinato a furor d’atomiche quando a Hirohito fu concessa l’aria. L’homo sapiente d’occidente capovolge il segno del flusso, e pretende d’insegnare la testa senza un corpo sotto, ghigliotta capovolta, e pretende di arrivare al fior democratico installando la sua folta e profumata capigliatura – di commercio capitale. Dalla mia fresca frasca pare che il capello venga dopo il cuoio. Ma forse sto appeso dalla cintola, alla rovescia. Ben venga il placito del dubbio. Ma in Iraq non si è pronti, semplice e stupido come un bambino, come un angelo, un dio.




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15 novembre 2006

Un buco, e mi ci infilo

Ascolto una canzone, musica che mi bacia l’orecchio. E mi riempio di vacillìo, e mi costerna la potenza del senso. Ascolto tutto ciò che vibra, mi ci allungo. Penso, adesso, che se non scrivessi vivrei la metà del mio corpo. Esistono filamenti inarrivabili, smuovono acque che da secoli figliano girini negli anfratti più muti di… della… Ascolto un’abilità. Una predisposizione a scandire un flusso, tutt’attorno mille facce nascondono gli occhi dietro dita tremanti., che non vedi ma soppesi. Andare in nessun luogo non è paura del movimento, ma amore per esso. Il niente arrotola speranze su effusioni, mentre muoio. E’ diverso. E’ divertente. Un cerchio o cosa? E mille sono i cecchini che sparano sabbia da notte, vestaglie corteggiate dal vento. Non ho un’essenza se mi attraversi con lo sguardo. Fingo i migliori anni, schiavo, cerchio di potenza. Affermazione è fame. Fame di sete. Quando il tramonto si chiude in rosso non divaga, semplicemente testimonia la solennità di un bacio rubato al freddo, la guancia liscia della conferma “davvero, vuoi? Cosa sarò dopo, io, per te? Una distanza da colmare di bugia? O di verità?” Fino al giorno in cui io, mia unica proprietà, varcherò la soglia del concesso. E dietro, cedo. Scusami. E’ stato un gioco. Non sono qui per trovare niente, solo per lasciarmi cercare. E’ notte, adesso, e ogni mansarda è avvolta dal silenzio. Un pianoforte dice che attorno, quelle mille facce, appassiscono. Un altro inganno temporale. Che vuoi da me? Le mie sono espressioni da attore, che estraggono merda dal culo dei neonati e la fanno rivivere ad età sconsigliate. Ma no. Non sono un attore perché non conosco il mondo, lo sono perché mi conosco. Non c’è altra scelta, come non c’era nell’attimo prima del bacio, d’ogni bacio. E, ripeto, guardami mentre mi dici che la pazzia non è un’ altra magia della chitarra. Io sono sensibile a queste cose, un esattore. Nasco oltre il monte, ben più su della mansarda che s’acquieta all’ombra delle nuvole, nasco per vivere cento vite, cento contorni, cento mari rotti di lacrime. Così muoio, in una virgola,




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15 novembre 2006

Mamma, la prof mi tocca!

Ennò. Me l’ero spromesso, ma, io, due parole sulla faccenda, le devo pendere. Due. Mamma gari. Riduco a una, va’, è mammagari! Se vogliamo sciacquarci la lingua nell’acquasantiera allora diciamo che è uno scempio, che la farfallina della prof è un’indecenza, che i maschietti la farfallina la possono annusare solo in coetà, e al ballo dell’ultimo anno, e col letto in petali di rose. Ma, appunto, acquasanta che infetta la papille. Ma, appunto, letteratura senza scintille. Se invece vogliamo spolverarci di ottimo buonismo diciamo le cose come stanno, nel loro nome, e facciamo parlare me, o qualsivoglia altro maschiaccio. Premetto che il ragionamento che segue non è applicabile all’opposta circostanza della quattordicenne infiascata, per ovvie e innegabili differenze di cultura e sviluppo – le stolte femministe usino le dita per la bocca, adesso. Premetto, chiaramente, che di coscienza in coscienza si va a piedi di piombo, e che ogni quattordicenne masculo si guardi dentro -e sotto- per trovare il gusto, e la conseguenza. Appunto, la conseguenza. Ci sarà. Ma siamo sicuri che debba essere malefico trauma? Io l’annuso lo ebbi poco dopo i dieci. E nessun trauma, anzi. Fantasia a catinelle e sana vita sessuale che fa sana la vita di per sé. E aggiungo – si sottraggano coloro che sotto le ascelle ci mettono l’incenso a deodorarsi – se alle superiori la prof  di Greco si fosse alzata un po’ la gonna nessuno sarebbe stato più lontano dalla condizione d’offeso quanto me. Diciamole le cose, non preghiamole, chè di chiese ce n’è già troppe. Ma che offeso? Turbato quanto vuoi, ma è scritto forse sul retro della confezione dell’uomo che il turbamento è da scongiurare? Quanto mi turbava, a dieci anni, la prima guerra in Iraq non lo si legge nell’acquasantiera? Quanto i rapimenti dell’anonima, niente? Quanto mi turbò il figlio ibrido di un visitor, nemmeno? Quanto mi turbava il neo pustoloso della prof di educazione tecnica alle medie nessuno lo denuncia? Al bando la cultura del decrepito ma cerca e cerca che qualcosa ci trovi. Il sesso, il corpo della donna, i merletti della gonna della prof di Greco, questi sono miracoli, bellezze, e che quattordici anni sia una giusta età lo dimostra il grado di calata dei calzoni dei protagonisti. Non altro.
Mammagari!

 

O’Munaciell

 




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15 novembre 2006

Muse e corna

                             

La parola non è cavillo. Il cavillo ha una dignità pezzente da fisso fesso, immobile come lo stronzo dispensato dallo scarico. La parola è creta che nasce dall’acqua per significare, o anche no, e nel secondo caso comunque significa, perché il segno non lo annacqui col mercurio. Allungarla e straziarla non le rechi danno né violenza. E’ un clitoride, la parola, clitoride femmina da arrossare: chi ha mai visto un gemito senza rossore? La parola si-deve-si-può scorticarla, non la soddisfi col ghiaccio, con tutti i cristalli del mondo le riempi il gozzo di noia. Dalla mitraglia – dice il poeta. Dalla parola mitraglia. Dal suono sono. Dalla sua giravolta storica, dalle sue evoluzioni acrobate. I suoi microbi la corazzano, la pareggiano al tempo che diserta via col pensiero del già letto. Cojones - se una decade di petulanti si compiange la netta partitura del senso: il senso, racchiuderlo in secchio, busta di plastica e suicidio d’immagine. Si dia fiato alle cornamuse in questa palude, giunchi morti impiccati sono le decadi che d’autunno sugli alberi, come fogli bruciati dall’immobile. Cornamuse! Cornamuse! Zampogne! Fisarmoniche mentre due s’accoppiano sulla spiaggia! Granelli di zolfo negli sleep… dormire, sognare, forse morire – dalla mitraglia, ucciso chi salda la parola mitraglia.




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14 novembre 2006

Quando i calcoli sono fatti a bilancino

                             

La svittoria (no, io non mi distraggo) di Prodi alle politiche ha permesso ad un variopinto schieramento di spigliarsi (manco qua mi distraggo) il parlamento. Nel suddetto schieramento c’era qualcuno, fra radicali e comunisti, che garantiva di battersi per la liberalizzazione delle droghe leggere. Ora Livia Turco mi fa il contentino di alzare la soglia per il possesso personale. E che è? Dove me lo devo mettere, donna Livia, il suo presentino? M’infurio un tantinello perché sono ingenuo, le parole le smisuro (...) e… ci credo. Mappoi, mi rassereno. Divento scientifico e faccio i miei calcoli. Approssimo, però. Tutto chiaro: quanti saranno i parlamentari comunisti e quanti quelli radicali? Ecco, appunto. Facciamo, per darci un’idea della mole da scariare, 630 più 315. Siamo a 945. Ora, su 945, bandita la legalizaciòn, il numero dei nostri è così piccolo che vale giusto quei 500 mg sputati sputati. Sono questi i casi, i pochi, in cui davvero voterei una scimmia.

 O’Munaciell




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14 novembre 2006


Questo è brutto. Potete non leggerlo che non m’offendo.


E sì che sul fenomeno si può vederla così o cosà, o pomì e pomà più in qua più in , e qua; ma una cosa è certa: chiedetelo alla folla se fenomeno c’è. L’anima di Merola mi ha impedito di raggiungere l’università perché quella piazza m’è percorso obbligato – poco dramma, per quel secco ossario che vi ci propinano. Allora accendo la tv. Reti libere, di quelle che per tutta la settimana si parla di De Zerbi e Calaiò bene; finchè il Napoli non gioca e se ne parla, poi, male. Inquadrano la piazza di Masaniello. Zeppa. Crema infilata a forza nella sfogliatella. I vicoli attorno, zeppole esplosive. Via Marina è una barricata umana. Bandiere, santini, vessilli d’ogni madonna. Nella chiesa facce equivoche, un D’Alessio travestito da curva B. Pure Bassolino c’è, distinto e distinguibile come sempre. Uno spettacolo l’uscita di scena di Mario Merola. Roba da Totò, da Magnani. Roba nazionale, comunque, se stiamo ad ascoltare gli accenti della gente che dall’alba pigliava posto nel Carmine. O quantomeno popolare, tanto popolare, d’un popolo così popolato che fai fatica a coordinarti temporalmente. Una cosa mi chiedo – le altre le so. Quando è morto il papa c’è stato un bombardamento a fission di nucleo, per una settimana e più, aria mistica che m’ ha fatto venire l’acquolina per i voti. Ora, mischiando sacro e profano in omaggio alla massima abilità del defunto, una mezz’oretta di diretta in rai non era possibile? Il bene della folla, quando c’è (esclusa nazionale di calcio maschile), non è un brodo che purifica lo scolo?




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14 novembre 2006

La forza della Cina

                  

Che pelle d’oca sulla natica: è la prima volta che piazzo un post d’economia (sì, economia, se non ci credi guarda la categoria!)

 
Con questo post faccio un’incursione nell’alta economia, economia mondiale, sebbene ad un osservatore superficiale – di quelli lì che un millimetro di lastra ghiacciata li regge sul lago – possa apparire l’ennesima corbelleria (tiè, corbelleria). Mammagari! gli risponderei se fossi il lago.
Cibarmi di cianfrusaglie non è mia prerogativa prima. Non che stia a francesizzarmi il palato, così da annacquare le parole di quella patina di seta che dici “minchia che charme!”. Però la cianfrusaglia, di per sé, è concetto assai prossimo all’irrelazionabilità. Eppure -dico eppure intendendo porca di quella zozza- mi ti compro un mezzo chilo di bianchetti, congelati perché poi non è che la genialità del cuoco naif la interroghi col telecomando del cancello automatico, né la comandi oltre la data della scadenza con accettabili frutti. Dopo qualche giorno li apro. Bianchi e così vermiformi che… – che saranno veramente pesci? Una metà li metto a soffriggere con le zucchine e il curry, per farne sugo per spaghetti, senza guardarli, studiarli. L’altra metà, scongelata, la riadagio in frigo chè la sera ne farò frittelle in pastella. Ora, detto fra noi, gli spaghetti non male. Eppure -dico eppure intendendo porca puttana selvatica- nel mentre che a sera me li intubo nell’impasto, ti ci trovo un cazzariello (ndr: un aggeggetto) metallico, piccolo e tondo, dai contorni irregolari che se fosse stato un neo avrei temuto il peggio. Cazzo sto a mangiarmi? Mi spavento, quel nodo di gelo - tipo Baggio che calcia alto a Pasadina - mi si allarga in gola, il sangue ribolle come l’acqua all’una e un quarto, le vene… le vene sono la tratta Napoli-Salerno, presso Cava Dei Tirreni, dove le curve sotto il sole t’illudono di non essere tanto curve - ed è lì che cascò l’asino. Insomma, sul cellulare ho già fatto il 118 e mi manca solo di schiacciare il tasto verde quando… “pesce d’acqua dolce pescato in Cina” leggo sulla confezione. Bene, razionalità: acqua dolce che è? Tradotto in linguaggio per vittime di attacchi di panico che è - fiume? Ah, tutt’appost: sarà stato un po’ d’argento che hanno buttato via, ecco spiegato: d’altraparte non è in gran crescita economica la Cina?

 

O’Munaciell




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13 novembre 2006

Promessi nell'Arno

                       

Nell’attesa fremente che Bolina spari la sua stracartuccia sull’alternanza, io mi sperimento su terreno straniero, brevemente. La riflessione nasce dall’aver ascoltato certe parole di Sartori intervistato da mamma Dandina. L’alternanza, per come bene funziona in u.s.a., innesca un meccanismo primitivo per cui l’elettorato di sinistra lì resta, quello di destra ugualmente non si smuove. Il centro è una barcarola che segue le correnti e s’affascina alle mode. Così prevede il meccanismo: la sinistra acchiappa voti dal centro accentrandosi (e dunque rinnegando le premesse); al pari la destra. Il risultato è una compatta pasta e patate dove tanta pasta e poche patate galleggiano su una scorza formaggiosa di nulla. I programmi promessi vanno a fottersi sciacquandosi nell’Arno, a imitazione segue imitazione, e la nullafacenza impiastricciata diventa l’unica bandiera sulla barcarola. Io? Menchè naufrago. Se poi arriva il partitone unico m’arruolo pirata.

(Le unioni dei dissimili fanno solo debolezze)

 

O’Munaciell




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13 novembre 2006

Ma chi è Mario Merola?

                                        

Non è Napoli. Non è mezza città. Non è la sua anima. Non è il suo cuore. Non è la voce di Napoli, non suo padre, tanto meno sua madre. Non è la voce perché questa città ha nove code e dieci teste. Potrà essere la voce di una delle teste, ma non la mia. E che ognuno parli per sé. La testa del mio corpo napoletano è caduta anni fa, con Massimo. Corpo meno arrogante di chi s’atteggia a sunto del calendario di barbagli, ch’è la città. Corpo più timido, provinciale, ma non così esterno da rinnegare. Massimo ribaltava la cartolina. Merola ci ha mangiato, dal pennacchio. Non contrappongo. Giustappongo. Oggi per me non è triste, in fondo l’artista Merola ha smesso i suoi contributi qualche decennio fa. Massimo no. Era in rampa. Era una potenza straordinaria che al divenire atto avrebbe massacrato le topaie partenopee. Ma chi può dirlo? In fondo non ci resta che compiangere. Eppure la grandezza la dicono le tracce, e l’eredità di Massimo pesa a chiunque, e svanisce come una corona maledetta dal pregio dei suoi preziosi. Merola ha i suoi eredi in quei polli che ugoleggiano nelle tv private, abbronzati a ciuffi, buoni per far soldi alle quindicenni – che se ai tempi di Merola le quindicenni fossero state già spendibili o’zappatore manco sarebbe esistito. Allora cos’è stato? Un elogio dei valori tradizionali, a detta di Geo Nocchetti, del lavoro sudato, della famiglia che sopravvive alle gonnelle furtive, all’antro minaccioso della malafemmina, all’angheria del guappo. Ma è ancora superficie, mentre l’altro, la testa decapitata del mio corpo napoletano, era un cuore malato che batteva monco, ma all’unisono col nostro tumore. Ebbene, Merola è i capelli della Napoli afferrata per i capelli da chi fabbrica facile guadagno alla povera gente. E quanto ha avuto da questa città come lo ha ricambiato? E’ sufficiente viversi il proprio clan in una terrazza di Portici, fare il santone ai pranzi colossali, per dirsi amante di una città che dietro il pane si vende il culo? Massimo no, il pane lo tossiva finanche nei campetti, col dieci sulle spalle.




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Parliamoci chiaro. Questo blog non è un albergo né un giornale. Non è una carta, non è giornaliera né qualcosa da mangiare. Questo blog rappresenta l’offesa della tecnica all’uomo, e viceversa. Non è me, non è il munaciello che vi parla, non è me che vi dico, anche perché voi non esistete che in certe vecchie cartoline. Io e  te non esistiamo e, soprattutto, non coincidiamo. Quindi nel caso in cui tu avessi qualche soddisfazione da chiedermi per cose che ho detto o fatto a te o a qualsiasi tua parente di gradevole aspetto, non hai che da dadà darmi appuntamento domattina all’alba – facciamo alle cinque che prima delle cinque la gallina non fa l’uovo e posso mai duellare a stomaco vuoto? – dietro la chiesa abbattuta e sconsolata. Oppure mi chiedi con urgente violenza di rimuovere, ed io, che so intendere senza mercanteggiare, rimuorrò.

Stesso discorso vale per le immagini, le foto, e soprattutto per le cose che non capisci. E per quelle che non capisco io. Stesso discorso non vale invece per le sparatelle dei commentatori. Quindi altro discorso:



 

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