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'o munaciello


Diario


31 ottobre 2006

Il soldatino più coraggioso

                   

Quando ero piccolo e mi veniva quella voglia di non-sapevo-cosa, e che le merendine non zittivano– e che anni dopo seppi essere semplice inquietudine e che mi sarebbe rimasta addosso –, né la tivvù coi cartoni intoniva, né un paio di ceffoni stonava, prendevo la busta verde coi soldatini e m’operavo. Li piazzavo fra le creste della terra, certi di vedetta, i mitraglieri appostati nei cespi marroni e sui muschi, architettavo gli accampamenti a ridosso dei colli, li cingevo coi sacchetti di sabbia e col filo spinato. Poi sceglievo il manipolo dei prodi, quello che si distacca dall’esercito e fa l’impresa, e via col liscio. A volte, quando i prodi vincevano, gli scavavo trincee difensive, oppure, opera colossale, innalzavo loro un muro coi sassi e gli facevo dire in faccia ai nemici grigi e tedeschi: “Col cazzo che adesso, figli di puttana, venite nella nostra terra!”. Altre volte deragliavo: pur non essendo mai stato un fan dell’interspazio succedeva che il capo dei buoni, quando proprio si sentiva delirante e forte, si rivolgeva ai nemici – che arierano quelli grigi, tedeschi – e faceva: “Col cazzo che adesso, figli di puttana, state tranquilli nella vostra terra: io comando tutto e vi scruto dall’alto… perché… perché…- e qui balbettavo perché il delirio di un bambino è comunque ancora sano - …perché anche lo spazio è mio!”. Quando ero piccolo e giocavo coi soldatini mai avrei immaginato che il capo dei verdi sarebbe diventato presidente.

 

O’Munaciell




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31 ottobre 2006

Parabola 10

I mezzi di produzione di massa, il capitalismo sfrenato, hanno come ultima perversione quella di non tollerare il genio: tanto e subito, questo è assioma fondante. Il neon lo preferiamo alla scintilla per la sua stabilità, la sua costanza: ma gli occhi ne muoiono a starsene quieti e bassi. Al contrario, il genio eleva perché stimola la comprensione, acuisce l’ingegno del non genio. Ma qui la terra è tornata piatta, e lo stimolo non è ammesso chè la facilità e la comodità sedano, ed è, la pace di spirito, la condizione imprescindibile per la catena di montaggio: il silenzio del cervello. Meglio Perrotta, Gattuso, gente che corre e che gli ergiamo le statue. Il nuovo genio è nelle cosce, e lo misuri agevolmente con un misero contachilometri.

A dieci anni mi prendevo una cotta per quelle finte di Baggio, le serpentine. A tredici ne ero perso. A quattordici con l’iliade americana ero più che perso: m’ero fatto di vapore e tendevo all’alto. Baggio piano ha smesso mentre spuntava Del Piero, pargolo di ottime speranze, che beccava le ragnatele degli incroci. Poi qualche brutta botta, qualche chilo sospetto di troppo, e piano è sceso pure lui, mentre già un altro dieci, Totti, s’affermava. Tiro potente e passaggi – certo, fare fiabe sui tocchi al volo è troppo: anch’io ne azzeccherei uno a provarne venti in una partita. Totti ormai lo danno a mezzo servizio permanente, ma già c’è Cassano, altro dieci che s’aspetta da anni come promessa del calcio. Promessa coerente dato che fanno il possibile perché rimanga pro-messa, cioè: mandata avanti, messa avanti. Mi sa di scom-messa. Ora che, a leggerla con occhi passati, lo scugno barese è alla corte di un qualche Filippo il bello di Spagna, c’è quel sergente ottuso e montanaro di Capello che gli fa a braccio di ferro. L’esercito vince solo perché ha più armi, ma non è detto che siano migliori.

Ah, dimenticavo, l’assioma vale anche nei blog.




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30 ottobre 2006

dialogo del cavolo

… presso il posto dell’ortolano

                                                                                
Dottor Minguccio: Buongiorno, c’è l’ortolano?

Venditore di pasta e cavoli: No, spiacente, oggi non c’è: è caduto malato. Però ci sto io, comandate dotto’.

Dottor Minguccio: Bene, vorrei due cavoli e un cetriolo. Se è possibile i cavoli belli sodi e il cetriolo non tanto duro.

Venditore di pasta e cavoli: Allora, il cetriolo posso darvelo, ma – mi dovete scusare – per i cavoli non è possibile: vedete io vendo direttamente la pasta coi  cavoli, già cucinata.

Dottor Minguccio: Come? Come se fosse un ristorante?

Venditore di pasta e cavoli: No. Come se è che vi vendo pasta e cavoli già cucinata invece dei cavoli da cucinare. Mi pare conveniente, voi che dite?

Dottor Minguccio: Va bene, allora mi faccia… vediamo… quattro piatti di pasta e cavoli.

Venditore di pasta e cavoli: Perfetto, cinque minuti ed è pronta.

Dottor Minguccio: Senta, cavolaro – posso chiamarla così? – ma lei lo sa cosa scrisse Lefebvre a proposito dei termidoristi?

Venditore di pasta e cavoli: Lefe.. che?

Dottor Minguccio: L e f e b v r e.   Lo sa cosa scrisse dei termidoristi?

Venditore di pasta e cavoli: Forse no…  mo’ non mi viene a mente, però se me lo dite non è che lo rifiuto, specie se ha a che fare con la faccenda dei termosif…  cioè del riscaldamento …

Dottor Minguccio: Non esattamente. Ecco, Lefebvre scrisse che i termidoristi pretendevano che la neonata Repubblica vivesse senza il concorso di quelli che l’avevano fondata, cioè che fosse borghese e autoritaria pur lasciando fuori dal potere una parte della borghesia e pur professandosi liberale. Beh, forse coi termosifoni c’entra un po’, aveva ragione.

Venditore di pasta e cavoli:   Uh che fetentoni questi terministi!

Dottor Minguccio: Dice bene. A parte il termine.

Venditore di pasta e cavoli: ma con questo che volete significarmi?

Dottor Minguccio: Niente. Riempio l’intervallo per la bollitura dell’acqua, sennò il dialogo non va avanti. Però… però è curioso questo fatto perché, vede, non mi pare che la nostra repubblica lasci il potere ai figli di quelli che concorsero a fondarla.

Venditore di pasta e cavoli: Figli? Cioè? Spiegatemi meglio che fino a adesso vi ho seguito ma mo’, non tanto.

Dottor Minguccio: Il nostro sistema elettorale si mischia da servo – o, peggio, da correo – a logiche economiche per cui il figlio del partigiano, o dell’operaio, o pure il nipote del prete, o pure il figlio dello zappatore, di fatto non può sedersi su nessun seggio di nessun colle se prima non trova i fondi per una bella campagna elettorale.

Venditore di pasta e cavoli: Ma allora questi terministi sono ancora vivi?

Dottor Minguccio: Non lo so, la sua è un’affermazione azzardata. Ma, certo, con i dovuti paragoni…  a  che sta l’acqua?

Venditore di pasta e cavoli: Ho già calato la pasta. Un paio di minuti ed è fatta.

Dottor Minguccio: Dicevamo? Ah sì, quindi… al figlio del contadino non resta che provare a vincere a qualche lotteria – ma dovrà comunque fare i conti con le minori probabilità di vincita dovute al minore investimento – oppure deve farsi finanziare da qualche potere economico, vedendo in tal modo ridotta la sua libertà d’azione nel caso riuscisse a inseggiarsi, conviene? A proposito, suo padre che lavoro faceva?

Venditore di pasta e cavoli: Papà c’aveva una terra a Acerra, piccola che ci piantava i pomodori. Poi il comune se l’è presa per farci le nuove case popolari e coi soldi papà ha comprato una casa. Dovete vedere quant’è bella: tiene le inferriate tutte coi roccocò, bianche, e pure le ringhiere di sopra sono bianche.  La pasta è pronta. Il cetriolo lo volete allora?

Dottor Minguccio: No no, quello lo lascio a lei. Grazie e arrivederla.

Venditore di pasta e cavoli: Grazie a voi dotto’,  arrivederci.

 




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30 ottobre 2006

orbitato

     

Così, come la più lurida bagascia gli lustra l’arnese al cliente prima del fatto, come qualsivoglia tèrgora riacquisti smalto al sofferto passo d’esatta porezza. Così, come la pomice col callo, che rastra via, appiana, a mo’ d’ Urali. Così fa quella fetta di giustizia che amministra la giustizia di quella fetta di pubbliche entrate che un tempo fu sport, che ora è verme di castagna. Questa giusta mestizia, questa mesta giustizia, la dicono norme d’olio, norme di concetti più tardi del giusto e del non-giusto, ma più antichi, che li ritrovi – a ben guardarci – meglio affrescati alle pareti delle grotte dell’uomo ancora gobbo. Giusto è un suono tumefatto, ha l’odore di un cazzotto al naso. E cede chilometri di distacco alla purezza cristallina di chi per esso si mandò al rogo. Ma… suvvia, l’uomo comune odierno non sa essere limpido nemmeno nel male, e nel bene è d’un opaco svilito.




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21 ottobre 2006

La promessa

                                             

Cristo moderno, Nicholson. Non posso qui svelare il motivo di questa audace osservazione. Ma consiglio la visione, e, magari, la contestazione (spiegare il paragone esigerebbe lo snocciolìo della trama: e nun sia mai!). Sean Penn pittore gioca con le immagini come fossero una sigaretta. La gira e la rigira. La consuma col respiro che – brucia. Macchia l’ingranaggio della macchinathriller con un paio d’inaudite. Il volto carbonizzato del serial killer è quel punto interrogativo impalato nella coscienza dell’osservatore critico. Il non-volto. L’unica subliminale appare in chiesa, d’una sadica e atroce figlia di crocifissione. La giusta dose d’alta, satanica, capovolta! Sean Penn narratore si ciacea in quella forma oleosa di dolore che ha le sembianze di un urlo coperto dal trambusto di mille tacchini. Dolore, poi, da scorza graffiata, da linfa sparsa, ma con contorno boreale di chiazza di stella, algida. Dolore sandwich quotidiano, ai piedi di un dio – anelato – che parrebbe voler gridare a voce alta la fermezza della sua menzogna d’esserci.

 

 

 

p.s. : Non scrivo ancora al mio pc. Presto l’attività del blog si normalizzerà. A fiducia.




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18 ottobre 2006

proibizionendo

                          

Proibisco gli zoccoli alla renna: m’inzolfano la neve da sciarci su come un galletto di biancolletto. Così babbo natale sarà costretto al contrabbando, o all’esilio forzato – ma volontario : che è attenuante aggravata. Poi proibisco i copertoni delle auto: perché, se dovessero bruciarli, il nero così libero in cielo mi raccapriccerebbe il riccio, mai vista una più netta rappresentazione della morte. Così le auto scorreranno per strada sull’olio di semi di giravolte ( io lo produco, ne ho piantagioni texane). Poi proibisco la proboscide all’elefante: quella strafottenza nell’agitar protuberanza mi provocherebbe retrogusto sapido d’oscenità, laddove la scena di fallo ottuso non percorresse a pieno l’ integrità dell’angolo. Così l’elefante mangerà dal culo, ma è una controcorrenza pittoresca: democratica. Ecco. Io sono democratico. Parlo per un popolo: la legge non la servo per la maestria della parola, né per mille perizomi merlettati: la legge mi serve, che le do vita e speranza. Democratico non cretino nelle leggi cretine mi sciacquo la bocca dopo aver rimesso. E fumo, e mi rimetto alla clemenza della santa imposizione.




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17 ottobre 2006



Sono del parere che, indipendentemente dalla qualità della rete, o del pescato, qualsiasi cosa venga traslata dal semigratuito al pagato sia da condannare. Nell’alto dei cieli ci vanno il tre e il quattro. Cazzo d’un cazzo! Sono gli unici due canali che, di tanto in tanto, a pioggia di sahara, mandano film. Certo, si lotta col sonno e con la polvere… ma se sei virtuoso qualche scena puoi beccarla. Levando i due canali mi resta una grappolata di realitis; qualche tiggì ancor più fazioso perché finge di non esserlo con mascherina veneziana e vibrator californano; qualche svilito varietà, impotente ai novant’anni; una potente vendemmia di ficscion cotte, stracotte, e stracacate; ... e un tubo. Sì, quel noto tubo.




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17 ottobre 2006

pz

Mi fido della scrittura. Delle mani piene che acchiappano l’argilla e la mettono a cazzo di cane, o a nuvola mediocre, o a spuma solare che osanna i vizi. Mi fido di quei canali che s’aprono e chiudono a dorsale di balena, facendo la scrittura una donnina umorale. Quindi non scrivo a comando. Ma quando i canali che portano ai miei pozzi si aprono, allora sarà il mezzo tecnologico che non dovrà, in alcun modo, andare in malora: a lui non v’è canale – no? – è un mucchio di trasporti che non trova massi sulle rotaie –no? Il mio nemico è il mezzo, chè da un mese non mi lascia sfogare i liquidi dei pozzi. Ah, pazzo! Lo manderei al sottosuolo coreano (o in Turchia col papa…)!

 

(fra un po’ torno)




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4 ottobre 2006

La buona morte

Inteso l’inevitato passo, con la sua veste di ruggine in filamento, inteso quanto e come sia indissolto dal primo vagito, col pieno raschiare all’osso non può, un uomo, riconoscere altro da se’. Non può lo Stato, con gli arazzi di polvere che frammentano narici. Non può dio, nascosto dietro un sigaro di niente. Non può nessun amore che le dita non affondi in petto al balzo, al dirupo che un paio di sogni riempiono. Non può la donna, costola in fine. Manco può la fine, titolarsi del bene – v’è più del male – che solitario muove. La buona morte sia il soggetto del soggetto, poi che snellendo il reale reame rimane, scalzo, lo stesso uomo del vagito. Anarchico, senza memoria, senza ringraziamenti da svilire né promesse da testare.




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4 ottobre 2006


Sto minchione di blog va in malora: ho perso i link e la pazienza per ritrovarli. Ora capisco perché taluni per una comunicazione diretta, programmino test nucleari.




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3 ottobre 2006

vocalismo

Postero: brano dal futuro

                          
[In quegli anni l’Italia, ancora repubblica, si vedeva presa d’assalto da orde d’immigrati nordafricani, o slavi, alle quali orde reagiva da paese moderno e collaudato quale la sua classe dirigente lo dipingeva. Termini generici e gassosi quali razzismo, intolleranza, nell’opera di assoporiferazione dei mezzi d’informazione erano stati dimenticati, se non cancellati. Ma - fu scritto - dove dall’alto i fili celano, dal basso i ventri scacano: al 2 Ottobre del 2006 si fa risalire il primo atto di vocalismo, da più parti considerato la vera piaga di tutto il primo secolo del terzo millennio. Ebbene, per l’assoluta sottigliezza del fenomeno, o per la sua apparente mancanza d’ogni logica sostanza, gli studiosi tardarono a valutarne la gravità. Torniamo al 2 ottobre 2006: un manipolo di ragazzi romani assaltò, dandolo anche alle fiamme, un bar frequentato da romeni: romani contro romeni. Ma, cos’era accaduto? La società non s’era avveduta che la cancellazione del termine/contenitore “razzismo” dal pubblico vocabolario aveva portato sì all’eliminazione anche del contenuto (congettura di superiorità fondata sulla razza etc..) ma non del germe ultimo, o primo, da cui il conio della parola era stato forgiato. Così il notevole incremento degli ingressi di extracomunitarii cozzava con l’incapacità del vocabolario stesso: il disagio, dovuto alla differenza, non trovava sbocco semantico, sicchè si riversò nei vizi di forma. In sostanza: che il gruppo estraneo si qualificasse romeno, al gruppo dominante  -che si qualificava romano- non poteva andar giù, come se la precedenza della vocale “a” rispetto alla collega “e”, oltre che dello stesso gruppo umano romano nella zona, potesse in qualche modo autorizzare l’azione, la pulizia vocale: vale una “e” l’originalità della “a”? Inutile sottolineare la confusione della popolazione pugliese a riguardo. Eppure tutto si semplificò, e la portata del fenomeno fu di conseguenza riconosciuta per la sua gravità, quando in tutto il Paese frotte di muli presero ad attaccare i moli nei porti, dopo aver, in preda a fregole da riproduzione, calpestato interi campi di fragole; le gemme secernevano gomme; i treni deragliavano sui troni. Solo quando una pèrca (pesce persico) aggredì nel fango una porca fu dichiarato lo stato d’allerta nazionale. Era già il maggio del 2008.]

 

Da “Analisi della genesi del Vocalismo”, di Alberto Trenino, 3056 d.C.

 




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3 ottobre 2006

Seduzione in piazza

E' finito il tempo delle sedizioni: questa scesa in piazza, che non è dunque il campo che pure s’affollò ai suoi tempi, il centrodestra con che aculeo la punzonerà, e da che costola la plasmerà? Esiste una mancanza di cultura – non summa cultura, ma di specificità del caso, ovvero di scesa in piazza – che possa talmente essere mancante da autorizzare all’oblìo di se’? Mi spiego. Fosse stato per una dozzina di camicie verdi e banderuole con petali simmetrici, l’avrei capita la cultura della destra a scendere in piazza; foss’anche stata quella panzanella cogli stivali neri attorno alla capitale, l’avrei capita, prevista, la scesa. Per cosa scende in piazza un La Russa? Cos’è, una manifestazione per la liberalizzazione delle corde vocali dai giunchi di carbonio? Quel che è certo è che in quella piazza vorrò esserci, l’improvvisazione, l’invenzione, sono fenomeni che mi seducono.




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3 ottobre 2006


Fossi basso mi nasconderei fra le natiche di Dio. Invece no. Non è cattiveria né civetteria: è proprio che non c’entro, sono alto, ho la neve che mi solletica i timpani. In tal modo, che di pertugi divini mi vede sfrondatore più che opportunista, devo rilassarmi e concepire una sussistenza libera sì da padroni, ma pure da custodi. Così mi alleo al cibo perché c’è poco sapore nella tunica e nell’incenso, mi alleo al sesso perché c’è poco sapore nel guardare e non toccare finchè ti si intimidisce lo scroto, mi alleo alla canapa perché c’è poco gusto nell’essere sempre costante mente nascosto dietro al paio d’occhi strabuzzati. C’è chi si allea alla croce. Vedi tu chi è il fesso.




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2 ottobre 2006

Nuovomondo

                                               

Il primo fotogramma è una pietra di un imprecisato monte siciliano, aspra e tosta come la Sicilia, come la vecchia mamma del protagonista. L’ultimo è il mare di latte, bianco come la bontà, e come ciò che feconda: “questi che partono sono la nostra sementa che si va a mettere nel terreno cchiù fertile”. Il film è una linea, una rotta, che dalla pietra porta al latte, semplice e retta, e sue bellezze stanno nei dettagli, nei personaggi, e nei deragliamenti.
Lo scorrere ha le fattezze del documento, e il più grande pregio – m’ è parso – è la questione del linguaggio per come viene affrontata: nessun italiano neutro, affanculo! Un bel siciliano stretto con tanto di sottotitoli. Poi, prodezza dell’elastico, alla fine del film ti accorgi che i sottotitoli manco ci sono più, e che tu intendi benissimo quanto dicono, sempre in siciliano stretto.
Lei, la vecchia, è stupenda, è una pietra rabbiosa e orgogliosa, indomabile tranne che da una doccia che zampilla dall’alto. Luce, invece, che sarebbe la bella, ha un muso antipatico e presuntuoso, che poi pure brutta è: ma che non rispetti alcun canone estetico da spot mi consola. Lui poi! Salvatore Mancuso è così giusto che pareva di conoscerlo già, quella faccia, quelle espressioni: sono io? È mio padre? Mio nonno? Un qualunque bel terrone timido e zotico? Certo che lo nominerei all’oscar, ma andrebbe sprecato.
Capitolo a parte è la tendenza al deragliamento onirico, che intervalla a mo’ di cortocircuito la linearità della trama, e che, specie con la grossa carota nel latte, mi sa d’un Kusturica da galateo (che è toglierci i miracolosi pidocchi, a Kusturica). Ma, dopo qualche esagerazione, si mantiene minimo: spesso solo musica e estraniamento – come la scena in cui la vecchia concede l’assenso al matrimonio – ed è ovvio che lì a reggere sia la faccia degli attori – o come quando due anonimi emigranti prendono a suonare nella stiva i loro vecchi arnesi, come rapiti dalla musica, come a rapirmi, e restano esausti.
Che poi la “moderna visione” voglia selezionare il nuovo uomo sulla base dell’intelligenza – bene contagioso – non è meraviglia, si sa già, e manco m’ergo alla condanna… solo dico, ma quei voli di Sparta?
In somma, non so se l’oscar… ma so che di certo vale più di Romanzo Criminale, col quale pare essere in lotta per la lizza. E, bene ben più alto, so che vale intero  i 7 e 50/ 8 euro  del biglietto: che ne esci soddisfatto dalla sala, con gli occhi pieni e belli, non come quando esci da quella cazzo di Pirati Dei Carabi (sabato scorso), affamato, stanco e irritato: pensavo mi fossero venute le mestruazioni!




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1 ottobre 2006


Un Amleto di meno, di Carmelo Bene, erano circa le tre quando iniziava, stanotte su rai 3. Ora io mi rendo conto che alle stuole di adolescenti coi soldi facili la pubblicità non voglia destinare quella zuppa fresca zuppa, mi rendo anche conto che alle buone famiglie nazionali riesca tanto facile piangere alla De Filippi quanto annoiarsi al Bene suddetto – e questo è quanto –, così come rendo il conto a Ghezzi e truppa sua per la resistenza culturale di un undergrounding notturno ma, caino ma!, perderci il sonno non farebbe di me quel teschio che il dilemma maneggia? Fragilità, il tuo nome è pubblico!




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Parliamoci chiaro. Questo blog non è un albergo né un giornale. Non è una carta, non è giornaliera né qualcosa da mangiare. Questo blog rappresenta l’offesa della tecnica all’uomo, e viceversa. Non è me, non è il munaciello che vi parla, non è me che vi dico, anche perché voi non esistete che in certe vecchie cartoline. Io e  te non esistiamo e, soprattutto, non coincidiamo. Quindi nel caso in cui tu avessi qualche soddisfazione da chiedermi per cose che ho detto o fatto a te o a qualsiasi tua parente di gradevole aspetto, non hai che da dadà darmi appuntamento domattina all’alba – facciamo alle cinque che prima delle cinque la gallina non fa l’uovo e posso mai duellare a stomaco vuoto? – dietro la chiesa abbattuta e sconsolata. Oppure mi chiedi con urgente violenza di rimuovere, ed io, che so intendere senza mercanteggiare, rimuorrò.

Stesso discorso vale per le immagini, le foto, e soprattutto per le cose che non capisci. E per quelle che non capisco io. Stesso discorso non vale invece per le sparatelle dei commentatori. Quindi altro discorso:



 

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