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'o munaciello


'O Munaciell'


13 febbraio 2008

video munaciello: le favolette dell'elefantino

 

Ho ritagliato i capelli. Sento di perdere l’orientamento. Mi sveglio rabbioso, con gola di ruggine. Mi sveglio smanioso, ho il terrore del tramonto e forse del movimento del sole. Per fortuna le cose che accadono in Italia mi fanno sentire immortale tanto sono caricaturali di per sé.

Come questa, questa favola per cui il nostro tempo soffra degli aborti. Questa favola puntualissima per il dissesto ideologico del tempo e le elezioni da farsi – da crearsi. Per le unghie ecclesiastiche allergiche agli specchi. Il nostro tempo soffre di mali meno sottili, più semplici, più grossolani, più osservabili. Inutile risalire al concepimento. Quella è solo sfaccimma.


27 gennaio 2008

LA BOMBA, ultima puntata del governo Prodi


Non era esattamente quello che avevo in mente.
Ma non mi dispiace.


25 gennaio 2008

Prodi si è dimesso. Ne mancano altri novecento.

 

La che segue sarà una attenta disamina sull’attuale situazione politica italiana. Indi per cui saranno quivi trattati nei minimi, nei miserrimi, particolari i due principali scenari. Il primo, senz’altro il più comodo, contiene però in sé un germe di leggera sconnessione… com’un paradosso, ma senz’osso. Il secondo, più complesso ma di maggior durata, necessita di pazienza, dedizione, e spirito d’iniziativa – tutti pregi che la nostra classe politica ha smesso di avere più o meno da xx anni (lo so che non si legge il numero, ma è a due cifre, e già è assai).

 

Scenario a)

Prodi è caduto. Il governo è caduto. Prodi e il governo coincidono. Si da che o l’Italia è senza governo o Prodi non è affatto caduto. Tutt’al più: elezioni anticipate e manto stradale rifatto.

 

Scenario b)

Poi Prodi è caduto. I possibili scenari, i possibili scenari, i possibili scenari. E ancora i possibili scenari, la sfiducia certificata, e i possibili scenari dei 161 brindanti contrari contro i 1 senatori astenuti, il senato non approva, ma certifica l’apertura dei possibili scenari. Dunque è davvero caduto: da qui i possibili scenari e il margine d’azione, e la legge elettorale e il governo tecnico, artistico, tecnico. I possibili scenari, il telone s’apre, da lì uno sputo, un chitemmuorto, uno sviene di qua l’altro di là (è sempre preferibile che due possessori di crani svengano in opposte direzioni onde evitare che i due crani convergano politicamente in un abnorme e fallico bernoccolo). Ma perché? Ma perché Nuccio Cusumano, dico io, dovrebbe essere una merda? Come o cosa o chi e con cosa avrebbe reso possibile l’ingresso di una merda nel luogo più etc. e storicamente più importante etc. che più di ogni altro monumento etc. etc.? Perché questo vecchino è stato sballottato e odiato, e svenuto? Chi diavolo l’ha svenuto? Qual diavolo? C’è qualche grossissima ragione di natura personale? Un dramma romantico, un dramma d’onore s’è inscenato alle nostre spalle e soprattutto a quelle di Romano Prodi? Qualche parente messa incinta dopo scavalcamento di mura di convento e promesse tradite e lettere d’amore notturne e infuocanti? C’è un vecchio duello che alimenta quest’odio? Una pistola che volontariamente mira alla spalla e attende la clemenza ravveduta dell’altra? L’altra pistola spara al cuore? Ma perché spara al cuore, dritto lì? C’è dietro un’occulta manovra di Bersani (Samuele)? Che fine hanno fatto i 3 senatori dell’udeur che Prodi ha perso? Dov’era quando li ha visti l’ultima volta? Aveva mica fame? Perché questa violenza contro Cusumano? Ma è seria, ragionata, tutta questa roba in parlamento (luogo più etc. e storicamente più importante etc. che più di ogni altro monumento etc etc)? Se esistono dei motivi per prenderla così male io devo saperlo. Io devo. Anche perché cavare una singola merda dalla fogna è affare o impossibile o adatto al merdaiuolo.

'O Munaciell'


17 gennaio 2008

MaStella - stellaaaa!- non era una battuta di Marlon Brando?


Mastella… la mugliera… l’onnipresenza bassa di quel lindo governatore… e la magistratura… le frange estreme e quelle pionieristiche… la ricerca del west… the west is the best… ride the snake… the snake is long seven miles… ride the snake… he’s old… and is gettin’ cold… una fine senza fine… negazioni di negazioni… dignità e caciotte… prostate e prosciutti… procuratori sprovveduti... pruriti e purezze d'animo probabili oppur presunte... pernacchi... processioni domenicali… tuniche e altre uniformi maccaturi per nasi colanti… maggioranza assoluta e relativa… la lezione democratica… la lezione e basta… l’ultima ora la campanella il campanaro e ‘o zampognaro… le streghe di Benevento le streghe di Carpenter le scorciatoie carponi… l’amministrazione e il palazzo e l’urinale in cortile… le stelle e le strisce… le stelle filanti… le fughe che filano… la mozzarella contaminata... l'amianto degli amanti... la commozione la famiglia la paura l’amore il complotto il giaccone e il giaccotto e, corporalmente, il culo rotto.

I segni! I segni! I segni dei maestri! I segni!


5 gennaio 2008

bisogna cambiar denti, essere pesci, esserfurenti

Dario, ti rispondo qui.

 

Ho appena ingoiato l'ultimo risotto, sbobba di controfritto di carotcipollessedano più pancia cubiza di porc e gancia vanzato dal brindisi e friggiarelli. Molto verde e arancio, molto buono, come un testo che s'amalgama nei postacci dell'intestino, come un testo ridotto dalla casualità del frigo prima che marcescescano le robe, quindi ampliato in prospettiva. L'arrangio, questo vizio che il folklore vuol far virtù, ripugna senz’armi proprio adesso che le punte dei lancillotti e giavellotti cercando busti da trafiggere intoppano nella mondezza. Che puzza. La forma del cucinato, arte e cucinato, è qualcosa come il mango che sai. Pensavo alla covata malefica, pensavo anche alle nudità dei pasti burrosi, alla macchina da scrivere che cola milze, che cola code, che coca cola. Viderò dromo solo stasera, giusto stasera, semper che i compagni d'avventura siano concordici, piuttosto nordici, piuttosto scoop di vudi. Mi fa bene uguale. Ma è un periodo che ho sintomi interiori, sin-tomi. Senza tomi.

Mi pare di scovare la bontà del diario da appena un paio d’ore. So che passerà. Passa sempre tutto. Resta solo la voglia di fissare immagini. E risotti.




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5 gennaio 2008

bisogna cambiare identità, esser dentici, esserelastici


Vorrei interpretare Giovanna D’Arco, vorrei essere Milla Jovovich per controllare se le mie gambe finiscono. Fare degli stretti di ogni promontorio mattonati in bianchissima neve calda, e fare su e giù con le dita. Ma sento di perdere entusiasmo. Non cacatemi il cazzo. Riesco a pedinare le cose solo se queste mi pedinano, ma poi per una sorta di indole selvatica vado soggetto a sputi di dragoloni di fuoco dalla bocca. Adoro l’aglio, e la cipolla. Modicamente. Quando adoro però dimentico il modo, smodaccio. E adoro l’idea di sfuggire al rogo per una sommossa popolare, per un paio di gambe lunghissime che legano nuvole e fango. Ma questo smodacciare trae spunto e sussistenza dalla acerrima nemica che mi porto dentro, una roba vermiforme che solo il primo Cronenberg… Una sbobba liquida e densissima che carpisce in tuffi e controbbuffi ogni mia concentrazione. Spinge la soglia. Lascia il selciato per terre di rugiada. Lascia il marmo per zucchero filato. Lascia la zuppa per il fuoco che la scalda.

 

Ma grazie. Grazie àncora. Se non fosse per lei finiremmo al largo.


3 dicembre 2007

rassegna stramba

L’ira russa di sputacchiator putìn, dirigente d’ingenti agenti furono dissecretati, dice che non sta bene che l’idea populista venga tumefatta dall’osservazione estera. Tutto ciò funziona nel mondo, viene premiato, il popolo non avverte, non sovverte, non diverte, quindi è una fortuna che a divertire e a sovvertire e ad avvertire ci pensi il capopopo’. Anche perché il fondamento di alcuni diritti fondamentali è noto possa variare da parallelo a parallela (tu pensa al quadro svedese), e paese che vai usanze che trovi, e gallina vecchia fa buon prode. Come prode è l’esplosione di colpi in aria dei nostri prodiziotti, che bene facciano crivellando i malavitosi perché è intossicosa assai questa serenata, svegliatevi, svegliatevi! Nel frattempo la Germania concede il quarto uomo, il gip del fattaccio alpino concede l’omicidio commissionato, Berlusconi concede il bipolarismo, la fifa non concede Riquelme maricòn al Boca, e il Milan non concede a Ronaldo la fifa per la palla. Chiudiamo con la disdicevole sfortuna per Olanda, Francia e Romania di esser capitate nel girone degli azzurri per i prossimi Europei di calcio da disputarsi in Svizzera, Austria, Ticinia, Istria, Aspra, Ucraina e Camciatca.

 

‘o munaciell’

[ah, a proposito, poi ditemi se non c'azzeccava questa]


29 novembre 2007

Trailer munaciello - La Rossa In Rosso


29 novembre 2007

il gallo di Perugia

 

Niente che mi fermi. Senza fermi senza fermi!

Tutti all’erta la terra annunzia, sta

Ferma mentre balla ferma mentr’arraglia.

Il coro è parte di me come io parto da lì

E lì giungo quant’è vero che son giunco!

E tu e tu e tutu donna che mi dai di spalle

Con le gote rosse e le ciliegie in labbra

- la senti? dico, la vena che frigge?

o è fantasma che pupille traccian?

E tu e tu e tutu donna che mi dai di fianco

C’è dell’olio il cui fumo… no, non ha idea non hai dea

Non hai idea perché pensi alla spallina

Confondi la stoffa con la pelle, bella

Balla bella, fai come la lana: bela!

Non so se né so quanto ma

- periodare snesso che mi corti -

Un impaccio mi locchia la lengua, tùrgidami

Tu, tu mi turgi?

Turpe proterva miccia di Minerva

Consigliandomi zolfo t’offro vampa rossa

Strisciando, se sì fai, un segreto una sorgente

Caldo e luce luccicando luccicaldo cigno sei

che cingi.

Sai di me perché respiri il mio respiro

Da che ho colto prematuro il passo tuo

Il modo obliquo che baci la tua paglia a destra

Il modo obliquo con cui soffi i tuoi grigiori sopra

Il modo obliquo con cui lotti il vento nei capelli

Il modo obliquo con cui bondeghedeghedeghebondegheban




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28 novembre 2007

il giallo di Perugia


L’hanno visto tutti entrare col sigaro in bocca, entrare chissà dove. Una casa, si suppone. Quella del delitto, si spera. Cenere sull’impermeabile, era lui, sguardo freddo di chi suppone con la fermezza della buona supposta. Era il detective Hans Stoppeln Moenkaeler di monaco, della piccola monaco. Ha osservato in giro e ha trovato la soluzione al giallo che non fa dormire gli italiani. [A tal proposito Renato Mannhaigger, esperto calcolatore di opinioni in trasparenza, sostiene che il giallo per questioni di tonalità sia la seconda causa di insonnia in italia subito dopo, e non prima, la pornografia notturna che è la prima – di sovente essa stessa associata al giallo, non inteso come colore, né come tonalità, inteso allora come spago teso con poco sugo e qualche frutto di mare].

Il detective ha detto: “Insomma, credo sia altamente probabile che la ragazza sia casualmente inciampata su un fantoccio vudù o un dildo, e sia andata a cadere sulla lama di un coltellaccio prussiano lasciato lì per terra; la gola le si è recisa e la morte è sopraggiunta qualche ora dopo per dissolvenza sanguigna senza che i presenti riuscissero in quel lazzaro di tempo a comprendere, a concepire che non si trattava di burla imbastita ad arme ma che l’urla, al contrario, erano reali. D’altra parte s’è sempre detto di tenere i coltellacci fuori dalla portata dei bambini… tuttavia, considerato che da che mondo è tondo la portata dei bambini è patatine fritte con carne (o cotoletta alla milanese o hamburger alla amburghese) si evidenzia come il coltello sia indispensabile alla portata dei bambini appunto. Per queste funzioni e non per altro si ritiene dunque colpevole la defunta stessa, sia per non aver saputo competere in bellezza con la ragasuola meregana che un par de botte glie le daremmo volenti, sia per non aver lasciato indizi sulla incipiuta malcapitanza dell’inciampamento. L’inchiesta è tolta.”


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26 novembre 2007

la scelta del titolo non è mai locale

Sta per tornare Adriano Celentano. Ho mal di testa. I buchi di parole valgono miliardi. Essere pagati per saltare le parole. Per annullare le frasi. Essere pagati per pubblicizzare l’interruzione del pensiero senza riempirla, quell’interruzione, di alcun pirla di rien (niente). Però c’è qualcosa di drammatico e ricreativo in tutto ciò, come diverte, a suo modo, la lacrima della signorina in foto quando al signorino in foto gli si ghiacciano i polmoni.
Il sogno di chi cerca qualcosa dalla scrittura… no, dalla tessitura, da qualunque tessitura, è accumulare una buona dose di filamenti per farci un giorno, il giorno del sogno, quantomeno un baco. Per avvolgercisi. Cisì. Ma il sogno superiore, quello così alto che la fantasia onirica svapora all’avvicinarlo, è far farfalle senza adoperare filamenti. Fare materia nel vuoto. Poi sulla natura della materia, sulla sua temporanea condizione chimica, lì si gioca la calatura del manifattore. E il passo fra merdaiuolo e cioccolataro è breve.

Un posto miracoloso è questo cucuzzolo nel mediterraneo. Osanna, osanna, osanna.


24 novembre 2007

la scelta del titolo è sempre casuale

 

Sto tornando – un po’ di pazienza, lo dico soprattutto a me. Ringrazio chi è passato di qui in mia assenza: è bello trovare anime per casa al ritorno: graffi sulle sedie, forfora nel lavandino e strisciate di sudore alle pareti. Sto tornando.

Nel frattempo mollo qua questa. Chiamiamola, strisciata.

 



Bradisismo

 

Barca ch’attracca al lievitar di nembi

Orso, germoglio, lama pugnalante

Spareggiato il sale fa il corsaro

Bitume, scolo, capovolto monte

 

Fossi porcellana godrei dei fratti

Resto, grado, moneta che scintilla

Mentre è lingua sciolta questa corsa

Stallo, stecca, Oceano sotto Scilla

 

Oltre i miei talloni vapori e tuoni

Ché quanto efelidi e brecciati nastri

Morbida terra fa di passi fossi

 

Così piange, e langue: chiama ostello

E mormora, vacilla, ne fa impiastro

Del goccio s’abita, e polpastrello rosso




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20 novembre 2007

segue dalla testata

 

Ieri sera, scosso da spiacevolezze che incupiscono me e i miei cari, per solleticare un buon sonno ho messo mano alla scorta di ottimo nepalese avanzatomi dall’Olanda. L’hashish quando è buono ed è consumato dall’uomo nella giusta postura mentale è in grado di smuovere le palline di ruggine dagli angoli più inaccessibili della mente. E mentre Bruno Vespa brontolava con tono vecchiamente paralitico che la canna s’è animata/armata per sparare una secca coltellata in gola alla pulza ‘nglesa, ricordo d’aver fatto pensieri profondissimi. Giuro. Profondissimi da paralizzarmi. Così profondissimi che quell’ape melanomica non ne sfiorerà mai neppure una ciocca di capelli, mai.

Sono annotati in graziosa brutta grafia su certe carte. Che non ho rollato.


14 novembre 2007

Trailer munaciello


10 novembre 2007

prove tecniche di rassegna stramba

 

A Perugia – ambientino universitario (altrove, a torto altrove, definibile crapula etc. etc.) – le sensazioni son spertugiate sì tanto da impecollarsi la lama compiutamente errando l’elsa vicendevolmente in triangoli poco affatto desiderati, canta re è nato zero in previsione ai ministri e ai comuni: ma solo dal prossimo governo, intanto che c’è crisi pollitica – non mi si leggano né imputino inflessioni aviarie in quella doppia lelle. Sarà che sociologicamente non valgo una picca, ma sociologicamente preoccupano le condizioni brontosferiche del gran vento e giù col tempometro s’ossida il mercurio, dunque pianeti. Calcolando l’angolo d’impatto della luce del sole sulla terra un certo scienziato non so in qual modo dimostrò che la stella non risiede effettivamente nel luogo in cui la vediamo sedere: clamoroso: la stella è vagabonda – si ritocchino i testi dei nomadi. Veniamo ai rom: calcolando quel coefficiente numerico già detto s’ottiene una formula giuridica mai fallace per cui rubando un etto di prusutto si finisce al fresco per 14 mesi. Abbiamo però già detto della temperatura che scende, no? E allora? Cribbio. Berlusconi vuole Adriano l’imperatore, ma l’imperatore Adriano è passibile di pessima fine avendo egli tutto, da subito, psicologo allarmato, la palla è rotonda e si gioca fino al novantesimo, vigliacco! Ma T. T. Henry Pottèr a sua discolpa afferma di non essere il tipo d’avventura d’una notte e via dicendo quando mai, nemmanco in perugina landa, s’era sospettato in quel tremulo latticino il chiavettiere. Attenzione però: a Battiato fa schifo Tarantino, a Tarantino fa schifo il cinema italiano, al cinema italiano fa schifo il cinema, al cinema fa schifo l’albero, il fiore, il seme, il frutto, di nuovo l’albero, poi il fiore e così non se ne esce più. Maturità pischelli! Schifo è una parola grossa, senz’altro più grossa di mai e di gran lunga più lunga di e. Chiudiamo con la lotta ai vertici dell’arte: al People’s Choice Awards, unaididsteizovamerega, se le danno di Santa Ragione i pirati dei caraibi, spiderman, e bourne ultimatum. Ma è quest’ultimo a godere dei favori del favorito. Se ne parlerà su questo flavoured toast blog, yeah. Ricordate: schifo è più grosso di e.

‘O Munaciell’


6 novembre 2007

Enzo Biagi non risponde

Alla fine è morto pure Enzo Biagi. Quando muoiono i vecchietti è solo triste, nella norma, in una norma che non  cede manco un millimetro ad altre possibili divagazioni. Allora devi starci, con qualche ricordo familiare scomodo e perfino qualche assenza di ricordo. Il vecchietto campa, poi muore, non altro. Cioè un limite secco. Un uscio. Che segna il tempo che avanza, e che ti proietta come un molo in un mare un po’ più piatto, un po’ da increspare. Senza fari.

Pare sia stato un giornalista vero, così si dice, verace come una vongola, assai somigliante alla stessa anche esteticamente. Ma il giornalista mica si giudica dall’apparenza? No, suvvia. Però cazzo se era moscio. Il Fatto, il fatto lo ricordo bene, con la sua musichetta composta. Soporifero. L’editto di Sofia l’ha ringalluzzito, Biagi pur uscendo dalla baraonda della guerra era italiano fino in fondo, amante del paese, amante dell’atteggiamento che ha il paese. E allora gli è parso naturale invittimirsi per essere stato mandato via dalla rai e ‘sti cazzi se continuava a scrivere un po’ qui un po’ lì. Siamo così, ci piace la sedia ma è meglio la poltrona, ci piace scrivere ma è meglio scrivere e poi leggere in pubblico. E se riusciamo a raggiungere un certo livello chiamiamo l’ingiustizia quando – per motivi discutibili ma ahimè fatti, cioè da affrontare – dobbiamo riadattarci. Che colpa ne ha lui, il vecchietto? Osannato per aver ridotto la lingua ha creduto d’essere la biella indispensabile all’informazione, il connettore fra grande e piccolo. Però è arrivato uno che aveva in tasca la versione più raffinata dello stesso segreto, non da Biella è arrivato da Arcore.

Enzo, una sola domanda ti faccio, qualsiasi cosa sia tu: lo vedi ora quanti aitanti giovani aspettano che schiattino i vecchietti attaccati alla poltrona? E te ne faccio un’altra: ancora ti lamenteresti?

Shh.

 

‘O Munaciell’


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5 novembre 2007

Coming soon - trailer by 'o munaciell'


4 novembre 2007

fichi-fichi insieme

 

Scorrendo il blog collettivo “giornalettismo militante”, fra una serie di fotografie incastonate nel testo, ho potuto scorgere un insieme di righe fatte di vocali e consonati e vocali e consonanti in grassetto – e ancora fotografie – sotto il titolo “mamma mia che impressione”. Il testo è divertente come di-verte la favella sperticata dell’ubriaco a bianco frizzante… colorato più che divertente… no, pensato per essere colorato più che già colorato, come quegli album che si comprano ai piccoletti… no, forse pensato più che per essere come se su quel per si sia verificato un terribile capitombolo del pensiero. L’ho letto con la curiosità di chi si chiede un po’ dove si voglia andar a parare. Poi però non l’ho finito. Non perché l’eccessiva presenza del grassetto urta la pupilla, come uno strillare per dar senso e forza a un mammamiacheimpressione qualsiasi, cioè un evidente affanno – sono tempi duri questi, ed è sgradevole affannarci l’un l’altro perché qualcuno potrebbe aver mangiato aglio crudo. Ho invece lasciato sospeso l’insieme di righe fatte di vocali e consonanti e vocali e consonanti in grassetto – e ancora fotografie – perché a un certo punto si leggeva “Capezzone è ito, Libmagazine affondato”. L’espressione in sé, oltre che evasiva della verità – perché Capezzone non so se sia albero di qualcosa ma di certo non di Libmagazine, che dunque giammai molla –, è più complicata di quanto sembri, nel senso che complica (piega insieme) più questioni  senza la cui disamina non si capisce un cazzo. Innanzi tutto c’è da stabilire, usando il verbo affondare, quale sia la superficie di galleggiamento. Operazione complicata (piegata insieme), poiché diventa necessario, a tal fine, determinare la posizione di galleggiamento dell’osservatore. Mi spiego: se io dico che una barca è affondata lo dico perché l’ho vista dalla costa? l’ho vista dal faro? l’ho vista da un relitto già sul fondo dell’oceano? o dalla cloaca che va a mare? No, perché il senso dell’affondare cambia, e di parecchio, interessato non per ultimo dalla comodità con cui l’osservatore adempie alla sua funzione d’osservazione: cosa è osservare d’amaca con fiaschetto già vuoto, altro è osservare allo sbocco a delta della fogna con fino alle anche una corrente di merda. Per non parlare poi della sostanza nella quale si definisce l’azione dell’affondare. Anche questo complica, e non solo nella misurazione della resistenza che diverse sostanze offrono alla chiglia della barca, ma anche in ottica utilitaristica: cioè, se fosse acqua sarebbe un conto, e sarebbe un male affondare; se fosse vino – ma sappiamo che non potrebbe essendo la botte evidentemente vuota – sarebbe già più affascinante l’idea; ma se fosse merda? diverrebbe allora imprescindibile affondare, l’unica scelta, un piacere quasi. Che poi che mi rappresenta questa esigenza di stare a galla? Che mi reca questa luce, questi riflettori? Mi rendo conto che il pelo del liquido sia ambito – lo si nota dai colori, dalle fotografie, dal grassetto – ma affondare è un miracolo di scienza, la sperimentazione di più leggi fisiche contemporaneamente, un’esperienza grazie alla quale s’adocchia la realtà da un altro punto di vista, un aprire le acque dopo averle rotte tanti anni prima, e soprattutto uno scivolare così analogo alla scopata da eccitar quasi – a chi almeno sappia di cosa sto parlando.


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2 novembre 2007

dubbioso

 

Le carceri affollate. Dice che ce ne sarebbero alcune chiuse, figurarsi: apriamole, no? Ma poi, non so, tenerceli qua… non mi convince, avrei pure paura per gli altri detenuti perché questa non è roba di potere, né d’affari. Questa è senza motivo, mi pare. O comunque un motivo del cazzo. Mandarli a casa loro no, non esiste proprio, sarebbe il fallimento della civiltà europea se in una delle sue culle si verificasse una schifezza del genere. Pensare che noi qui, a Neapolis, non siamo che un buon nutrito ceppo di clandestini greci. No, a casa no. Le bombe a mano nelle narici ci vogliono.


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8 ottobre 2007

Munaciello su youtube

Signore e signori, abbiamo attraversato i fanghi
di Tortoreto
, senza acqua e senza elettricità.
Ora siamo sfollati e senza fissa dimora a Roma.
Scarpe e ruote d'auto incrostate, ascelle inavvicinabili,
piedi lerci e teste sudate.
Ma il buon umore, quello, resta.

Beccatevi questo.


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5 ottobre 2007

piccolo sciocco raccontino di quella volta che incontrai per puro caso...


Appena annunciato il Deep Blue che, essendo impegnato il Depp Blue, gli risponde il Night Blue. Oggi devo parlarvi di quando conobbi quel tal Lucarelli, un uomo un dispositivo, una macchina un manubrio, una palestra, un bicipite d’intelletto.

 

È un martedì di luglio, e fa caldo in treno. Fa caldo come se il treno fosse fatto al forno e, paradosso, il treno è proprio fatto al forno, ma questa è un’altra storia. C’ero anch’io su quel treno. E c’era la signorina Giovannina che tornava dalle ferie per dare il cambio alla fiat croma di suo padre, il signor Giovandone. Il signor Giovandone, infatti, doveva partire per Lignano con la sua croma, ma senza cambio non è che poteva andarci in folle perché c’era da salire tutta l’Italia. Faceva caldo accanto alla signorina Giovannina, faceva ancora più caldo accanto a Tino. Tino è un bimbo irrequieto, sta tornando da scuola. Sta tornando da scuola da sette anni senza che i genitori si siano accorti del malinteso che avevano avuto sette anni prima con un tale mendicante bulgaro, però i soldi li avevano intascati: quattromila euro per un bimbo, buono, conveniente. Mangiavo patatine alla papaia quando lo vidi, Lucarelli. Carlo, si chiama, ha una giacca vistosa di un blu che è una tortura agli occhi, si avvicina guardingo al finestrino e dopo aver scrutato in direzione degli abeti annota su un blocnotes blu, night blue. Si siede. Ma è pensieroso Carlo, c’ha le ombre negli occhi e suda sui cigli, e poi si spalma il sudore sulla fronte. Fa caldo in treno, e poi lui è grasso, e dove il caldo fa gola il grasso cola, come si dice – o come si dovrebbe dire. Ha tutta l’aria, Carlo, per farci un’idea, di un soggetto cui proprio non riesce la digestione. Infatti – e non che questo possa assurgere a prova, per carità – in prossimità della sua poltrona Tino ha potuto avvertire un molesto odore di cipolla. Conserviamola la cipolla, ci tornerà utile più avanti. Quando arriviamo in stazione balza in piedi e cerca la tabella col nome della stazione; annota; guarda un po’ attorno; si siede mormorando “Latina, ma dove porterà questo treno? Dove?”. Ripartiamo, non è tempo per le risposte, non è treno per le domande. Non ancora. Il ragazzo dei panini gli chiede sette euro per una coca cola e Lucarelli, rifiutandosi, gli fa “dove vanno a finire questi soldi? e chi si fa la cresta? i trapanesi? I piduisti? i pingui pinguini?”. Il ragazzo se ne va storcendo il naso, e Lucarelli mi guarda con soddisfazione, quasi a suggerirmi di pigliarlo a esempio. È stanco Carlo, la sua è stata una vita avventurosa, e tutto ciò che chiede da questo inoltrato luglio è di concedergli la serenità di un posto di cui sappia il nome. Ma è assai difficile: quando entri in un treno senza sapere dove porta quel treno, e in più lo fai apposta per angustiarti sulla meta del viaggio, vuol dire che hai qualcosa che non va. E non è la stanchezza, e nemmeno è il caldo (ve l’ho detto che fa caldo in quel treno?).

Entra una donna, cacchio di spacco fino al fianco, coscia dura e abbronzata che straripa dalla gonna di bluejeans, nightbluejeans. È la signorina Giovannina. Lucarelli nota e annota, ma non gli basta. Le chiede di scavallare gentilmente, perché ha bisogno di sapere dove portano quelle cosce. Dopo il ceffone si agita, lo vedo, ora suda anche sotto ai cigli, e si spalma il sudore sulle gote. Apre un tozzo di pane e ci versa del rosso romagnolo mormorando “tracce di sangue, tanto sangue, ma da dove arriva questo sangue? e dove va?”. Ne beve. Ora, ricordate la cipolla di prima? Bene, Lucarelli è tentato di tagliuzzarla e infilarla nel tozzo di pane, ma c’è qualcosa fuori dal finestrino, qualcosa di spaventoso che solo lui è riuscito a intravedere, qualcosa con le orecchie di peluche rosa, qualcosa che lo fa desistere dal tagliuzzare la cipolla e che, addirittura, gli impone di nasconderla in un posto sicuro e inaccessibile. Ma dove? Lucarelli cerca in mente un posto segreto per la cipolla… ma procediamo con ordine, che poi tanto lo scoprirete Lucarelli dove finisce per infilarsi la cipolla. O forse no. Massì, credo di no.

Passa un’ora. Quel qualcosa che aveva visto al finestrino lo tiene sui tizzoni, così fa col suo ricordo di quello stesso qualcosa (non abbiate paura, è proprio così il periodo: astruso). Siamo quasi a Roma. Lucarelli si è alzato a ogni stazione e, siccome siamo entrati in confidenza, mi ha rivelato che il modo più efficace per scoprire la tratta di un treno misterioso è tracciare su un foglio due linee rette parallele, stile binari. Il secondo passo consiste nel segnare di fianco alla prima linea i nomi delle stazioni che si incontrano in successione, mentre accanto alla seconda linea vanno i tempi di percorrenza. Poi, se proprio si vuole, si può aggiungere a margine il numero di persone presenti in ogni stazione, le pettinature dei passeggeri che con fare sospetto passano da un vagone all’altro, e i gusti dei gelati che quel bambino rossiccio – me lo indica, è Tino – si sta facendo colare addosso. Io penso che Carlo non ha una buona salute mentale. È un martedì di luglio, e fa caldo in treno. Fa caldo come se il treno fosse fatto al forno e, paradosso, il treno è proprio fatto al forno, ma questa è un’altra storia.

La nostra storia invece è la storia di un pacco per dolciumi. È lì, nel vagone di Carlo, proprio sopra la sua testa al posto della valigia. Solo adesso i compagni – mi si consenta la parola, non v’è in essa ombra politica – di viaggio ci fanno caso. Ma è troppo tardi: un meccanismo a tempo di grande sofisticatezza decide che è quello l’attimo: si sente un ticchettio: tic-tac-tic-tac-tic-tac… è l’orologio di Carlo, non c’entra niente col pacco, ma il momento è comunque arrivato: il cioccolato si scioglie come un’inondazione, violento e nero e viola. Il vagone in un battito d’orologio ne è colmo, e la signorina Giovannina viene sbalzata fuori dal finestrino tutta sporca di cioccolato. Tino annega nascosto fra una valigia e una valigia (fra due valigie). Così gli altri. Solo Carlo fa il possibile per salvare delle vite, e inizia a bere. Beve tanto Carlo, fino a riempirsi lo stomaco. È dura capire come abbia fatto, ma in un baleno è riuscito a svuotare il vagone di tutto il cioccolato. È sorridente adesso, un po’ sudato (d’altronde fa caldo su quel treno), ma è felice: sono tutti ancora vivi, respirano. Lui rutta, e non è un’altra storia.

Poi, saranno state le quindici e sessantaquattro, almeno così segnava l’orologione trecentesco della stazione di Ponzo Ballònzolo, a Carlo inizia a borbottare la pancia proprio mentre i soccorritori affollavano il vagone. È un leggero brontolio, dapprima. Poi più forte. Carlo si guarda attorno, è timido e l’idea che i presenti possano ascoltare i giochi della sua pancia lo fa arrossire. L’emozione, il caldo, il cioccolato: una scarica di diarrea che non finisce più.

 

Tutti morti, su quel treno.

Un solo superstite, che s’è salvato per essere stato scaraventato nelle campagne limitrofe, che è in buone condizioni se non fosse per un bruciore al deretano.

È Carlo.


O'Munaciell'


3 ottobre 2007

il negazionismo di Ahmadinejciell'


Retrò come me pochi. But I love NY, nonno ostante la peluria di penuria, e poi la fichetta ha i suoi svantaggi: ad esempio, ed è un esempio, quei certi giorni del mese. Potremmo risolvere la faccenda ammendandoci riguardo alla capacità import-export della suggestione omofila, ma non basterebbe. Nel mio paese non ce n’è quanti cene da voi, è l’ascarna verità. Parlo in determini numerici. Parlo in regole sintattiche di trattologia, metamorfine e algebralgida. Parlo di omofilizzati: da voi è la tw, i mezzi di municazione e gli interi di comunicazione, tutte le erbe si affasciano dai balconi suggestioggiandovi. Non batadeci: la fichetta è bella, densa, cremosa, impastellata, glosciante, gnamfruscellata!

Oh per bacco, dovranno cadermi le orecchie, tutt’e quattro, se nego d’aver mai negato l’esistenza di quel pezzo di lardo in frigo! E’ che se ne stava cuccia lì, col moccio impiccato dell’abbandonato, fra le sardine e la lattuga ancora chiusa. Tra l’altro io, per indole, non so trattenermi e, detto fra noi, tollerando poco l’esitazione per sofferenza tutta mia, sono per di più convinto della forza suasiva del teatro. Lo so che il sospetto che mi traino addosso è: quello finge che il lardo non esiste così se lo può pappare quando vuole, e nessuno se n’accorge, che tanto lo diceva che non esisteva, e vero era. Ma non è così, e lo giuro giuro tondo. Il lardo non esiste, non è mai esistito, e se dovesse caso mai esistere sarebbe nato dopo. Populista io? Populista io?? Giusto perché faccio ciò che dicono che io voglia che loro intimamente sentano che vada fatto? Mi sembra contorta come accusa, troppo contorta per il mio baffetto sbarazzino: si vede o no che sono un bohemien? Avreste dovuto capirlo da quel giretto di tango boliviano. Lo dico a voi, sì, a voi terzi, che dalla morte del pollo c’avete imbastito le frittelle surgelate che durano tre giorni e quattro anni all’equo farenheit. Resurrezione la chiamate. Suvvia non guastiamoci la digestione: qua ognuno mangia dell’azimo che si guadagna… e non offendete la vostra intelligenza offendendo la mia: in fondo negare l’esistenza, visti i crismi odierni, mi par quasi un atto di clemenza.

 'O Munaciell'


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permalink | inviato da ciromonacella il 3/10/2007 alle 16:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa


25 settembre 2007

"Le Avventure Del Munaciello", ITALIA-FRANCIA (seconda e ultima parte)

Elemento multimediale non supportato....fottiti!


22 settembre 2007

"Le Avventure Del Munaciello", ITALIA FRANCIA (prima parte)

 



5 settembre 2007

ma: giorno "x" ora "y"? comunque alle 15

 

Quando tutto è perduto… quando la soglia del limite non riesci proprio a mallearla manco per ischerzo… quando il mondo ti pare sgranato pur deprecando tu, per natura o educazione, l’uso degli esplosivi in generale… quando piove e non hai ombrello ma, per di più, scopri di essere calvo… quando la temperatura è di 43° all’ombra e ti rendi conto che la tua ombra è evaporata… quando in padella è tutto pronto per l’aglio-olio-e-peperoncino, e scopri di aver finito gli spaghetti ma in compenso hai mezzo chilo di tortellini ripieni di zucca che, suvvia, meglio morire con una vampata che morire giorno dopo giorno – come pare abbia scritto quel cazzone di Seattle… quando insomma tutto procede sollazzato verso un gigantesco cacume fresco – ecco, il problema è che ho dimenticato la freccia che avrei dovuto scoccare da tutti questi “quando…” quindi finisco così: oggi, mercoledì 5 settembre 2007, dalle ore 15 circa in poi (e, da quel poi, a tutte le ore) sarà on line la prima parte della puntata pilota (uanema!) de’ “Le avventure del Munaciello”.

Spero vivamente che gradiate, amici miei, perché tutto è stato fatto con l’ottima intenzione di divertire me, ovviamente, e voi tutti innanzi tutto e viceversa.

Un’ultima cosa: vi prego di scusarmi se sono stato ultimamente poco partecipe, e alla stessa bontà di cuore m’appello per chiedervi di considerarmi, in virtù del duro lavoro che constaterete ho fatto, dispensato dalle catene varie e dalla risposta ai commenti.

 

Buon divertimento e…

ci si vede nel pomeriggio.




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23 luglio 2007

una lacrima sulla pelle abrasa del cappottò

 

Per tutti quelli che, come me, in quanto me, rimpiangere la carezza uterina del cappotto, le sue dolcissime parole di pelle abrasa, l’assenza di scartoffie nell’aria secca e nelle labbra rigate... Per tutti quelli che, come me, in quanto me, resistere un’ora appena in spiaggia compreso di bagnetto, di culi stranieri come unici legami con una qualche funzione vitale… Per tutti quelli così, insomma, che così vuol dire “proprio contrari a condividere i vapori con altre tre/quattrocento persone”, cosa c’è? cosa resta? Scala quaranta? Ramino? Il laccio delle scarpe per impiccarsi sotto l’ombrellone che non affitto perché costa una decina d’euro al giorno che in due giorni già potrei, risparmiando, buttare in fagioli e ceci in quella bella trattoria che so io? O farne martini, vodka, e succhi tropicali per saziarmi e annullarmi per una serie illimitata di serate di fila, quando anche le zanzare dopo avermi punto e succhiato questo sangue nero vanno a sbattere contro gli specchi credendo si tratti di paludi e pianoforti! E allora vedete che tutto fila e quando fila torna! L’importante è la funzione vitale, almeno quando vivi temporaneamente nella pentola del roastbeef. Cameriere, un po’ d’erba, che so, rosmarino, salvia, quel frizzar d’origano che sai tu.

'O Munaciell'


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4 luglio 2007

L'oro del munaciello /3

 

“L’oro del Munaciello”

 

Da oggi il Munaciello parlerà d’oro.

L’oro è solo un altro modo per chiamare l’indisponenza di un singolo omomo individuo che moltiplicando tabellinamente il suo om, il suo s’è, diventa pluralato. Il ché comporta, in successione men che regale, una dotazione di carmina ascellari tanto composita da far d’Icaro faro. Illumìnami signore, illuminàmi in questa notte buia, e ludiamo con l’accenti poiché sempre la notte fu buia in ogni suo esemplare, e talvolta più buia àncora della notte, e noi qui esuli ancora a meravigliarcene: ti meraviglia la vita, eh? Ma dimmi: sei tu il mio pastore, o signore? O siete varie donne che mi ballano attorno? Dovrei forse dire “ballate” a torno, ma il verbo di moto alla fine della frase me la inghiotte, lo so, si sa, si, ma, non so, boh,

forse quasi all’erta sto.

Direi che per l’età che ho

non dovrei – “non dovrei” mi fa sentire di colpa adulto di colpo, e viceversa – marmellamarmi – però è vero che questo “dovrei” rimanda a un paterfamilia munito di prole sennò che pater – l’atmosfera come un sognifero tuli, latum ferre. E fu così che al ginnasio gli Ittiti se la spassarono contro le spade di legno: beati loro e tutti i Ferrero, Ferrari, Kinder Delice. Perché, appunto, è facile delice combattere con le armi migliori – con, ho detto – contro certi che per difesa ti lanciano anelli d’oro.

Loro. L’oro. Popolazioni. Anelli. Calamaretti fritti.

 

'Take it easy' sarà la canzone di quest’estate, fresca, stupidotta  e malinconica. I quindicenni si baceranno, e dopo una settimana piangeranno.

Mamme, papà, vi avverto: se vostra figlia vi torna a casa canticchiando questa canzone sappiate che sta per aprire le gambe.


Accuxì dixì! 

 


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27 giugno 2007

l'oro del munaciello /2

 

“L’oro del Munaciello”

 

Da oggi il Munaciello parlerà d’oro.

L’oro è una roba preziosa e alquanto inutile, fatta di riflessi e pieghe illusorie, trasmette calore, lusso, buona speranza e fandonie cotte, di certo più della …c’è questo tipo, questo attore di Hollywood, insomma questo deve avere i lombrichi seminati nel cervello. Non che li abbia mai visti, né il Munaciello né Dustin Hoffman, che pure lo conobbe e in più, adesso, pare saper assecondare senza metter mano alla fondina i recessi dell’annebbiamento. Eppure di lombrichi deve trattarsi, grattarsi, glie lo direbbe qualsiasi medico propenso a prestarsi giurato a un concorso di gran belle gambe a Malibù. Hai i lombrichi in testa!, così gli farebbe, e poi chiamerebbe il barbiere, quello bravo, quello dei Cohen per intenderci – a proposito, un tale, uno spagnolo morto, s’offese, e pretese che il padre fosse chiamato tonsore di guance e sarto di barbe, e questo è linguaggio ragazzi, linguaggio. E il barbiere, al nostro ricco attore di Hollywood, uno che correva i cento metri in meno di tredici secondi, gli dovrebbe rapare la testa a zero e usare ddt turbo sprint. Insomma questo… ora io non so perché, e mi prostro all’idea sconfortante di stare rubando il tempo tuo che leggi, ma questo quando la moglie partorisce si mangia la placenta della figlia. Cruda! Mica oro alla piastra! Cose religiose, di fede. Sarà che il Munaciello è disattento, e crede che la vita sia formaggio e fica, magari pure spalmati l’uno sull’altra, ma mai che s’inventassero una bella religione nazionalpopolare, o pure da cerchia settaria di lamborghini e intrippagioni di cervella e specchi da centoventi cavalli di riflessi, una religione in cui è peccato l’astinenza, è peccato la placenta, e una gran cazzo di eucaristia a base di fagioli alla messicana e gnocchi e omicidi virtuali per saziare la coscienza. Mai!

Zio Dio! Come s’è fatto triste l’uomo!

 


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23 giugno 2007

un posto che si chiama qui

 

“il rospo del Munaciello”

da www.pdn.ilcannocchiale.it




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22 giugno 2007

laura came



“L’ora del Munaciello”


Da oggi il Munaciello parlerà d’ora.

L’ora è una roba preziosa di cui è fatta la nostra vita. L’ora stessa è fatta di minuti, e i minuti sono fatti di cose che li riempiono. Alcune di queste cose stanno nella vita: il caldo che fa, il sudore sulla fronte, i denti della ragazza che sorride; altre cose stanno più dentro, in un posto che non è caldo come il caldo ma è almeno vivo come il sudore… amici.

I love this man! è stato tutto uno scherzetto, un vezzo, un testino, una testata, I love this man! Vabbene, magari su Lynch la pensiamo diversamente, però devo ammettere che quando lui scrive io ci penso, ci ragiono, mica sto sulla gallina dalle ova d’ora? Ci penso, poi finisco comunque per dargli torto, ma l’ammor’ è ‘n ata cosa.

Ecco, parlavo d’ora, l’ora che v’ho fatto perdere. Escusaserro tutti,

distinti saluti.

 

 




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Parliamoci chiaro. Questo blog non è un albergo né un giornale. Non è una carta, non è giornaliera né qualcosa da mangiare. Questo blog rappresenta l’offesa della tecnica all’uomo, e viceversa. Non è me, non è il munaciello che vi parla, non è me che vi dico, anche perché voi non esistete che in certe vecchie cartoline. Io e  te non esistiamo e, soprattutto, non coincidiamo. Quindi nel caso in cui tu avessi qualche soddisfazione da chiedermi per cose che ho detto o fatto a te o a qualsiasi tua parente di gradevole aspetto, non hai che da dadà darmi appuntamento domattina all’alba – facciamo alle cinque che prima delle cinque la gallina non fa l’uovo e posso mai duellare a stomaco vuoto? – dietro la chiesa abbattuta e sconsolata. Oppure mi chiedi con urgente violenza di rimuovere, ed io, che so intendere senza mercanteggiare, rimuorrò.

Stesso discorso vale per le immagini, le foto, e soprattutto per le cose che non capisci. E per quelle che non capisco io. Stesso discorso non vale invece per le sparatelle dei commentatori. Quindi altro discorso:



 

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