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sport


3 marzo 2008

campionario italiano, ovvero come inparai a correggere la pronumcia delle nasali rosse

 

Da un po’ ci penso, poi abbandono, ma se non si risolve la questione prometto che me ne vado dal cannocchiale. È che manco fossi un Cassano qualunque mi si boicotta l’integrità visiva del blog, mi si intrasparentiscono le immagini aggobbendole con rosse croci traverse. Cos’è, cos’è questo posto amorfo e futile se gli si picchiano gli zigomi? Cassano dicevo… ma lo stai vedendo? Non è la tecnica, non solo quella, è la sfida al troppo umano, la semplicità, la purezza della geometria presente che si spedisce così netta da farsi assente. Cassano, stu sfaccimm’ ‘e scugnizzo, traduce semplicemente l’assenza. Poi torna la luce, i beoti sbavano meraviglie, e si scopre l’antefatto. Io la chiamo purezza. L’Italia, quella atteggiosa e puzzolente, si incanta alla scena scandalizzandosi nella constatazione della padronanza della stessa da parte del moccioso, che è viziato dice, dove io leggo vizioso, che è malato di protagonismo dice, dove io leggo inebriato di tirannide, che è maleducato dice, dove io leggo tragico, che è attore prevedibile dice, dove io leggo miracolato visionario. O io leggo male o chi parla ha la lingua secca per il detergersi il grasso dai punti neri fra le chiappe. E poi la violenza… quella verbale è un gioco al rilancio con la natura, un’affinità con l’ignoto flusso quantistico… e la violenza dei clown è sempre stata un fatto concettuale, intimamente indispensabile quanto una ciliegia rossa in vece del naso. Ma alla sera… ma alla sera ci sono state spalle che uscivano dalle loro sedi, nasi che buttavano sangue: e’ guagliun’ “hanno violentato la capolista”.


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18 febbraio 2008

xenese

 

Che freddo belga stanotte! Prendo il portatile per riscaldarmi le cosce. Penso. Forse scrivo. Intanto penso. Sono circa vent’anni e ne ho visti di tutti i tipi e abilità. Fra queste le più svariate, le più parlate. E trovo che ogni parola sparisca al cospetto di quello che è il massimo rientro dell’abilità: l’azione manipolante su spazio e tempo. Il superamento dell’uomo che s’avversa è sempre – deve sempre essere – fondato sull’indebolimento delle coordinate spazio-temporali, ciò che si chiama disorientamento. In guerra come in amore. In amore come ovunque.
La forza, ad esempio, permette nello stesso tempo uno spazio maggiore in ampiezza; la velocità invece, come la tecnica spesso, consente a parità di spazio fra il dotato e il non dotato il rallentamento soggettivo del tempo: un preciso controllo, o una partenza bruciante, fanno scorrere il tempo più lentamente per se stessi ma più velocemente per l’altro, col risultato di acquisire un vantaggio di gestione. Quel gran professor francese sapeva rallentare il proprio tempo con maestria, e ciò gli facilitava l’accesso a diagonali spaziali che gli altri nemmeno concepivano perché non avevano il tempo di frugare nell’ombra. Il cocainomane invece era effettivamente su altre coordinate, e questo discorso per lui necessiterebbe di sortite metafisiche per le quali non ci sentiamo pronti. Tutti i grandi in fondo erano mentalmente o fisicamente in grado, in somma sintesi, di manipolare la realtà.
Ma oggi succede un fatto nuovo. Era da un po’ che m’interrogavo sul perché m’incuriosisse così tanto uno di quelli che sonnecchia fra il grande e il mediogrande. Poi di golpe l’ho capito. Lui,
Juàn Romàn el mudo, agisce sulla somma illusione del suo pacato ciondolare. Recita. Anzi, rappresenta l’immagine fissa di se stesso illudendo l’altro che il tempo sia morto o che rantoli. Non azzarda quasi mai più di quanto non sappia di poter controllare, non accelera, rilassa, se fiuta il rischio rallenta e ripiega. Sonnecchia. Ma in un attimo, in quell’attimo che vede lo spazio allinearsi alla visione che il sonno gli ha insinuato, egli ha già tracciato una pugnalata che precisa segna il prato.


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7 febbraio 2008

regina bianchi, la filumena marturano, filiberto donadoni

 

Ma che birbaccione questo donadone! Giuocava ala nel miglior milàn che io sappia, dribbloncione che altro non era, fintava e controcazzava sulla linea e poi crossava o calciava di destro rientrando sul primo palo, cribbio se Crippa se lo perdeva! Ora mette in saccoccia una italietta niente male, giovincella, napulegna, tutta spregiudicata la verginella, che scalpore! oh, scalpore! Difesa lasca, umbrella forata, fondina disoleata, ma tutta friccicarella che zompettèa zompettèa come mosca peperonchia. Bella, bella, mi piace e tifo Donandoni. Ma, sia chiaro, per tutto ciò non vinceremo l’Europeo.

 

Porca patonza, andate a leggervi l’intervista a Regina Bianchi, l’ultima Filumena Marturano.


3 febbraio 2008

vita e morte su questo parallelo

In chiappa due fiale in una: muscoril e voltaren. Meglio di due bombe nepalesi per la schiena, già un paio di giorni e mi muovo. Però si muove meglio Lavezzi, e sa temperature più alte specie nel togliere dal fuoco le castagnacce al muletto Reja, tanto che è da fermo che ora difetto in postura e, diretta discendenza, non tollero mica gli sgabelli dello stadio o le poltrone del cinema. Quindi sul LibMagazine di martedì troverete recensito un film di qualche settimana fa che il buon amico mi ha recapitato.

Nel frattempo all’Inter danno un altro rigore inesistente, e qualcuno ci perde 800 eurini freschi freschi avendo centrato Napoli, Juve e Siena-Roma. Ma passa in fretta, perché è uno sport, un giuoco, e perché per gorgoglio nazionalpopolare ci stringiamo al capezzolo peloso del presidente Berlusconi cui è mancata la dolce mammina. È sempre doloroso, ma qui di meno, perché ella ha avuto il tempo di vedere l’impero. Mica cazzi.


24 gennaio 2008

Telecronaca della partita di coppa italia

 

Ieri sera, como que oggi c’avevo l’esame, per rilassarmi rispetto alle due serate precedenti in cui m’ero sparato Medea e M.Butterfly, ho optato per la partita di coppa italia inter-juventus. La coppa italia, per intendersi, l’è un cosa che odora di rosa ma rosa non è, una cosa cianciosa e spertosa che nessuno caca di striscio tranne quelli che a fine stagione si trovano col pugno di mosche in una mano e una cacchina di cinghialotto nell’altra. Ma l’audience, si sa, è ormai una categoria filosofica. Così le due squadre scendono in campo con formazioni dignitose, coi vari campioni del mondo e qualche stellina, segno che la coppa italia quest’anno è finalmente considerata. Burdisso, difensore interista, si fa subito espellere per fermare Del Piero lanciato a rete, cosa che (sia il sacrificio di Burdisso, sia il lanciarsi di Del Piero) testimonia il nuovo attaccamento delle squadre alla coppa italia. D’altra parte la sfida è affascinante, già ai quarti Inter-Juve… questo accresce il valore della coppa italia. L’Inter resta in dieci, ma onora la coppa, lotta, si batte, mentre la Juve, anch’essa onorando la coppa, s’impadronisce del campo senza però riuscire a rendersi pericolosa per tutto il primo tempo nonostante sia entrato Trezeguet, un bomber di razza, un bomber la cui presenza arricchisce la competizione della coppa italia. Finisce l’intervallo e i 22 vanno negli spogliatoi, a testimonianza che si sono stancati, e che quindi questa coppa italia ha una sua importanza. Rientrano, e anche questo onora la coppa (avrebbero anche potuto andarsene a cena o a ballare). L’inter ha adesso altro piglio, inizia a tenere la palla, vuole evitare di subire reti per non complicare il passaggio alle agognate (a questo punto) semifinali di coppa italia. Addirittura segna. Cruz, per la precisione, il giardiniere, per colore. Un colore che rende imperdibile lo spettacolo che offre la coppa italia. Cruz ne fa un altro, due a zero per i nerazzurri. Gran partita, perché la juve all’improvviso ha un moto d’orgoglio in nome della coppa italia e segna con Del Piero, un campione che adora la coppa italia, come tutti in campo, come tutti anche fuori dal campo. Attenzione: clamoroso ma la juve pareggia con un colpo di testa di Bunghetesong, o Bonton, o Bonsogn, comunque un francese che non conosceva la coppa italia ma che ora, conosciutala, non sa farne a meno.

L’arbitro, incurante della goduria degli spettatori, a un certo punto decreta la fine della partita di coppa italia. Né avrebbe potuto fare altrimenti, sennò avrebbe implicitamente detto che la coppa italia ha un trattamento differente rispetto alle altre manifestazioni sportive… che viene – diciamo così – pompata.





Piuttosto, su LibMagazine, colonna di destra, Aggiornamento Quotidiano sulla crisi di Prodi: epilessia morbospastica? A Fronterrè la risposta.


14 gennaio 2008

tre tempi

 

Questione di tempi

Il primo tempo ci viene bene, ce lo giochiamo alla pari con chiunque, pure coi pakaro (che pronunciato alla spagnola aspirando la k sarebbe aucelluzzo, uccellino). Il secondo tempo meno, ci ammorbidiamo e assorbiamo come mappine. Nel terzo tempo, che ora è ufficiale, invece torniamo ad essere all’altezza: stringiamo mani che è d’un gusto a vedersi. Sono i tempi dispari che ci fottono. Ma tanto dura poco: aspetto il momento che scoppia la rissa nel terzo tempo, credo che allora si renderà necessario imporre il quarto tempo a riappacificare, un tempo di carezze più spinte, tenere effusioni. Lì, tempo pari, pure credo saremmo capaci: Gargano ad esempio lo vedo muy trottolino amoroso.


 

The Knick Killa

                                 
Però il tempo che preferisco è un altro. Si può chiamarlo Miller Time. Facciamo un salto indietro. Siamo nella stagione 93-94, finali play-off della Eastern Conference, NBA. Al Madison Square Garden i New York Knicks accolgono gli Indiana Pacers per la gara 5. La serie è 2 pari perché New York vince le prime due ma si fa raggiungere andando a perdere a Indianapolis. Insomma, si parte. Gli Knicks giocano benissimo coi vari Ewing, Starks, etc., dominano il primo quarto che Indiana quasi non c’è. Si arriva all’ultimo quarto che New York è avanti di quasi venti punti. Sembra fatta, il pubblico già festeggia e i giocatori nel time out se ne danno di pacche sulle spalle. Ma coi Pacers gioca Reggie Miller, e sta arrivando il Miller Time. C’è da dire che prima della gara Reggie aveva dichiarato di non essere un bravo ragazzo, di non esserlo mai stato, e che non è un bravo ragazzo uno che sta per battere New York. Reggie d’improvviso s’infiamma: inizia a tirare da ovunque, da fuori, da dentro, non manca un tiro e segna 25 punti in dodici minuti, con cinque canestri da 3. Lì, a bordo campo, c’è quel newyorkese doc di Spike Lee, sfegatato fan dei Knicks, che atterrito e sconvolto prende a sfottere Miller, il quale inizia a rispondergli con le triple. Ma non basta, i due continuano, e più continuano più Miller piazza le sue bombe, e dopo ogni bomba guarda Spike Lee con quella sua faccia un po’ somala, con le braccia lunghe e secche curve lungo il corpo, leggermente flesse all’indietro mandando avanti il busto, come a dire “prendimi, t’incendio”. Miller is on fire, fa il cattivo e si nutre d’odio, corre dietro ai blocchi dei compagni e chiama palla, e segna e segna e segna, pare un toro esile che schiva banderillas, e il Madison è un pugile che stramazza guardia bassa con violenti rintuzzi al fegato. Finisce, Miller vince. Poi New York passerà il turno. Ma l’anno dopo si ribeccano in semifinale. Sempre al Madison, gara 1,  gli Knicks a 18 secondi dal termine sono sopra di 6 punti. I newyorkesi, si sa, sono vincenti e pertanto tendono ad avere la memoria corta… infatti stesse scene di festa anticipata dell’anno precedente. Certo, 18 secondi sono proprio pochi, e 6 punti diventano un abisso. Ma con gli Indiana gioca ancora Reggie Miller, e arriva di nuovo il Miller Time. Tiro da tre che dimezza lo svantaggio. Gli Knicks rimettono da sotto canestro ma Miller pressa, ruba palla… è nell’arco, però è già infuocato e non gli bastano due punti: fa due passi indietro palleggiando, si mette sulla linea da tre e fa canestro. Parità. New York sbaglia l’azione, palla di nuovo a Reggie su cui viene commesso fallo per evitare che spari ancora da 3. Miller segna i due liberi e diventa the knick killer. Indiana passa la serie. Ecco.


 

Terzo Tempo

Questo per dire che il terzo tempo è il roccocò dell’ipocrisia. Che sarebbe tanto bello se un calciatore prima di andare a giocare al Meazza dicesse di essere un gran figlio di troia, perché solo i figli di troia vincono al Meazza (a Napoli, si desume, solo brave donne). Sarebbe tanto bello se chi organizza le boiate avesse la purezza di riconoscere che nelle ottuse sfuriate di violenza di quegli afarensi che chiamano ultràs non incide minimamente il calciatore. Insomma, non lamentiamoci dei diciottenni se addirittura i cinquantenni, i sessantenni, non hanno testosterone a sufficienza per affrontare la realtà.

 


     Qui, dal minuto 3.40, trovi The Knick Killer


24 dicembre 2007

Napoli Torino 1 - 1


17 dicembre 2007

mica solo i piedi, i capelli ad esempio, ed altre sporgenze

 

Certo che un buon calciatore in osservanza alla norma fondamentale che determina i modi del suo agire si riconosce dal piede! Ma non basta.
Se avesse avuto qualche cronico chilo d’esubero, se avesse avuto la smania di pitturarsi le ciocche di colori in plastilina dopo aver in più sposato la pop star, se avesse adorato esclusivamente la buona tetta velina, se avesse avuto la propensione ad alcolizzarsi nei locali notturni del bibendum Mediolanum, se avesse ricevuto la morbosa attenzione della nike… o ancora: se tra i dribbling annoverasse la rissa, se mandasse a fanculo (o a zucare) l’arbitro per il solo fatto d’esistere, se avesse un inutile broncio, se bevesse birra a catini, se facesse il coatto, se avesse un cognome almeno bisillabo (e magari ossitono), se avesse un bel soprannome invece di “giardiniere”… e, dolce alla frutta, se appartenesse a gesù…
Julio Cruz sarebbe un fuoriclasse.


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5 dicembre 2007

al terzo tempo si salta per aria

 

Il terzo tempo, un tempo destinato a manifestazioni di correttezza fra i contendenti, se imposto diventa una moina paragonabile allo sfregarsi delle 23 del quindicenne, un atto che perde grazia prima che ci si renda conto e che diventa appuntamento meccanico. Ennesimo esempio di invasione normativa. L’anno prossimo saranno multati tutti gli amanti che dopo l’amplesso non si baceranno la guancia dicendo a voce flebile quanto piacevole sia stato. Pure a mignotte, anzi, ancor di più gratificarle, essere corretti.

Per ora ammettiamo che è una sfondata botta di mazzo che il terzo tempo non fosse già obbligatorio domenica, sennò l’Atalanta fra una stretta di mano e l’altra ce ne faceva minimo altri quattro.

 

A proposito:


15 novembre 2007

apriti cielo

La noce dell’invenzione è l’individuazione di una nuova strada che per motivi pragmatici o estetici sia preferibile. Ecco fatto. Oh, ma quando si dice che siamo inventori mica si scherza. Proprio così funziona. Si merletta il merlettabile, s’uncina, s’aggrappa un telo e lo si fa girare in decorazione lì in quel punto che pareva asciutto, che ora ha tutt’altro labbro: più accogliente o più bello.

E così Matarrese, presidente della lega calcio, vista la situazione d’emergenza cosa fa? Individua dal basso della sua decennale esperienza salottiera una strada alternativa a contrastare la morsa sciarpofila che tiene in scacco il pallone. Essendo nata subito una sincera sintonia col cardinal Bertone, così dice, “il calcio si affiderà alla chiesa”. In sostanza sarà creata “una commissione consultiva-etica” di cui Bertone farà parte con i suoi consigli.

Apriti cielo. Nel vero senso della parola: apriti, scendi sul pallone e illuminagli la strada prima che il prete, l’esser prete, si mangi come al solito la bellezza!

Si tratta ora di capire se Matarrese ha inventato questa soluzione per motivi estetici – la croce innanzitutto, portata innanzi alla processione; poi la processione: la missione evangelica, l’incenso e la mirra, fumo negli occhi, oppio popolare; le solite boiate sui sani valori sportivi e sull’impegno sociale delegato ai preti – oppure se i motivi dell’invenzione siano pragmatici –  la croce innanzitutto, portata innanzi alla processione; poi la processione: la missione evangelica, l’incenso e la mirra, fumo negli occhi, oppio popolare; le solite boiate sui sani valori sportivi; l’impegno sociale delegato ai preti.

Aggiornamento del pomeriggio. Il commento di Eginone:

non senti che solo a pronunciare la parola matarrese, il gesto
si arresta, siamo tutti in modalità pause, lui arresta il tempo
e mentre noi siamo inagibili compie le sue malefatte, benedette
dal passato da tutti i passati, tu sei il futuro non nominarlo mai
lui ritarda la tua felicità!


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12 novembre 2007

Responsabilizzare gli ultràs, perché prendano coscienza del loro posto nella Storia.

Questi sciarpofili incalliti, questi erotomani del gregge, non vanno accusati né attaccati. Solo responsabilizzati. La responsabilità che gli si deve inculcare è quella della rissa: se ti cacci in una rissa, tu sicario del buon canto, devi sapere – o apprendere a forza di piombo – che la gioia di spaccare uno zigomo porta sempre dietro di sé, con sé, la noia che lo zigomo ti si spacchi a te. È per questa piccola norma del mazziare che a una certa età si smette con la strada. Se ti cacci in una rissa vuol dire che rinunci al verbale, scarti, zomperelli verso uno stadio successivo – o antecedente – che potrebbe avere, come in effetti ha, un suo moderato fascino, ma che include in via naturale l’impiego della forza maggiore da parte di chi di tale superiorità è per indole dotato. (Ora toccherebbe capire se nell’indole del poliziotto l’arma da fuoco sia prolungamento della lingua, del cazzo, o del cazzotto. Ma questo è passo solo ulteriore alla responsabilizzazione dell’ultràs, passo anche ignorabile, ciò che resta è che al pistolero in questione Lee Oswald glie fa ‘na pippa).

Nel frattempo gli ultràs d’Italia s’alleano per la morte di uno che se avessero beccato – penso agli atalantini in particolare – da solo in un parcheggio d’autogrill avrebbero legnato a sangue. Ma s’è detto pure troppo. Così mi tocca concludere in modo (pro)positivo: suggerisco un meeting di sciarpofili incalliti, di erotomani del gregge, in una grossa piana stepposa, magari seminata a grano, magari il tavoliere delle puglie con questo suo nome azzerante… propongo che si lottino fino a che le ginocchia li tengono almeno su tre piedi, con tutto, armi da taglio, arti marziali, sputi in occhi, bastoni, vibratori, colpi di zinne di fidanzate fedifraghe, ancate micidiali delle loro madri zoccole, e ancora infilzate di corna dei padri, e scherme di piselli mosci… finché nessuno, o solo uno, non resti in piedi. Lui lo facciamo presidente della lega calcio – è un premio, si capisce, concesso all’eroismo del bacato (qualità remunerata in certi contesti). Gli altri, in qualità di scorie, giù dal tavoliere, nel cestino, nello ionio.

Grazie.

 

Un dato è certo. Sorprendente, inatteso, precoce fosse stato coito: da oggi la storia del nostro paese sarà diversa, forse quella del mondo intero. L’umanità ha fatto il salto di qualità in cui i carbonari fallirono, in cui si sperperò il sangue del ’48, in cui si consumarono le fantasie del ’68, in cui tutte le rivoluzioni lottate hanno fiaccato la loro pulsione: c’hanno pensato loro: gli ultràs.

Ieri, 11 novermbre 2007, è avvenuta la prima rivoluzione degli ultràs.

 

Vedi come stiamo messi.


10 novembre 2007

Il calcio da dentro (testo a quattro piedi)

 

Pino Costante (pensa senza rispondere):

è questo campo di merda, pozzanghere e detriti, eppure quando non gioco qui, non sto a casa: ogni dribbling sfetacchia... arriva la pelota... palo, e che è successo? - il regista si ferma e comincia a raccontare:

ricevuta la pelota il primo trullo è  saltato, come un cristo, poverino: la pelota, lei, rallentata dal viscido amore di una pozzanghera, lo mette fuori tempo - ed allora si comincia, campo aperto, ne restano due, ed il portiere, con un compagno di squadra, tecnicamente un alleato, che non ha capito un cazzo di quel che succederà: lui si mette a destra e Pino va nella stessa direzione, esterno e leggera accelerata. I due difensori entrambi a destra: uno su Pino, l'altro sull'altro; a quel punto avviene, il cambio di direzione repente: esterno verso destra, dicevamo, e poi: un attimo prima che il difensore, enzo, penzo, reagisca, un attimo prima che posi il suo piede sinistro per tenere l'accelerazione verso destra, allora, si va a sinistra. Lui, penzo, scivola cade, smette di esistere sulla scena, ma l'altro, e l'altro sull'altro, ancora respirano. L'alleato, scioccamente, come sempre, non pensa neppure ad allargarsi, limitandosi lamentandosi che in fondo la palla la si deve passare - non a te pensa Pino, cretino no no - resta lì, e pino per evitare il difensore che lo marca - a che pro, minchia - tocca ancora la pelota leggero d'interno a sinistra ed il portiere - d'improvviso anche i morti - accenna resistenza, viene poco in avanti con le gambe semichiuse che un tunnel già l'ha preso, ed allora si scivola ed anche la pelota si allunga verso la fine cosicchè un attimo prima della disperazione ve n'è una soluzione, saltare leggermente allungandosi d'avanti, staccare col sinitro, fermo duro impatto d'esterno controtempo di destro -di ritorno di nuovo a terra col sinistro, mica banale - ...primo palo: palo. Ed è lì che persino l'idiota alleato, vile urlante, trova ragione: raccoglie il palo interno, con una certa insicurezza deposita dai trenta centimetri. Tutti contenti, tranne uno. Drenante, a parte, con quel suo nome da stopper, credo, dall'altra sponda rimugina e rimastica: il suo dritto all'incrocio un'attimo prima lo arrapa ancora.


Perché? Cosa è stato?

Il regista si maneggia la pancia e non già lascia il racconto:

è stato che ogni stato non fa a meno dei confini, linee di cesso, bianco ceramicale che un rumeno con moglie nello spogliatoio offre alla congrega come polvere di Colombia. Un volatile, no! è la palla che spellata brucia gli occhi congiungendosi al riflettore, scende, scema – anche i volatili hanno un’intellighenzia, sì -ghenzia. Dante Drenante, è sì d’uopo il nome, coccola la colomba con la zolla dei laccetti, la superfica alta della sciarpa: incolla. Rimbalzella, prosopopea di pulcinella. Volta gabbo a destra e a manca per scovare direzione, e via ciuf ciuf si sgroppa sul terriccio. Drenante corre a sette ritmi quando può, interscalando il fallico astone come un tempo renault4, alto alto ciuf ciuf a vapore. Come musica che s’incrosta ai diversi battiti del cardo, ora è melanico oppure è seghetto solare, così deve correre Drenante. Destra ha Dante il compar torvo Tazio, tozzo, che sta all’ala come il pollo al tetraedro: egli rulla non corre. A manca inopportunamente scende il lungo, un compagno con ponti per cosce e lanternino per cervello, che sta all’ala punto e basta. Eppur che gli si copre l’ombra per il difenso che scartella all’indietro ello, il lungo, peregrina tuttora coi piedini sul confine: didarla! a lui! Ma Drenante, lo insegnate voi, deve possedere un’indecenza aggrappata per natura all’elementare gravità del cascare, e mica tollera – non tolla! – che una retta perpendicula alla porta s’infranga nell’ottuso triangolo della fascia. La fascia, pensa, è una bruma che chiude la mia chioma, non certo un universo. Gli cenna d’accentrarsi ché i defensi stanno vasci, acclimatati ben benino alle correnti limitate delle strisce, e non sturano l’area per terrore d’esser cappottati dalle intervallanze statiche di Dante. Drenante Dante, come si conviene al sommo che lasci all’inferiore la licenza di cazzare per poi assommarsi tutto il divenire, pertugia le stanghette del difenso di manca destinando la colomba al lungo. Quello che fa? Non fa. Ovvero: controllo balbettante, suola, interno, convergenza, lento lento, esterno tacco, s’arravoglia bestemmiando, sputa, molla, s’arripiglia, rauco ostina precedenze, becca calci, dà pedate. Confusione che chi vede ad altre soglie affatto non tolla: il tempo non s’addomestica a chiunque e Drenante sa, vedendo egli oltre il sensibile, sa che il lungo ha i ponti ma non l’acqua sotto, ed è secco compagnone ridolone ma improprio alla sua esistenza del momento. Armadio senza scheletro. Rimbalzella rotolina a puro caso: dalla frottola del lungo col difenso oltre a polvere e madonne fanculate la colomba bianca e nera imposta un mulinaccio fuori all’area: questo è. Coordinando l’esterno mentre punta il destro verso manca s’ottiene la postura di piede buona per potenza e giravolta: la colombina è disarmata e deve parabolare sul secondo ferro con effetto a uscire. È l’incrocio che suona, o la lancia in armatura. Dang fa.


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30 ottobre 2007

se tanto mi dà tanta c'è un errore nel finale

La prova televisiva – cioè della visione a distanza – infligge – cioè impone con una certa durezza – due giornate di squalifica all’attaccante del Napoli Zalayeta per aver simulato un fallo da rigore contro la Juventus. Posto che l’imposizione di una pena con una certa durezza a seguito di una visione a distanza, quando comunque non c’è adeguata sistemazione della suddetta assunzione a prova, pare del tono del miope che senza lenti spara di mitra all’allegrotta pulce, c’è un altro piccolissimo appunto. Se l’arbitro annota la simulazione avvenuta punisce con l’ammonizione, un avvertimento formale insomma, tramite il cartellino giallo. Solo due cartellini gialli sommati nella stessa partita portano al rosso, alla squalifica. Appare quindi porcello volante che se l’arbitro non annota la simulazione ma addirittura decreta il calcio di rigore perché vede – o crede d’aver visto – il fallo venga inflitta al simulatore – la cui capacità attoriale è, da dirsi, imbarazzantemente scarsa – una pena che è quadruplicata rispetto a quanto previsto dal regolamento.

La gestione dell’affare sportivo è lacunosa per non dire sforacchiata d’intestino grasso se si considera che nella vicenda, causata essenzialmente dall’errore di chi è preposto al regolare svolgimento del gioco cioè l’arbitro, ci siano due schiere di puniti: la Juventus che subisce il rigore e Buffon che viene ammonito in quanto ultimo uomo; Zalayeta inchiodato dalla tivvù alla tivvù e il Napoli che andrà a Firenze senza il suo attaccante titolare. Manca, si nota, l’arbitro.

La gestione dell’affaraccio sportivo – correggo – è assai acuta e lungimirante poiché, come dovrebbe esser preso a esempio da altre gestioni, essa prevede un insolito ma ben curato meccanismo per cui, impugnata saldamente e a mo’ di scimitarra la necessità della punizione come rimedio intrinseco all’errore, gli effetti della stessa punizione si ripercuotono con ammirevole strafottenza su tutti i presenti tranne che su chi ha commesso l’errore.

Tanto di cappello. Cappella tanta.


22 ottobre 2007

Ecco perché era rossa. Piangerebbe la madonnina fosse lì.

 

Nel titolo a un suo post makia, prosa senza inutili fronzoli, dice che il vincitore del mondiale di formula 1 è deciso dalla FIA. Non discutiamo l’azzardata affermazione sia perché makia è una donna, e qui siamo galanti non come quello sfacciato del Munaciello, ma anche e soprattutto perché la donna in questione, indipendentemente dalla sua pur indiscutibile femminilità, ha ragione altrimenti col cazzo (mi si legga un risolino a questo punto eh). Noi qui cerchiamo la spiegazione a una stagione andata un po’ a passo di mignotta.

Allora, il motivo per cui Hamilton, giovane e pur valido pilota, sia stato ripetutamente sorretto dalle decisioni della federazione potrebbe essere: 1) egli ha pagato un bella somma avendo alle spalle qualche misterioso sponsor; 2) egli pagherà parecchi soldi avendo alle spalle un qualche tipo di movimento o progetto d’immagine; 3) egli è alle spalle di qualcuno che comanda e lo sollazza ben benino con moto di bacino; 4) egli è nero, e non vogliamo credere che la correttezza politica giunga a tali livelli di scorrettezza, ma dai recenti studi altresì riccamente premiati emergerebbero incontestabili dati circa la sua scarsa intelligenza però, evidentemente, è la simpatia che, adiuvata non in ultimo dalla caratteristica parlata io volere vingere mondiale etc., lo ha fatto entrare nelle grazie del gotha; 5) egli è britannico, anglofono e comprensibile a mezzo mondo, nero, giovane, figlio di famiglia, sani valori, sani principi, insomma un santo che va a 300 all’ora mentre Alonso è antipatico perché vincente, Massa è brasiliano e non c’è troppe grazie che da laggiù ne possano venire, Raikkonen è finlandese, cioè poco più che trentino.

Non so, non sappiamo, forse apriremo una rubrica giornaliera che accolga gli spunti dei lettori per fare chiarezza. Bah. Certo è che in uno sport che non ammette neanche la spinta a piedi da parte dei commissari a un’auto in panne o nella sabbia può accadere, come al gran premio d’Europa è accaduto a Hamilton, che si presenti una gru ex machina per cacciare la machina ex sabbia. Ma può accadere dell’altro eh, solo che sono le due e mezza e glissiamo.

Su una cosa non glissiamo. Al momento ancora non si sa se Raikkonen ha vinto oppure no, poiché avendo Hamilton chiuso la gara al settimo posto (risultato che ne ha determinato la sconfitta ai punti) si sta cercando un modo elegante e appropriato alla gentilezza dei gentlemen della FIA, per squalificare Rosberg, Kubica e Heidfled. Direte: chi sono? Rispondo: sonoilquartoilquintoeilsesto. Un due tre genialata! Ora Moggi, avete presente il tipo. Quanto cazzone è stato? L’aveva mai sospettato che c’era un modo per organizzare i risultati anche, e soprattutto, a posteriori proprio dall’interno della federazione sportiva sicché il tutto appaia lindo, elegante, very very gentle?

Ah piccoli italiani!


21 ottobre 2007

la terra è rotonda un po' meno della palla

 

Ieri ho visto le palle. È sempre piacevole quando se ne vedono. M’è capitato di recente con Danny Boyle, con Polanski per come ha fatto Macbeth. M’è capitato con una donna sporca di fango. E poi m’è capitato ieri. E ne ho viste non due ma quattro, ieri, di palle. Tutte andare a finire nella porta della Roma, e tutte belle tonde, belle cattive, belle cacacazzi. La prima è d’argento, come si usa, all’incrocio. La seconda è quel cristallo puro puro che se dicono “in cosa si differenzia Marek da Nedved?” l’unica riposta è “che Marek è meglio di Nedved”. La terza palla l’ho vista per puro caso, perché, signori, la terza palla andava davvero veloce, e andava verso l’incrocio dei pali, e andava via da un piedino nano uruguaggio (word me lo segna errore uruguaggio, ma è bello, è guapo, è guappo!). La quarta palla l’ho vista lassù, poi schiacciata in terra ancora uruguaggiamente, selvaggiamente da uno che senz’altro ha sangue di centrafrica, che gioca da fermo e chiama bestemmie, ma se poi caccia le palle queste saranno, per virtù di sangue, incomparabili con quella biondina francesina . Cappello! chapeau! capperi! ovvero minchia!


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1 ottobre 2007

segue da dove precede

 

Ecco fatto. Il Napoli ha perso, e non certo per la chiusura dello stadio ma per questioni tecniche in cui per ora non mi addentro. Punizione giusta ed esemplare. Nel frattempo a Roma due accoltellati, a Torino per il derby zuffe e baruffe, stessa cosa la settimana scorsa a Genova. Nessun altro campo sarà chiuso. Perché c’è la presunzione tutta italiana (con “italiana” intendo “larga d’interpretazione, utile a salvare chi caca l’oro e a punire chi caca stitico”) che le zuffe fuori dallo stadio, fatte da chi allo stadio sta per andarci, non appartengono allo stadio. Strano. Cioè, e lo dico ai violenti, potete tranquillamente bruciarmi la macchina o riempirmi di cazzotti in petto, basta che poi andate allo stadio. E poi, ultima cosa, se uno lancia un petardo in campo (che dovrebbe essere più pericoloso di una bottiglietta) fate la buona azione di schiaffeggiarlo: vi si leva la squalifica, anzi: non la si contempla affatto l’ipotesi delle porte chiuse. Giacché si sa che la gara a rischio, l’unica in Italia, è Inter-Napoli.
Che faccia di culo che avete!

p.s. Le porte chiuse per la gara col Genoa hanno cancellato la possibilità che l’Italia vedesse quanto festoso può essere il calcio, essendo quella l’unica partita in cui, in maniera ormai anomala, le due tifoserie festeggiano assieme. Bene, bravi, bis.


29 settembre 2007

Solo se piangere vale a lubrificare, sennò no.

Sollecitato da Espressione, in commento al post di sotto, affronto la questione. E mi preme. La Corte di Giustizia Federale – che già pare il nome di una lussuosa stanzetta dove panzuti e occhialuti ottantenni vanno a sudare nel disperato tentativo di spararsi un’ultima sega – ha respinto il reclamo del Napoli etc.. etc..

Praticamente, a causa di alcuni fumogeni, di una bottiglietta e di uno striscione offensivo per i tifosi del Livorno, la gara col Genoa si disputerà a porte chiuse. Per quella con l’Inter, fra qualche tempo, sarà impedito ai tifosi napoletani di andare a Milano perché un certo osservatorio di pulci nei peli pubici ha scoperto che c’è rischio di tafferugli. Ora, l’amico espressione, e molti altri qui, sostengono che si tratta di congiura: il Napoli è solido, economicamente forte e, ancor più importante, produttivo: insomma va azzoppato ‘o ciuccio.

Fin qui ci siamo. Perché a Reggio c’era già stata una pioggia di bottiglie… partita sospesa, ma niente squalifiche o provvedimenti per la Reggina o per i suoi tifosi – tanto la Reggina sta giù in classifica. Ci siamo anche perché il grado di permalosità dei tifosi del Livorno, considerata la famigerata loro verve e soprattutto il codice espressivo usato da loro negli ultimi anni, dev’essere piuttosto basso. Ci siamo anche perchè, a proposito della trasferta con l’Inter, bisogna ricordare che i tifosi della Lazio in trasferta a Bergamo c’avevano i machetes, e l’osservatorio non li aveva notati. E ci siamo anche perché, valutata l’indole generica dell’ultrà che va in trasferta, ogni domenica c’è rischio tafferugli in ogni città d’Italia. Ma Napoli fa paura, è ovvio. O piuttosto disturba.

Tuttavia io sono d’accordo con la squalifica. Sono d’accordo perché i fumogeni danno fastidio prima a me quando vado allo stadio; sono d’accordo perché quella sola e stupida bottiglietta è il pretesto che si attendevano; sono d’accordo perché scansare le trappole senza chiagnere ci darà un godimento estremo quando fotteremo.

Ma se proprio si vuole, si torni al titolo. 


17 settembre 2007

L'entusiasmo di trovare tutti i cessi occupati


Un abusato vittimismo e radici robuste che fanno fierezza, combinati in specifiche quantità, danno al napoletano l’idea che la penisola sia terra di conquista, di rivalsa. Un fuoco acceso da stelline pallide ma che avvampa manco fosse Mercurio: da ovunque qui si chiede all’Italia di tremare, perché il Napoli gioca bene. Per “Italia” s’intende Roma (i cui tifosi vennero a distruggerci lo stadio perché gli facemmo rimandare la festa scudetto di una piccola settimana…), Torino, e Milano calcistiche. Per “giocare bene” s’intende una squadra che ha starnutito finalmente tutti i moccoli di tristezza che le penzolavano; una squadra che mantiene la difesa cazzuta al punto da tentare – con successo – più volte il fuorigioco; una squadra che a centrocampo ha tre mastini che non mollano un metro – Blasi, Gargano, Hamsik, l’ultimo dei quali ha un piedino brillante di Boemia o giù di lì; una squadra che davanti adopera al meglio le armi argentine (s’intende quel misto di rapidità di gamba e fulminea furbizia di cervello tipiche del figlio ‘e ‘ntrocchia) di un folletto che come piglia palla pensa alla porta e subito dopo a fottere l’avversario, e la flemma negra del negrone che dice tre cose di cui due sono gol, interscambiabili. La dirigenza è seria, organizzata a comparti stagni io i cazzi miei e tu i tuoi (s’intende “a comparti stagni”), con Marino che guarda lontano e De Laurentis che guarda come si possa arrivare a quel lontano spendendo poco. Allora un friulano puveriello (s’intende esterno al circoletto dei mistèr reclamizzati) sistema le cose guardando poco all’idea e molto alla materia… materia grezza… roba indigeribile senz’altro, ragazzi che corrono assieme, che si muovono come sulla scacchiera tutti da cavalli. Che poi l’Italia tremi chi se ne ‘mporta, basta lo show, un rinvio di sessanta metri addomesticato di spalla verso il cristallo, dal cristallo all’iroko nerafricano, di nuovo il cristallo si camuffa da riflesso e va in due posti contemporaneamente, palla in porta. Massì, basta questo, che ce ne faremmo in fondo del tremore di quell’Italia? Certo gli esperti dovranno detergersi l’ano con la lingua, riconoscere, riconoscere la marmaglia di diseredati che li fa campare meglio con maggiori ascolti e contratti più ricchi… ao’, infatti: se l’Italia inizia a tremare meglio per lei, magari se n’accorge in tempo che sta arrivando la cacarella.

Senza offesa per la diarrea.


13 giugno 2007

serie A, se proprio dobbiamo...


Due parole sul Napoli vanno dette. Io amo il calcio, il gesto. Non amo gli entusiasmi eccessivi per una cosa che del gesto si ciba, che sul gesto ricama correnti bancarie. Non amo i neandertaliani appesi ai lampioni per urlare la loro esistenza come se da una maglia di tessuto cartaceo – quasi – questa sia attestata. Né tanto meno credo che le sorti dei popoli e delle loro dimore possano in alcun modo porre radiche nel rettangolo inglese. E il rammarico che ho è che la promozione del Napoli in serie A porterà linfa a quei neandertaliani, che si moltiplicheranno e crederanno che quello è giusto, quell’appendersi ai lampioni. I neandertaliani… che svilupperanno un senso di proprietà verso la squadra, verso lo stadio-anfiteatro, poi verso la presidenza. Certo, gente seria i De Laurentis. Magari reggeranno il colpo, ma i neandertaliani hanno la forza ottusa della moltitudine decerebrata assai affine al gregge ecclesiastico, per fede e presunzione di alfierato universale. Però erano anni che non vedevo la squadra della mia città con l’atteggiamento, nelle gambe e nello stomaco, di chi sa con dominio la levatura di ciò che va fatto. Va fatto, ripeto. La bellezza tecnica, la purezza del gesto, queste sono ancora remissioni distanti. Però c’era qualcosa a Genova. Qualcosa di ben più alto delle tribù che festavano perché avevano scoperto di poter dire, solo allora, di esistere. Qualcosa come un rantolo di vita o morte, di zoppichiccio quando un arto è segato dalla sciabola e l’altro ti porta sulla vetta del colle. Da dove si vede… Ancora niente si vede. Ma si sente. E’, però, dalla mia tunica di popolano aristocratico che tremo a vedere i palazzi intrecciati di nastri azzurri, e le piazze ancora con i segni della festa. Perché in quelle piazze, le stesse, i cassonetti-stomaci-deviati sono stati adoperati per raggiungere quei lampioni, quei balconi, gli stessi. Per i nastri. Con l’occhio di certo popolo che preferisce chiudersi nell’alcova della palpebra, e sognare ancora un altro gol di Ciruzzo Ferrara allo Stoccarda di Klinsmann.


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3 giugno 2007

Weekend di sport senza lievito

                              

Abbiate pazienza, l’alluce è senza stecca ma ancora lontano dal permettermi di sgroppare, così mi appello alle storie altrui. Danilo Di Luca vince un giro pittato chiaro chiaro per montanari solo perché Simoni è troppo vecchio e Schleck è troppo giovane, difatti è la vittoria più meridionale della corsa a tappe e del sud ne ha tutti i crismi (grinta, talento e botta di culo). L’Italia dei professionisti del pallone vince di una scazzetta su una nazionale di carpentieri, elettricisti, insegnanti d’asilo, commessi e pastori… però quanto spessore nei trentenni Del Piero e Inzaghi rispetto a quel bamboccione di Totti che ha scelto di essere grande solo fra piccoli. Valentino Rossi nonostante le top e le model deve avere ancora tanta tumescenza nelle parti basse, e perciò va. Mentre Luna Rossa, ahimè, sta con regolarità anemometrica puttanando ogni scelta contro certi scarafaggioni neri che invece c’hanno le antenne cazzate a dritta e pure alla rovescia.
Il dolce in fondo – come nel caffè e come nel tamburo il rullo, ma ancora più sotto dell’amaro, ma proprio a scavarci con le nocche – è stato tifare Triestinavicenzagenoa solo per tifare Napoli… poi il Napoli ha vinto, ma non hanno vinto Triestinavicenzagenoa… e allora siamo tutti tristi… dice che il biscotto non cresce. Mah!
Torno a dormire.




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29 maggio 2007

Ora che è finito il campionato inizia la parte più succosa del calcio:

Il cacciomercato!!!

(Squilli di trombe, rulli di tamburo, imbuti di bolle, applausi crocchianti, galoppate sparse)

 

Juventus. Tramonta l’ipotesi Pasqual: nell’interesse del club verso il terzino non c’è niente di vero. Come capisco! (chi è Pasqual?) Ressa invece di allenatori: voci insistenti danno sulla panchina bianconera, in ordine dis, Lippi, Vialli, Ferrara, Conte, Jugovic, Tardelli, Bearzot e mio zio Raffaele. In attacco forse l’innamorato Rolando Bianchi. Resiste invece l’opzione Agnelli nonostante il ritardo, Pasquale Bruno no. Buffon sì, Buffon none, buffonone questo giullare!

Milan. Ancelotti andrà in nazionale dopo il 2010, pare che la sfera dica così. Nel frattempo fuori. Ronaldinho è difficile da prendere dice Galliani, è molto agile e usa bene il corpo per fare le finte e forse anche nel privato. Magari Dinho sì. Ma sono la stessa persona ed è evidente che c’è confusione sul caso. Eto’o forse, ma comunque è un tantino indisciplinato: guardate come mette le “o” nel nome! Maldini resta un altro anno, vuole vincere 36 coppe dei campioni. Deve sbrigarsi. Costacurta sta meditando il ritorno. La Colombari no. Costacurta piange. Ronaldinho, ad ogni modo, ride di gusto.

Inter. Figo resta. Resta figo nonostante l’età. L’anno dopo l’anno prossimo va in Arabia per soldi. Adesso gioca gratis. Invece Adriano e Recoba salutano, ma non fra di loro, salutano gli altri. Adriano molla perché s’è già fatto tutte le cubiste lombarde. Ora vuole le spagnole. Perciò forse Martins si è pentito di essere andato in Inghilterra. Dovrebbe saperlo Hitler. Ibrahimovic resta a patto che l’Inter diventi il Milan, o la Juve, o un’altra squadra ché annoia sempre la stessa maglia. A proposito: la maglia del centenario è un omaggio alle crociate: si preannuncia una stagione calda. Crespo, quindi, si è rapato a zero e resta. Resta crespo nonostante la pelata.

Roma. De Rossi resta in vita. Ops, De Rossi resta a vita. Totti anche, ma detta le condizioni: vuole aiuti, rinforzi, nuovi arrivi. Ilary già pronta a un’altra gravidanza?
Mexes obiettivo grosso. E biondo. Ma assieme a Chivu – chi? – potrebbe andar via. Mancini l’aveva detto che fra i due c’era del tenero, l’aveva sospettato da certe carezze nelle docce. Ma potrebbe essere un tiro mancino. O la descrizione di un attimo, nelle docce. Du du du du du, du du du du du…

Udinese. L’allenatore Malesani incontrerà il presidente Pozzo per definire il suo futuro, ma Ancelotti non molla la sfera di cristallo, dunque Pozzo porterà un’arma perché è più facile prevedere il futuro quando lo si accorcia. Specie se non è il proprio. Nel frattempo si fanno i nomi di Guidolin e Mazzarri. Così, è uno scioglilingua portafortuna. Strani ‘sti nordici.

Sampdoria. In panchina si fa il nome di Mazzarri. Sempre lo stesso scioglilingua. Miracoli degli emigranti. Nel frattempo Quagliarella va in nazionale senza Ancelotti. Miracolo d’ali. E’ una punta. Il mercato della società procede a rilento. Ho una leggera fame, prendo i pan di stelle.

Lazio. Tommaso Rocchi non ci credeva, allora ci ha messo un dito e qualche gol, ed ora al progetto ci crede. Lotito è molto intelligente. Nessun acquisto previsto. Per fare soldi il primo passo è non spendere quelli che si anno. E’ intelligente. Già da qualche hanno.

Atalanta. Riccardo Zampagna aspetta una telefonata del presidente Ruggeri. Mistero: pare che per questioni di decibel la telefonata sia avvenuta ma l’attaccante non se n’è avveduto. Avvenuto/a. Alla finestra c’è sempre il Livorno, così com’è sul Tirreno. Vieri al contrario non ha mercato, ma ha varie auto e qualche villa, vuol dire che ne ha avuto già abbastanza di mercato. Se ne interessi l’inps.

Parma. Bonetto dice che Parma è il luogo ideale per far crescere Cigarini e Dessena. Non si sa chi siano questi tre. Azzardo che trattasi di allevatore di maiali il primo e di maiali i secondi.  A Parma il prosciutto è buono. Anche il formaggio e il vino. Perciò Stoichkov non correva più.

Palermo. Tedesco prolunga fino a giugno 2008. E’ finito il tempo del blitzkrieg.

Napoli. Se si sale in A arriveranno in prestito Recoba, Cassano, Cannavaro Fabio, Gregoretti, Burruchaga e Maradona. Però il titolare sarà sempre Pampa Sosa. E’ per scaramanzia. Lo sarà fino ai 42 anni. Olè!




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24 maggio 2007

Milan Liverpool 2 - 1


Raccomandati!

P.S.     Finchè non c’è stato il gol del Liverpool c’era pochissima evocazione nella finale di ieri. Poi sì, pochi minuti di piedi di fantasmi che scalzi frusciano sul pavimento mentre stai socchiudendoti al sonno. Il fischio finale leggermente anticipato però li ha resi cartapesta. Occhio pesto invece, a noi tutti, ogni singola inquadratura di Silvio Berlusconi: ai gol gli si muove solo un mezzo labbro, in una smorfia da vincente così assolutamente vincente che figurati se m’emoziono più! Santo Cribbio! Ma era accanto a Blatter. Ed ha chiaramente nella capacità di farsi camaleonte più che caimano la sua massima dote. Ma si poteva ancora reggere tutto questo. Finché non è sceso in campo per mettere mano liscia sul grande orecchio della coppa, e mai mollarla, e farsi lanciare in aria dai calciatori di colpo ometti piccoli piccoli, con i coriandoli appiccicati sotto ai piedi mentre qualcuno di loro nel sollevarlo si curava di non lasciargli le caviglie – visto mai ti sfugge il Silvio è ci lascia la pelle! Un bambolotto con della vernice nera in testa. Questa roba rinsecchisce i testicoli. E allora cancelliamo queste cose “Un raso d’erba da calpestare mentre l’epica d’oggi non la forniscono gli armati perché il professionismo prevede una netta presa di coscienza, una quantificazione di tempo, e poco svago è accordato al cavaliere. Obiettivo e durata del suo impiego. Allora arriva lo sport, nella fattispecie quello popolare fin tanto che evoca. E due anni dopo un affare che tirerebbe ascolto alla Lepanto 15settantuno si ripropongono gli stessi vessilli e gli stessi uomini. Un uragano. Pulce che tossisce purtroppo è la linguetta insipida e tutta contegnosa di chi esclude ogni senso di vendetta, come a voler togliere il rosso al bel tramonto di Capo Palinuro: tramonto qualsiasi ne sarebbe senza, e un marinaio morto poco astutamente. Sono persone che campano un mondo fatto di mugugni annuiti e seghe sotto alle coperte. Io voglio le vergini ingravidate sul portico, sul patibolo della piazza! Io metto in tasca la provenienza dello sciopero e urlo: a morte i reds! Che poi questa morte sia una scena lo risparmio alla vostra intelligenza, chè già se siete qui avete fatto selezione. Ma diamoci una mano a non seccare il sangue, che poi si fa nero e niente più tramonti.”
Perché di epica e vendetta manco l’ombra:




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23 maggio 2007

Milan Liverpool



Cerveza, cerveza para todos… scriviamo canzoni per dilettarci i polpastrelli e non attinenze con caverne fin poco platoniche. Un raso d’erba da calpestare mentre l’epica d’oggi non la forniscono gli armati perché il professionismo prevede una netta presa di coscienza, una quantificazione di tempo, e poco svago è accordato al cavaliere. Obiettivo e durata del suo impiego. Allora arriva lo sport, nella fattispecie quello popolare fin tanto che evoca. E due anni dopo un affare che tirerebbe ascolto alla Lepanto 15settantuno si ripropongono gli stessi vessilli e gli stessi uomini. Un uragano. Pulce che tossisce purtroppo è la linguetta insipida e tutta contegnosa di chi esclude ogni senso di vendetta, come a voler togliere il rosso al bel tramonto di Capo Palinuro: tramonto qualsiasi ne sarebbe senza, e un marinaio morto poco astutamente. Sono persone che campano un mondo fatto di mugugni annuiti e seghe sotto alle coperte. Io voglio le vergini ingravidate sul portico, sul patibolo della piazza! Io metto in tasca la provenienza dello sciopero e urlo: a morte i reds! Che poi questa morte sia una scena lo risparmio alla vostra intelligenza, chè già se siete qui avete fatto selezione. Ma diamoci una mano a non seccare il sangue, che poi si fa nero e niente più tramonti.
So tutto, non ricordatemi niente. So che niente me ne viene. Nessuna piscina con delfini, nessun world is yours, nemmanco la sella di un miniaturizzato Varenne o la stella magica dei re. Però non pare questo mondo altro dal niente. E le costruzioni che fanno dallo zero il mille sono dentro l’occhio che ripete il nulla per tre e che camuffa un uno staccandosi un baffo.
Più di tutto, chiudo, mi affascina la possibilità che hanno quegli uomini di rielaborare il finale del loro incubo peggiore, là, proprio là dove c’è la divinità che opera le sue carte magiche in favore del nemico, per riafferrare quelle mani codarde di nuvola e ricacciarle dove se ti volti sei solo sale.




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19 maggio 2007

plof



Oggi Chris Dickson si è tolto ogni dubbio. Per intenderci lui è il timoniere di Oracle, uno che fa le pubblicità lasciando intendere di essere nato solo per vincere. E non sorride. E in più somiglia vagamente a Bonolis. I tipi eccessivamente presuntuosi credono di essere antipatici perché vincono. Invece noi comuni mortali ammettiamo una certa simpatia per il presuntuoso che vince, gli riconosciamo quel tocco da ancien regime, retaggio di una vecchia Italia mai morta che accoglieva Napoleone o Arrigo VII. E’ se perde che diventa ben oltre l’antipatico, lambisce l’inutile che si parafrasa col ridicolo. Bene invece il timoniere di Luna Rossa, anche se è duro stabilire quanto merito ci sia nell'affossare un avversario che aveva solo due colpi in canna e uno se lo è sparato nella spalla sinistra. Che poi è pure mancino.

Aggiungo che voglio Paul Cayard. Lo voglio mettere sulla mensola fra la pipetta e il bicchierozzo heineken, di fronte al Che.




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16 maggio 2007

Il diavolo (s)veste praga /3



La valza simulteinio!




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15 maggio 2007

Il diavolo sveste prada /2



Strambare simulteinio, dice Paul Cayard. E c’ha ragione. Se hai duecento metri piàzzati davanti e rompi il cazzo in poppa. E’ sbagliato andare a cercare le sirene fuori stagione. Che quelle poi cantano e noi non capisciamo niente. Stramba simulteinio! Simulteinio!




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14 maggio 2007

Il diavolo veste prada /1



Come fa quella reclame? L’onda… sbatacchia… il vento gonfiator… sfruscia… sconquassa e scamazza… scarocchia… s’infrange… fertuffia… affossa… paposcia! Bando alle ciance: qui serve doppio nervo nelle braccia e occhio fino, altrochè!

 

[Hanno vinto credendo nella sinistra più degli altri. Che strano.]




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13 aprile 2007

Il colpo di tacco


Il colpo di tacco non è per far mostra di precisione di culo, di abilità alla rovescia. E’ piuttosto una tela che si rompe e dietro c’è il mondo del pittore, per un attimo, che tutti possano vederne. Come l’olandesino paperino coi cosciotti e il sedere basso, prossimo assai prossimo al riposo, di volo e di spalle ode – sente, annusa, profetizza, immagina o inventa, crede, si proietta, ma comunque annusa – il cinguettare dello smilzo, di quel ballerino coi capelli a ciuffi che sono anni che corre in equilibrio nella terra di nessuno che è la trincea del off-side e del, successivo, in-side.
Di colpo di tacco ne basta uno. Quando buono. E non me ne voglia il lupetto pupetto, ma farne cinquantasette al terzino a metà campo forse anche Guttuso potrebbe. Ora ho mal di testa, senza cena per via del calcetto di ieri sera, solo cioccolato al latte poco fa, è eccitante, si dice, e col caffè tanto caffè e con la marijuana non calza, e ora ho mal di testa ma finisco, e comunque un umore di merda che se mi sfiori ti incendio, ma finisco. Di colpo di tacco ne basta uno, quando buono. Così che capiscano che se hai palla tu devono studiare anche quello che ti capita dietro. Da lì è il caos perché il difensore ha spesso una forma mentale ben piantata a terra, con basi di chiummo... però e perciò vale poco nel trasalire dal corpo e andare in quello dell’altro. Da lì caos come tu giocassi su una pedana rialzata, come la sagoma distesa nel riverbero del caldo sul tetto, la sagoma vaporizzata del cecchino: trattenere il respiro, il cuore parla più nitido e il mondo è più immobile, il grilletto suona duro, ma poi entri dritto nell’occhio e rompi. Mischiare passato e futuro nelle giuste dosi, da squarciare il presente, è rarissima cosa. Il dietro e l’avanti per essere il centro del mondo.
Noi qui scherziamo, ma questi sono poteri che s’attribuiscono a dio!




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11 aprile 2007

Manchester Roma 7 a 1


Ricacciati in mare con un’ eptascoreggia!
Bububùm! apri il sipario col bruciacchiar dei peli del culetto, bububùm fa, diciotto minuti già sei sotto terra. Squash! Squash fa l’olio bollente buttato dalle mura, o a mani aperte sul petto dell’invasore – come fanno sempr’ i ‘nglesi – a ricacciare in mare tutta la falange! Rot-rot-broooat! fanno i rutti dei bad-boys e della birra Waynerooney quanto la doppio malto Carrick, e Brillantina Ro’ con la faccia da trandgay abbassa la testa e parte di turbo: flosh flosh flosh fanno le gambette sue attorno alla palla e sffffffrrhh fa il prato che si brucia. Nel cervo di capitan fracassa Totti – l’uomo che quando bisogna metterci le palle e la firma lui ci mette un “” – riecheggia quella frase storta, quella frase zoppa e brutta, quella frase degna di come Moretti vedrebbe il più svogliato Albertone, quella frase “sento di più questa partita che la finale mondiale”. Emmenomale, direi, e grazie Totti, aggiungerei: se le senti così le partite

 Il capitano sente i palpiti nel tenue
Il punto è che è piccolino così – indico l’unghia del mignolo, non altro. Il punto è lui, tant’è piccolo. A volte ha un po’ di classe. Ma chiudersi nel cubo la classe sembra decuplicata. Esci dalle mura, capitàn fracassa: fai il campo abbassato fra i sacchetti di sabbia, guardando là dove la nuvola di polvere da sparo dei nemici ti blocca il fiato in gola. Schiva a destra, piegati, buttati a terra e mangia il fango, capitano, alzati veloce lontano dalla bomba, e poi trema quando la terra s’alza e le schegge ti radono i polpacci – ma già: tu li hai già depilati! Chino di nuovo, il tempo di asciugare il sudore dalla fronte, no, no non c’è tempo per la lampada che già devi scattare dietro ai copertoni di gomma dura. Striscia nel sangue di un polmone scoppiato. Strappa una grosso calibro dalle dita sceme di un morto. Raccogli il caricatore. E lì nel cespuglio. Ci batte il sole. Sembra dorato. Alzati e corri veloce, veloce più che puoi con la cacarella fra le chiappe salta il filo spinato e spiana la mitraglia, ce li hai, li vedi, sono grigi da lì, devi urlare che avranno più paura… ora! vai così! ba-ba-ba-bam, ba-ba-ba-bam… cadono? Le braccia glie le salti? Le vedi le ginocchia girarsi e loro faccia a terra e il rumore dell’elmo che si sfonda – gleaaaun! – e schizzi rossi vaporizzati sull’erba? No?

Allora perdi sette a uno e puoi rinunciare a fare il condottiero: hai sbagliato a sentire.




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29 marzo 2007

La bella mano


Una volta una tipa romana – era bionda, e diceva giallo ocra e rosso pompeiano come con la bocca piena di panna e sputo – deve aver detto “ Ma che ne sai te? Totti a Roma è come un dio”.
Sì, ha detto così. Bene, quella volta fu come tutte le volte in cui non mi lascio sopraffare dalla risatona a ugola sfondata, perché se la cazzata è piccola sbotto io, mi stilla una specie di ghigno sincero che innaffia d’ilarità il tutto e, in qualche modo, risolve. Quando invece la cazzata è grossa, io, provo pena, mi preoccupo per la salute del cervello che va col monopattino, e che spazza la via in cerca di bucce di banana per far mostra di sé con uno scivolone, se Totti a Roma è come un dio. Un bravo ragazzo, bravo coi piedi e gentile nei modi, timido ma sfaccettato, coatto per necessità. Stop.
Io dico, adesso, ma che ne sai te de ddio? Ma che ne sai tu di una città che dà la pancia alla mano di dio, e gli fa le fusa attorno ai genitali, a dio, e ne fa chiese sconsacrate agli angoli dei vicoli, e gli erge statue che fissano il tempo e paralizzano la storia, e lo ama a chistu’ddio, e ‘o guarda ‘n faccia perché figlio e padrone, e canta, e danza, e dipinge i muri antichi dove i borboni ci pisciavano e le matrone insegnavano le arti del piacere, e gli dà i fiori di giovani vaiasse splendide e scurrili, e gli succhia il midollo, e gli dà il suo midollo nella cieca speranza di fondersi a lui, a dio.
Ora… ecco, io lo so che dio non esiste. Che c’è l’uomo e basta. Ma c’è uomo e uomo.
C’è uomo e Uomo. E poi c’è dio.
Diego, e cosa è stato per questo popolo.

 

 [Sta male di nuovo, è chiaro che non arriverà ai sessanta. Spero che veda il Marco Risi e, soprattutto, il Kusturica]




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Parliamoci chiaro. Questo blog non è un albergo né un giornale. Non è una carta, non è giornaliera né qualcosa da mangiare. Questo blog rappresenta l’offesa della tecnica all’uomo, e viceversa. Non è me, non è il munaciello che vi parla, non è me che vi dico, anche perché voi non esistete che in certe vecchie cartoline. Io e  te non esistiamo e, soprattutto, non coincidiamo. Quindi nel caso in cui tu avessi qualche soddisfazione da chiedermi per cose che ho detto o fatto a te o a qualsiasi tua parente di gradevole aspetto, non hai che da dadà darmi appuntamento domattina all’alba – facciamo alle cinque che prima delle cinque la gallina non fa l’uovo e posso mai duellare a stomaco vuoto? – dietro la chiesa abbattuta e sconsolata. Oppure mi chiedi con urgente violenza di rimuovere, ed io, che so intendere senza mercanteggiare, rimuorrò.

Stesso discorso vale per le immagini, le foto, e soprattutto per le cose che non capisci. E per quelle che non capisco io. Stesso discorso non vale invece per le sparatelle dei commentatori. Quindi altro discorso:



 

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