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Diario


16 aprile 2006

inside man: la trentesima ora.

Dai promo non era altro che la solita baruffa di muscoli e sagacia, compressa in una lattina americanissima di coca. Ma lo sai che è Spike Lee, e in qualche posto deve esserci il suo cuore di cioccolato fondente.

Ecco, Spike, esce dal ghetto e si chiude nella banca, due diversi rifugi dell’amata New York. In teoria l’idea è geniale, la rapina è una boccata di fumo che più passa il tempo più pare attenuarsi, a non esserci più. Un barlume di collettività rende lecito il tutto, e anche il gradimento del film, lecito intendo. La teoria. Nella pratica troneggia uno humor esasperato, spesso troppo sottile per un americano medio, di sicuro humor algebrico, che rientra nella formula per la riuscita del film teso ma divertente: è lo zucchero. Ma rasenta la casZsata siciliana! Molto bello il ruolo di Jodie Foster, Miss White. Nome dai lunghi strascichi e dagli inzozzati risvolti. Chiaramente è, in carne (pelle direi), l’america buona, quella bianca, facile a colludersi con i petrolglobuli dei Laden, e avvezza, per puttanesca natura, a sfogliare assegni e carte in cambio di ciò che l’Europa meridionale conobbe come “capera”, o mezzana, o una sporca Celestina moderna, professione imprecisata ma intrallazziera, affari oggi, affari. Bionda, fredda, bella, morta dentro signorina bianca, u.s.a. Poi c’è il vero cattivo, miliardario banchiere (non si accettano allusioni all’Italia) che per palesare il suo male deve affondare le mani a cunei di radici fino al nazismo: cattivo assai. Denzel cosa dire? La donna con cui ero al cinema, con la sintesi da evoluzione che è propria di quella specie (donna!), dice “è avviato sulle orme di Morgan Freeman”. Sacrosanto. E’avviato sulle mattonelle del cesso. La sua donna, di Denzel, invece s’imbeve nei luoghi comuni del noir, esce lei e parte il sassofono, lei sinuosa sul letto c’ha sempre la pelle bollente, ricoperta di miele cianuro e mele, m’immagino la sua vagina come un antro a tre teste e 59000 denti aguzzi tortellinanti. Via bella, e impugna il sax! Ha voluto camminare, Spike, in bilico fra il solito action movie e un più ampio e degno seguito, quanto a deragliamento creativo, della venticinquesima ora. Ma quest’ora qua è un po’ più fiacca, non lo sa ma saremo già alla trentesima. La baruffa cozza un po’con la sotterranea ribellione sociale, tesa al bene supremo, al risarcimento dei calpestati a scapito del cattivone di turno. E quel finale! E’mai possibile che ai film debba sempre concedersi di masturbarsi la fine. E s’allunga, s’accorcia, s’allunga, non finisce, non cede, come il piede del tavolo che stai segando. Poi finisce con un diamante, ariete del matrimonio, col patto sociale che si coagula attorno al furto “giusto”. M’è parso antico, Spike Lee, ma meno male che questo film lo ha fatto lui.






 




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