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Diario


21 maggio 2007

Little miss sunshine



Per categoria seria questo s’annovererebbe fra i cosiddetti road-movies, film nei quali la trama e le sorprese e tutto il resto seguono e derivano da un viaggio su strada. Uno degli ingredienti fondamentali, e nascosti, di questa categoria è la simbiosi fra mezzo di locomozione e personaggi. Ebbene, qui c’è un Volkswagen furgoncino vecchiotto di quelli che vedresti in una vecchia San Francisco tutti verniciati a fiori & lsd, ma è giallo, e gli entrano solo la quarta e la terza: c’è da spingere e balzare su in corsa, e mai frenare troppo. Per rispetto della regola il nutrito gruppo di viaggiatori, proprio come il furgone, è gente assai improbabile: il padre spera di sfondare con un corso in nove punti sui vincenti; il figlio vuole entrare nell’aeronautica e nel frattempo legge Nietzsche e per voto non parla; la figlia sogna di essere una modella; lo zio gay è il più eminente studioso di Proust ma lo studente di cui è innamorato lo abbandona per il secondo studioso più eminente di Proust; il nonno erotomane sniffa eroina; e la madre crede che questa varietà di petali sia un unico fiore, un’unica famiglia. Tipi improbabili  alle prese col fallimento traumatico ciascuno del proprio sogno eppure…
massì, a spingere magari è più divertente, di sicuro più vero dello stucco da barbie in faccia alle bambine di cinque, sei, sette anni che giocano a fare le modelle perché le loro mamme hanno mangiato troppe vacche con ripieno di gelato à la mode. Infatti il viaggio è iniziato perché la piccola partecipasse a un concorso di bellezza. Però lei c’ha la panza e le altre – si vedrà – no. Così lo spettatore è nella posizione scomoda di sapere della bimba più di quanto ne sappiano i familiari, e che cioè tutto il viaggio nasce da speranze campate leggermente in aria.
Ma la storia c’è. Le facce degli interpreti sono fedeli. I tipi umani sono estremi sì, ma efficaci. Si sale e si scende nell’emozione come loro dal furgone, l’oro dal furgone come una strada che attraversa mezza america. Cosa accade? Si sta solo preparando il finale che è la dissacrazione dell’antiumano, una scena pietosa che per il suo contenuto – e per i tempi comici cui s’allinea – fa letteralmente pisciare sotto dalle risate!
Che bello! Vado a cambiarmi.




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Parliamoci chiaro. Questo blog non è un albergo né un giornale. Non è una carta, non è giornaliera né qualcosa da mangiare. Questo blog rappresenta l’offesa della tecnica all’uomo, e viceversa. Non è me, non è il munaciello che vi parla, non è me che vi dico, anche perché voi non esistete che in certe vecchie cartoline. Io e  te non esistiamo e, soprattutto, non coincidiamo. Quindi nel caso in cui tu avessi qualche soddisfazione da chiedermi per cose che ho detto o fatto a te o a qualsiasi tua parente di gradevole aspetto, non hai che da dadà darmi appuntamento domattina all’alba – facciamo alle cinque che prima delle cinque la gallina non fa l’uovo e posso mai duellare a stomaco vuoto? – dietro la chiesa abbattuta e sconsolata. Oppure mi chiedi con urgente violenza di rimuovere, ed io, che so intendere senza mercanteggiare, rimuorrò.

Stesso discorso vale per le immagini, le foto, e soprattutto per le cose che non capisci. E per quelle che non capisco io. Stesso discorso non vale invece per le sparatelle dei commentatori. Quindi altro discorso:



 

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