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Diario


30 marzo 2007

Crocevia della morte


Regia: Ethan Coen, Joel Coen, 1990
Sceneggiatura: gli stessi!
Cast: Gabriel Byrne, John Turturro, John Polito, J.E. Freeman, Mike Starr, Albert Finney, Al Mancini, Richard Woods, Thomas Torner

Il mondo ha colori soffici di noir che affoga nel romantico. Se romantico è farsi scivolare dentro ogni impulso, compreso lo stratagemma, il tradimento diventa l’unica legge a dispetto dell’ostentazione di un’etica. Ben bene calpestata, questa, oltre lo stato mentale che sarebbe l’amicizia, più dentro, verso lo stato fisico che rappresenta un’erezione. Così da metterci nel mezzo dell’ingranaggio che muove il male (o bene?), proprio poggiati sul perno, a oliare per far scorrere agevole una trama intricata assai perché ci lavorano i tempi del presente, del ricordo, e dell’ipotesi. Allora la faccia è maschera, non il cuore, perché per una donna – che già di per sé è crocevia – tre e più uomini passeggiano il palco fra revolverate e bevute calde di proibito. Che poi il crocevia diventa un gran Gabriel Byrne, spietato gangster restio all’ammazzo fino all’ultima pistolettata in fronte all’ebreuccio Turturro. Una smorfia, la voce querula del ricattoso Turturro, è il fratello della femme che di fatale ha solo il contorno perché pare che pigli pesci anche nelle narici. Semplice troia, insomma, senza merletti.
(Parentesi nel bosco, crocevia fatto natura, odore di erba e umido, e paura della morte).
I fratelli Cohen in questo loro terzo film tracciano un’intelligente parabola che fende più generi: i piedi sono del gangster movie canonico, con ammiccamenti continui al Padrino, però poi la tragedia sconfina in commedia, con mano leggera, e si scopre che della guerra di mafia il capo della polizia e il sindaco sanno tutto e non lesinano interventi politici in corso d’opera. Un po’ di macchietta, specie del boss italonapoletano, che non guasta, mentre il boss irlandese, che un attimo prima pareva decrepito, piglia il mitra che doveva farlo fuori e scende in strada a prendere di faccia il plotone esecutivo: inutile contare i colpi: sono troppi, e il caricatore è solo figurato.
Armonioso.

 




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Parliamoci chiaro. Questo blog non è un albergo né un giornale. Non è una carta, non è giornaliera né qualcosa da mangiare. Questo blog rappresenta l’offesa della tecnica all’uomo, e viceversa. Non è me, non è il munaciello che vi parla, non è me che vi dico, anche perché voi non esistete che in certe vecchie cartoline. Io e  te non esistiamo e, soprattutto, non coincidiamo. Quindi nel caso in cui tu avessi qualche soddisfazione da chiedermi per cose che ho detto o fatto a te o a qualsiasi tua parente di gradevole aspetto, non hai che da dadà darmi appuntamento domattina all’alba – facciamo alle cinque che prima delle cinque la gallina non fa l’uovo e posso mai duellare a stomaco vuoto? – dietro la chiesa abbattuta e sconsolata. Oppure mi chiedi con urgente violenza di rimuovere, ed io, che so intendere senza mercanteggiare, rimuorrò.

Stesso discorso vale per le immagini, le foto, e soprattutto per le cose che non capisci. E per quelle che non capisco io. Stesso discorso non vale invece per le sparatelle dei commentatori. Quindi altro discorso:



 

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