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Diario


28 agosto 2006

slevin

                   

Slevin, in sostanza storiella di vendetta. Ma in forma – ed è o non è quanto basta? – una ricerca di appigli sbiaditi nell’appunto, con una certa classe anche. Moti fluidi, talvolta ampi che si respirano, profondi, a suggerire che d’aria ce n’è: non è la vista a nasconderla, ma è la connessione fra presente e passato a creare le giuste mistificazioni. Un telefono che squilla su parati omogenei e replicati, quasi a perdersi nel cervello – o nel passato – e che rimanda al buon telefono d’intercapedine di Sergio Leone in C’era una volta in America. Del filmone appena detto c’ha pure l’attore che faceva il poliziotto corrotto: qui è un allibratore. Poi basta. Però però, finalmente – ed è una rarità nel panorama, specie se si considera che l’ho visto dopo lo stucchevole e stomachevole Domino – immagini ben solide nonostante lo sfocato visibile, e intuibile, nella trama. Ed è un gioco che vale. La prima parte è un’ironia: i protagonisti hanno la favella brillante, di quelle che potrebbero ripercorrersi alle memorie degli appassionati: tipo: allora lui gli dice “non mi fai paura perchè se m’ammazzi sarà per una volta sola” e l’altro “sì, ma può durare tanto”: da che film?

Lucy Liu, lontana dal mezzobusto ingessato e ottuso di Domino, concede la certezza che di sotto non nasconde pigiama e pantofolucce. Poi Morgan Freeman e Ben Kingsley – a proposito: ma un “Sir” così scampanellato non è d’altri tempi e cantoni? – se la giocano, partecipi del movimento del tutto, in una scacchiera vitrea, dove le identità si angustiano nello stentare a riconoscersi, e i personaggi non sono come e quanto sembrano, né personaggi – il segreto è che il cattivo non si sa chi sia, viene più o meno detto proprio mentre, guarda un po’, il cattivo non si sa chi è. E due torri, palazzoni mericani, fanno le asinelle in una clausura che di gangsta’ ha ben pochi ricordi.

L’unica pecca, ma qui sono al massimo soggettivo, è la solita faccia da killer lesso di Bruce Willis, ma quanto dice, pure, val la pena. La mossa Kansas City, crack. Il resto lo si capisce ben presto, la salita verso la croce della trama, dico. Eppure un ultimo ammaestrato colpo di scena, per di più d’emoglobina emotion, pizzica le natiche alle donzelle in poltrona, almeno le sognatrici: un “no!” nel silenzio della sala. Ma… tutt’all right – pleona – perché Slevin ha i peli irti sullo stomaco, l’arguzia dell’orfano, e la classe del buon ladro d’appartamenti e d’applausi.




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Parliamoci chiaro. Questo blog non è un albergo né un giornale. Non è una carta, non è giornaliera né qualcosa da mangiare. Questo blog rappresenta l’offesa della tecnica all’uomo, e viceversa. Non è me, non è il munaciello che vi parla, non è me che vi dico, anche perché voi non esistete che in certe vecchie cartoline. Io e  te non esistiamo e, soprattutto, non coincidiamo. Quindi nel caso in cui tu avessi qualche soddisfazione da chiedermi per cose che ho detto o fatto a te o a qualsiasi tua parente di gradevole aspetto, non hai che da dadà darmi appuntamento domattina all’alba – facciamo alle cinque che prima delle cinque la gallina non fa l’uovo e posso mai duellare a stomaco vuoto? – dietro la chiesa abbattuta e sconsolata. Oppure mi chiedi con urgente violenza di rimuovere, ed io, che so intendere senza mercanteggiare, rimuorrò.

Stesso discorso vale per le immagini, le foto, e soprattutto per le cose che non capisci. E per quelle che non capisco io. Stesso discorso non vale invece per le sparatelle dei commentatori. Quindi altro discorso:



 

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