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'o munaciello


Diario


6 gennaio 2008

Alta Marea



Questo vuole essere un dipinto. Da dentro, se possibile.
La nausea non è effetto collaterale.


a
voi la palla


30 ottobre 2007

se tanto mi dà tanta c'è un errore nel finale

La prova televisiva – cioè della visione a distanza – infligge – cioè impone con una certa durezza – due giornate di squalifica all’attaccante del Napoli Zalayeta per aver simulato un fallo da rigore contro la Juventus. Posto che l’imposizione di una pena con una certa durezza a seguito di una visione a distanza, quando comunque non c’è adeguata sistemazione della suddetta assunzione a prova, pare del tono del miope che senza lenti spara di mitra all’allegrotta pulce, c’è un altro piccolissimo appunto. Se l’arbitro annota la simulazione avvenuta punisce con l’ammonizione, un avvertimento formale insomma, tramite il cartellino giallo. Solo due cartellini gialli sommati nella stessa partita portano al rosso, alla squalifica. Appare quindi porcello volante che se l’arbitro non annota la simulazione ma addirittura decreta il calcio di rigore perché vede – o crede d’aver visto – il fallo venga inflitta al simulatore – la cui capacità attoriale è, da dirsi, imbarazzantemente scarsa – una pena che è quadruplicata rispetto a quanto previsto dal regolamento.

La gestione dell’affare sportivo è lacunosa per non dire sforacchiata d’intestino grasso se si considera che nella vicenda, causata essenzialmente dall’errore di chi è preposto al regolare svolgimento del gioco cioè l’arbitro, ci siano due schiere di puniti: la Juventus che subisce il rigore e Buffon che viene ammonito in quanto ultimo uomo; Zalayeta inchiodato dalla tivvù alla tivvù e il Napoli che andrà a Firenze senza il suo attaccante titolare. Manca, si nota, l’arbitro.

La gestione dell’affaraccio sportivo – correggo – è assai acuta e lungimirante poiché, come dovrebbe esser preso a esempio da altre gestioni, essa prevede un insolito ma ben curato meccanismo per cui, impugnata saldamente e a mo’ di scimitarra la necessità della punizione come rimedio intrinseco all’errore, gli effetti della stessa punizione si ripercuotono con ammirevole strafottenza su tutti i presenti tranne che su chi ha commesso l’errore.

Tanto di cappello. Cappella tanta.


19 settembre 2007

paessaggi

 

Sabato sera per una mezz’oretta ho messo da parte lo studio del comportamento dei quark in prossimità di eruzioni cutanee dovute a gorgonzola e paprika, e ho seguito su rai 3 “un giorno in pretura”. Napoli, un padre ha ammazzato il ragazzino che aveva rubato il motorino alla figlia probabilmente istigato da questa, e altre cazzate (qui per maggiori dettagli). Bisiach in settimana, lodando una puntata di blob, e commentandola, aveva posto l’accento su una frase di Giuseppe Ayala, tra l’altro modesta quanto a intonazione e senso, per cui la mafia sarebbe “una cosa seria”. Altra corrente di pensiero, parzialmente opposta a questa della serietà, sostiene che poco c’azzecchi il tanto vituperato contesto (altrove “disagio”) sociale. Proviamo a muoverci.
Mafia e camorra sono serie e umane, cioè uomini che seriamente s’adoperano per campare assai bene (l’intensità degli avverbi dipende da gusti e aspettative) unendosi con professionalità, lavorando con spirito di squadra, e talvolta scannandosi con noscialanza prebestiale. Allora è serio ‘o fatt. Meno serio, ma più grottesco e a tratti schifoso, è il palcoscenico di mezzi meschini e mezzi guapparielli e mezzi cati di merda che fanno il sostrato di cui le organizzazioni si servono o nutrono. Sono tutti quelli che aspirano alla guapparia, ma sono indecentemente stupidi per organizzarsi per un atto che vada al di là del minuto o dell’angolo di muro. Sono tutti quelli che, occhi annebbiati e memoria ventilata, accettano o negano in vizio della affascinazione che subiscono dal potente che guadagna facile, che spara facile, che a volte muore facile.

Sul banco dei testimoni della vicenda di cui accennavo, questi guitti dicono una verità e quattro bugie, il tutto intervallato da finzioni, scene di salute cagionevole, di stress o prossima pazzaria. La menzogna bassa, detta dalla bocca che non ha mai conosciuto né inventato la grazia che occorre a far della barzelletta una commedia, è tra le massime privazioni di gioia di vivere, per me. Il banco dei testimoni è una sfida col giudice e col pm, col dotto insomma. Quasi a manifestare, in un disperato conato d’orgoglio decadente, la bisbigliata supremazia della strada e delle sue leggi rispetto al tribunale, alla civiltà. Il morto sperava di morire col piombo in testa – ‘nu muccus’ che ruba i motorini come svago quotidiano aveva confidato a un amico che a suggello della vita di strada voleva tre botte ‘n cap’. Ma chissà, mi chiedo, quanto dopo l’esplosione del cervello questi randagi della terra si rendono conto che poi si muore davvero. Cioè: più niente! È chiaro o no? Queste maschere à la Casablanca sono finzione che prima del nulla qualche segno lo lascia sì o no? Certo, se hai diciotto anni e già alle spalle un discreto numero di scopate, di schiaffoni presi e dati, e qualche esperienza anomala, ti sembrerà di aver fatto il più. Se i tuoi parenti entrano ed escono dal carcere già dalle età in cui entrare e uscire si dovrebbe farlo solo con le fichette poi… se tua mamma ti ama follemente come una troia ama il preservativo marcio poi… ti pare anche che la strada sia già un po’ tua, e che “morire” equivale semplicemente a “pensare di morire” con tutto il peso lirico in più e il nulla in meno. Quel ragazzo non avrà avuto la minima conoscenza del significato non delle parole – sarebbe grossolana ignoranza – ma delle cose – cecità. Eppure quanta roba in appena nove anni, dai miei diciotto ad esempio – ma potresti parlare tu – ad oggi. Quanti azzeramenti, rivoluzioni. Scopri che le scopate possono essere anche distinte in migliori e peggiori; i cazzotti, quelli diminuiscono; ma le esperienze anomale aumentano perché ti fai più spesso tu, e perché s’ingrandisce ciò che fa la norma contro cui si staglia l’anomalo per esserci, e tutto un po’ migliora se sviluppi gli occhi per riconoscere le tonalità nuove, quelle intermedie, nascoste fra un rosso e un bianco, un rosa ad esempio.

La gente che certifica il potere del camorrista è l’osanna della sottigliezza. Una lastra di ghiaccio che regge il passo d’o malament’, e che da sotto gli specchia i testicoli pensando per un attimo che siano i suoi. Ma che appena il camorrista è passato, che appena l’aria sale di mezzo grado, si fracassa mille pezzi e… laggiù il freddo che fa! pare di essere morti.


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17 settembre 2007

L'entusiasmo di trovare tutti i cessi occupati


Un abusato vittimismo e radici robuste che fanno fierezza, combinati in specifiche quantità, danno al napoletano l’idea che la penisola sia terra di conquista, di rivalsa. Un fuoco acceso da stelline pallide ma che avvampa manco fosse Mercurio: da ovunque qui si chiede all’Italia di tremare, perché il Napoli gioca bene. Per “Italia” s’intende Roma (i cui tifosi vennero a distruggerci lo stadio perché gli facemmo rimandare la festa scudetto di una piccola settimana…), Torino, e Milano calcistiche. Per “giocare bene” s’intende una squadra che ha starnutito finalmente tutti i moccoli di tristezza che le penzolavano; una squadra che mantiene la difesa cazzuta al punto da tentare – con successo – più volte il fuorigioco; una squadra che a centrocampo ha tre mastini che non mollano un metro – Blasi, Gargano, Hamsik, l’ultimo dei quali ha un piedino brillante di Boemia o giù di lì; una squadra che davanti adopera al meglio le armi argentine (s’intende quel misto di rapidità di gamba e fulminea furbizia di cervello tipiche del figlio ‘e ‘ntrocchia) di un folletto che come piglia palla pensa alla porta e subito dopo a fottere l’avversario, e la flemma negra del negrone che dice tre cose di cui due sono gol, interscambiabili. La dirigenza è seria, organizzata a comparti stagni io i cazzi miei e tu i tuoi (s’intende “a comparti stagni”), con Marino che guarda lontano e De Laurentis che guarda come si possa arrivare a quel lontano spendendo poco. Allora un friulano puveriello (s’intende esterno al circoletto dei mistèr reclamizzati) sistema le cose guardando poco all’idea e molto alla materia… materia grezza… roba indigeribile senz’altro, ragazzi che corrono assieme, che si muovono come sulla scacchiera tutti da cavalli. Che poi l’Italia tremi chi se ne ‘mporta, basta lo show, un rinvio di sessanta metri addomesticato di spalla verso il cristallo, dal cristallo all’iroko nerafricano, di nuovo il cristallo si camuffa da riflesso e va in due posti contemporaneamente, palla in porta. Massì, basta questo, che ce ne faremmo in fondo del tremore di quell’Italia? Certo gli esperti dovranno detergersi l’ano con la lingua, riconoscere, riconoscere la marmaglia di diseredati che li fa campare meglio con maggiori ascolti e contratti più ricchi… ao’, infatti: se l’Italia inizia a tremare meglio per lei, magari se n’accorge in tempo che sta arrivando la cacarella.

Senza offesa per la diarrea.


14 settembre 2007

Sadikpolitik, la sindachessa alle grandi manovre





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19 giugno 2007

dal PDN

 

‘Na cusarella pe’nnuje c’avessa sta


Mi coglie l’amoziona di arrevotarmi qua, cu ‘o core chino ‘e sbattimient’. Dicesi qua, nella virtualità della occasiona, questa rezza virtuale che chiammamm ‘o blog. Ma però pure, e nnanzittutt’, parlo d’ ‘a città. Chesta città. Scurfanella senza pretenzioni, ‘a pelle comm’fosse riccia, nu poco bruciacchiata, sfeziusella ma cunsumata. Pecchè ‘o calor’ è forte annanz’ ‘o mare, comm’a ‘nu ciato ‘e ciucciariello ‘nsisto, ma n’hanna vutta’ ‘e fumo i vapurett’ primma ca ‘a stagiona bona arriv’ ‘n pont’ ‘a stu quartino. Appriparamm’ ‘e mman’, se c’è consentito, se ci è conceduto. Paisa’, ‘o cazz’ ‘e guaio è che qua da ogni pertuso jesce ‘na zoccola. Ma tu ‘o ssaje quantu’ rraù se jetta a Napule? Ma ‘o saje sì, o no? E ‘sti sfaccimm’ ‘e zoccole so’ cchiù chiatte d’e purciell’. Ma chi? chi ‘o jett’ ‘o rraù a mare, chi?


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13 giugno 2007

serie A, se proprio dobbiamo...


Due parole sul Napoli vanno dette. Io amo il calcio, il gesto. Non amo gli entusiasmi eccessivi per una cosa che del gesto si ciba, che sul gesto ricama correnti bancarie. Non amo i neandertaliani appesi ai lampioni per urlare la loro esistenza come se da una maglia di tessuto cartaceo – quasi – questa sia attestata. Né tanto meno credo che le sorti dei popoli e delle loro dimore possano in alcun modo porre radiche nel rettangolo inglese. E il rammarico che ho è che la promozione del Napoli in serie A porterà linfa a quei neandertaliani, che si moltiplicheranno e crederanno che quello è giusto, quell’appendersi ai lampioni. I neandertaliani… che svilupperanno un senso di proprietà verso la squadra, verso lo stadio-anfiteatro, poi verso la presidenza. Certo, gente seria i De Laurentis. Magari reggeranno il colpo, ma i neandertaliani hanno la forza ottusa della moltitudine decerebrata assai affine al gregge ecclesiastico, per fede e presunzione di alfierato universale. Però erano anni che non vedevo la squadra della mia città con l’atteggiamento, nelle gambe e nello stomaco, di chi sa con dominio la levatura di ciò che va fatto. Va fatto, ripeto. La bellezza tecnica, la purezza del gesto, queste sono ancora remissioni distanti. Però c’era qualcosa a Genova. Qualcosa di ben più alto delle tribù che festavano perché avevano scoperto di poter dire, solo allora, di esistere. Qualcosa come un rantolo di vita o morte, di zoppichiccio quando un arto è segato dalla sciabola e l’altro ti porta sulla vetta del colle. Da dove si vede… Ancora niente si vede. Ma si sente. E’, però, dalla mia tunica di popolano aristocratico che tremo a vedere i palazzi intrecciati di nastri azzurri, e le piazze ancora con i segni della festa. Perché in quelle piazze, le stesse, i cassonetti-stomaci-deviati sono stati adoperati per raggiungere quei lampioni, quei balconi, gli stessi. Per i nastri. Con l’occhio di certo popolo che preferisce chiudersi nell’alcova della palpebra, e sognare ancora un altro gol di Ciruzzo Ferrara allo Stoccarda di Klinsmann.


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12 giugno 2007

Quinta tappa: Molosiglio, Chiatamone, Piazza Vittoria

 

Che quello che Siamo stati è di gran lunga atipico. Che non c’è tipo alcuno che resista al burrascarsi del nostro sangue. Che chi non ci nasce, di quel sangue infetto, non sa di pustole, né in alcun modo di tipi, o di tipici. Che il panorama in porcellana è affare suino, da pochi spiccioli in bacheca. Che non c’è amalgama. Mai. Che c’è incesto e uxoricidio, e ogni Caino pure. Che da lassù, da laggiù, solo l’eco di canzonette, di cartoline coi pennacchi fumanti, di compassione che sorride.

Esigo che venga cotto, bruciato, il passito, il passato. E oggi lo mangio. E ne spezzo e ne distribuisco. Acchiappa!


Mazza e Panella


… per fare i figli bell’. Mazze ripiene di crema di panella e scuncigli di mare apotropaici. Perché non c’è bontà, qui, solo bellezza.

 


Baccalà Scugnizzo


Filetti di baccalà pescato a Nisida, con salsa di quel gran pezzo di sole che abbaglia e asseta Napoli.

 


Sorbetto Di Mare


Sorbetto di latte di mammella di mamma d’entroterra, all’aroma di spaghetto a vongole.

 


Polpetta Melodiosa


Polpetta di coscia di mandolino. Condita al sangue che lamentiamo di buttare, e al pelo pubico di facildonna dei quartieri.

 


Vinello Vesuviano


Vino di pomodorino. Dolce e aspro. Bello e brutto. Rosso e bianco. Secco e amabile. Moglie e puttana. Fermo e mosso. Per ricordare che non c’è tipo e non c’è foto. Perché la luce è una mossa.




Franchetiello Fecatiello, sceff.


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Parliamoci chiaro. Questo blog non è un albergo né un giornale. Non è una carta, non è giornaliera né qualcosa da mangiare. Questo blog rappresenta l’offesa della tecnica all’uomo, e viceversa. Non è me, non è il munaciello che vi parla, non è me che vi dico, anche perché voi non esistete che in certe vecchie cartoline. Io e  te non esistiamo e, soprattutto, non coincidiamo. Quindi nel caso in cui tu avessi qualche soddisfazione da chiedermi per cose che ho detto o fatto a te o a qualsiasi tua parente di gradevole aspetto, non hai che da dadà darmi appuntamento domattina all’alba – facciamo alle cinque che prima delle cinque la gallina non fa l’uovo e posso mai duellare a stomaco vuoto? – dietro la chiesa abbattuta e sconsolata. Oppure mi chiedi con urgente violenza di rimuovere, ed io, che so intendere senza mercanteggiare, rimuorrò.

Stesso discorso vale per le immagini, le foto, e soprattutto per le cose che non capisci. E per quelle che non capisco io. Stesso discorso non vale invece per le sparatelle dei commentatori. Quindi altro discorso:



 

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