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Diario


26 febbraio 2008

libmagazine's no country for old men

Non sempre la soddisfazione all’uscita di sala è proporzionata al lavoro di scavo che il film t’ha fatto. Anzi, funziona all'inverso. In alcuni casi ne esci innervosito o disgregato. Avverti fettine di nulla poggiate fra stomaco e reni. Allora, ancora in sigaretta post-visione, inizi a lavorare, a sfringuellarti la pancia, a ravanare nei grassi con le unghie, a stracciar membrane. Cerchi il seme. Lo trovi, almeno credi. E suturi con approssimazione. Poi passa un giorno. Due, tre. Quattro giorni, una settimana. Sei scosso fior d’acqua, di granelli in polvere alzati controvento. Sei smanioso, cerchi ancora, vorresti la ripetizione, il replay rallentato. Con certi film è droga: qualcosa ti resta dentro, e quel qualcosa richiede l’oggetto che l’ha persa, o mandata, o comandata.

Vai su LibMagazine e leggi di No Country For Old Men.

Però leggi anche Erba Medica di Piero Dell’Olivo, SpeakEasy di Michael Mazzei, l’editoriale di Cristina Marullo, e Gordiano Lupi su Cuba.

 

Questo sono io su Fidel





25 febbraio 2008

Joel, Ethan e Oscar Coen


In questo frangente e da questa posizione non veneriamo gli oscar né li consideriamo indici di qualcosa che non sia medio, a costo di frantumarci le falangi. Non ci fidiamo di nessuna eucaristia, no, no e no! Ma stanotte c’è stata la premiazione. Ogni premiazione è un passo. Quando in avanti, quando indietro. Quest’ultimo lo è stato verso un minor tono di cecità – come passo correttivo, in calzatura dai fondali di ottone e permaflex. Rimbalzato Into The Wild, e premiato il miglior film dell’anno No Country For Old Men (di cui leggerete le mie qui domani), questo è il passo. Il successivo è il mai più giusto riconoscimento a quel tal Javier Bardem che non ce ne sono altri con quella faccia lessa e al contempo maligna: un capolavoro di manufatto inca grezzo e impressionista. Che però forse già avrebbe meritato per il liricissimo Antes Que Anochezca di Julian Schnabel (di quest’ultimo è in sala Lo Scafandro E La Farfalla, attenzione). Ed è proprio questo il sunto. Chi e cosa e quando e dove si sente di indicare il migliore? Qual è la relazione o l’assoluzione? Io. Tu. Un fattorino di Tokyo. Una troia di Amburgo. Un robusto saldatore di Buenos Aires, di Sidney, e Baffo Di Sego – il primo secondino. Ma non so, un passo chiama l’altro e fra Monte Cassino e le Termopili non vedo più differenze. Sarà che il discorso è fumoso, scontroso, osteggiante, mina anti-umano-cogitare. Quindi facciamo finta che io non ho scritto niente e che tu non hai letto niente.

Oggi ho la voce roca da rum. Si sente? 

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Parliamoci chiaro. Questo blog non è un albergo né un giornale. Non è una carta, non è giornaliera né qualcosa da mangiare. Questo blog rappresenta l’offesa della tecnica all’uomo, e viceversa. Non è me, non è il munaciello che vi parla, non è me che vi dico, anche perché voi non esistete che in certe vecchie cartoline. Io e  te non esistiamo e, soprattutto, non coincidiamo. Quindi nel caso in cui tu avessi qualche soddisfazione da chiedermi per cose che ho detto o fatto a te o a qualsiasi tua parente di gradevole aspetto, non hai che da dadà darmi appuntamento domattina all’alba – facciamo alle cinque che prima delle cinque la gallina non fa l’uovo e posso mai duellare a stomaco vuoto? – dietro la chiesa abbattuta e sconsolata. Oppure mi chiedi con urgente violenza di rimuovere, ed io, che so intendere senza mercanteggiare, rimuorrò.

Stesso discorso vale per le immagini, le foto, e soprattutto per le cose che non capisci. E per quelle che non capisco io. Stesso discorso non vale invece per le sparatelle dei commentatori. Quindi altro discorso:



 

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