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'o munaciello


Diario


14 ottobre 2007

Tortoreto Lido

Siamo alla frutta. E non parlo di me, giacché il retro non lo porgo. Parlo giustapponendo la situazione d’emergenza nella quale per caso mi sono trovato a quel gran miracolo di democrazia estetica e fottutamente narcisa che sono “le primarie”. Isolato, chiuso in casa dal fango, senza connessione né connettori, salta agli occhi negli intervalli di elettricità la qualità dell’informazione televisiva italiana. Vedo cose strane. Vedo i bei facciotti della politica articolare semisillabe e semicrome senza indugiar troppo sul senso, e i giornalisti abbagliarsi delle mezze parole in codice: se perdi la notizia non la pigli più e diventi poco più che foglia d’autunno; vedo storie di omicidi senza speranza, senza interesse, buone per farci sgomento e – conseguenza – seconde serate tv e – conseguenza – auditel e soldi; vedo ricette nuove, “sorprendenti” è la parola, volutamente: dolci ricotta e speck, zuppe di ravioli e birra scura; vedo perfino un canguro saltellare fra bolidi supercolorati e, fiato sospeso e rullo di tamburo, portare a casa la pellaccia; vedo incidenti stradali, incidenti già avvenuti, fatti, finiti, ottimi per scalpore e angoscia. Vedo tante cose. Assai diverse. Tra loro, intendo. Accomunate però da un unico gamete: un vago intento oppiaceo.

Una cosa non vedo, che poi è quella che cerco: quando cazzo arrivano i vigili del fuoco? A cosa si deve l’inondazione? L’Italia è una cosa tangibile, riconoscibile, capace di agire, di dire almeno il suo nome come fa il più piccolo degli scimpanzè grattandosi la nuca? L’Italia è l’invenzione dei nostri tanti, troppi poeti? L’Italia è un discreto numero di individui nati per segnare croci sulle schede elettorali, e comunque, accorciandola, un paese che chiama per nome gli orsi è già bello che andato. Questo. Poi è un fatto che i più audaci ci fanno anche un cerchio sulle schede oltre alla croce. I pazzi… quelli ne fanno due. Con fantasia le chiamano palle, e s’accapigliano sull’idea che l’apolidia sia una risposta poco comoda a una serie di domande decisamente scomode. Alla fine, di colpo, la relazione fra lo scarto possibile e lo scarto effettivo fra la decisione della domanda e la vaghezza della risposta appare satura, colma, inattaccabile. Magari il primo orso che incontro lo chiamo Ciro. È un augurio, pare significasse “signore”.

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Parliamoci chiaro. Questo blog non è un albergo né un giornale. Non è una carta, non è giornaliera né qualcosa da mangiare. Questo blog rappresenta l’offesa della tecnica all’uomo, e viceversa. Non è me, non è il munaciello che vi parla, non è me che vi dico, anche perché voi non esistete che in certe vecchie cartoline. Io e  te non esistiamo e, soprattutto, non coincidiamo. Quindi nel caso in cui tu avessi qualche soddisfazione da chiedermi per cose che ho detto o fatto a te o a qualsiasi tua parente di gradevole aspetto, non hai che da dadà darmi appuntamento domattina all’alba – facciamo alle cinque che prima delle cinque la gallina non fa l’uovo e posso mai duellare a stomaco vuoto? – dietro la chiesa abbattuta e sconsolata. Oppure mi chiedi con urgente violenza di rimuovere, ed io, che so intendere senza mercanteggiare, rimuorrò.

Stesso discorso vale per le immagini, le foto, e soprattutto per le cose che non capisci. E per quelle che non capisco io. Stesso discorso non vale invece per le sparatelle dei commentatori. Quindi altro discorso:



 

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