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'o munaciello


Diario


10 novembre 2007

Il calcio da dentro (testo a quattro piedi)

 

Pino Costante (pensa senza rispondere):

è questo campo di merda, pozzanghere e detriti, eppure quando non gioco qui, non sto a casa: ogni dribbling sfetacchia... arriva la pelota... palo, e che è successo? - il regista si ferma e comincia a raccontare:

ricevuta la pelota il primo trullo è  saltato, come un cristo, poverino: la pelota, lei, rallentata dal viscido amore di una pozzanghera, lo mette fuori tempo - ed allora si comincia, campo aperto, ne restano due, ed il portiere, con un compagno di squadra, tecnicamente un alleato, che non ha capito un cazzo di quel che succederà: lui si mette a destra e Pino va nella stessa direzione, esterno e leggera accelerata. I due difensori entrambi a destra: uno su Pino, l'altro sull'altro; a quel punto avviene, il cambio di direzione repente: esterno verso destra, dicevamo, e poi: un attimo prima che il difensore, enzo, penzo, reagisca, un attimo prima che posi il suo piede sinistro per tenere l'accelerazione verso destra, allora, si va a sinistra. Lui, penzo, scivola cade, smette di esistere sulla scena, ma l'altro, e l'altro sull'altro, ancora respirano. L'alleato, scioccamente, come sempre, non pensa neppure ad allargarsi, limitandosi lamentandosi che in fondo la palla la si deve passare - non a te pensa Pino, cretino no no - resta lì, e pino per evitare il difensore che lo marca - a che pro, minchia - tocca ancora la pelota leggero d'interno a sinistra ed il portiere - d'improvviso anche i morti - accenna resistenza, viene poco in avanti con le gambe semichiuse che un tunnel già l'ha preso, ed allora si scivola ed anche la pelota si allunga verso la fine cosicchè un attimo prima della disperazione ve n'è una soluzione, saltare leggermente allungandosi d'avanti, staccare col sinitro, fermo duro impatto d'esterno controtempo di destro -di ritorno di nuovo a terra col sinistro, mica banale - ...primo palo: palo. Ed è lì che persino l'idiota alleato, vile urlante, trova ragione: raccoglie il palo interno, con una certa insicurezza deposita dai trenta centimetri. Tutti contenti, tranne uno. Drenante, a parte, con quel suo nome da stopper, credo, dall'altra sponda rimugina e rimastica: il suo dritto all'incrocio un'attimo prima lo arrapa ancora.


Perché? Cosa è stato?

Il regista si maneggia la pancia e non già lascia il racconto:

è stato che ogni stato non fa a meno dei confini, linee di cesso, bianco ceramicale che un rumeno con moglie nello spogliatoio offre alla congrega come polvere di Colombia. Un volatile, no! è la palla che spellata brucia gli occhi congiungendosi al riflettore, scende, scema – anche i volatili hanno un’intellighenzia, sì -ghenzia. Dante Drenante, è sì d’uopo il nome, coccola la colomba con la zolla dei laccetti, la superfica alta della sciarpa: incolla. Rimbalzella, prosopopea di pulcinella. Volta gabbo a destra e a manca per scovare direzione, e via ciuf ciuf si sgroppa sul terriccio. Drenante corre a sette ritmi quando può, interscalando il fallico astone come un tempo renault4, alto alto ciuf ciuf a vapore. Come musica che s’incrosta ai diversi battiti del cardo, ora è melanico oppure è seghetto solare, così deve correre Drenante. Destra ha Dante il compar torvo Tazio, tozzo, che sta all’ala come il pollo al tetraedro: egli rulla non corre. A manca inopportunamente scende il lungo, un compagno con ponti per cosce e lanternino per cervello, che sta all’ala punto e basta. Eppur che gli si copre l’ombra per il difenso che scartella all’indietro ello, il lungo, peregrina tuttora coi piedini sul confine: didarla! a lui! Ma Drenante, lo insegnate voi, deve possedere un’indecenza aggrappata per natura all’elementare gravità del cascare, e mica tollera – non tolla! – che una retta perpendicula alla porta s’infranga nell’ottuso triangolo della fascia. La fascia, pensa, è una bruma che chiude la mia chioma, non certo un universo. Gli cenna d’accentrarsi ché i defensi stanno vasci, acclimatati ben benino alle correnti limitate delle strisce, e non sturano l’area per terrore d’esser cappottati dalle intervallanze statiche di Dante. Drenante Dante, come si conviene al sommo che lasci all’inferiore la licenza di cazzare per poi assommarsi tutto il divenire, pertugia le stanghette del difenso di manca destinando la colomba al lungo. Quello che fa? Non fa. Ovvero: controllo balbettante, suola, interno, convergenza, lento lento, esterno tacco, s’arravoglia bestemmiando, sputa, molla, s’arripiglia, rauco ostina precedenze, becca calci, dà pedate. Confusione che chi vede ad altre soglie affatto non tolla: il tempo non s’addomestica a chiunque e Drenante sa, vedendo egli oltre il sensibile, sa che il lungo ha i ponti ma non l’acqua sotto, ed è secco compagnone ridolone ma improprio alla sua esistenza del momento. Armadio senza scheletro. Rimbalzella rotolina a puro caso: dalla frottola del lungo col difenso oltre a polvere e madonne fanculate la colomba bianca e nera imposta un mulinaccio fuori all’area: questo è. Coordinando l’esterno mentre punta il destro verso manca s’ottiene la postura di piede buona per potenza e giravolta: la colombina è disarmata e deve parabolare sul secondo ferro con effetto a uscire. È l’incrocio che suona, o la lancia in armatura. Dang fa.


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permalink | inviato da ciromonacella il 10/11/2007 alle 18:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (29) | Versione per la stampa


7 luglio 2007

una rivelazione personale

 

In un paragrafo m’imbatto in tal Coserius che dice pure cose interessanti, ma che fondamentalmente, come tutto l’esame che sto preparando, si occupa di regolamentare la testualità – e secondo me è operazione da cappio al cappio. Allora mi fermo. Serve un post, una rivelazione per contrastare la gabbia.

Ma questo cos’è? Non è un blog politico perché… insomma la fede non c’è. Nemmeno un cineblog, perché ne ho visto qualcuno e la percentuale di parole sul cinema qui è ridotta rispetto al corpo… capelli, diciamo, ciuffi. Non è un blog d’informazione, né di formazione, forse di disformazione. Non è un blog artistico perché conosciamo il senso del lemma e a dispetto del narcirismo ce ne guardiamo bene. Allora, cristo santo, questo è un blog personale!

Così buttiamola così: personalmente in questa settimana ho giocato due volte a calcio senza rompermi né ossicini né legamenti. Personalmente faccio progressi. Personalmente ho un rapporto privilegiato col colpo di tacco, alla veronica le do il tu e lei mi da il voi per rispetto, i passaggi so disegnarli oltre la media della percezione umana, poi so spostare la squadra mia e quella avversaria, so aprire spazi, so chiuderli, so fottere col tunnel e col peso del corpo, so guardare di lato e dietro tenendo gli occhi in avanti, so segnare di potenza e di destrezza, anche di cazzimma.

Però ci sono un paio di ragazzini del ’90, ragazzini di dieci anni più giovani di me che mi passano letteralmente per testa, e non si fermano mai né sputano a terra, e mentre li marco coi polmoni che gracchiano loro hanno la faccia liscia con una goccia una di sudore. Io a fine partita se mi siedo solo per un attimo non mi alzo fino all’una del giorno dopo, quelli invece parlano di pizza birra e rimorchiate.

Personalmente giocare a calcio mi fa sentire semipensionato. Ma è bello, che vvuo’ fa’!


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13 giugno 2007

serie A, se proprio dobbiamo...


Due parole sul Napoli vanno dette. Io amo il calcio, il gesto. Non amo gli entusiasmi eccessivi per una cosa che del gesto si ciba, che sul gesto ricama correnti bancarie. Non amo i neandertaliani appesi ai lampioni per urlare la loro esistenza come se da una maglia di tessuto cartaceo – quasi – questa sia attestata. Né tanto meno credo che le sorti dei popoli e delle loro dimore possano in alcun modo porre radiche nel rettangolo inglese. E il rammarico che ho è che la promozione del Napoli in serie A porterà linfa a quei neandertaliani, che si moltiplicheranno e crederanno che quello è giusto, quell’appendersi ai lampioni. I neandertaliani… che svilupperanno un senso di proprietà verso la squadra, verso lo stadio-anfiteatro, poi verso la presidenza. Certo, gente seria i De Laurentis. Magari reggeranno il colpo, ma i neandertaliani hanno la forza ottusa della moltitudine decerebrata assai affine al gregge ecclesiastico, per fede e presunzione di alfierato universale. Però erano anni che non vedevo la squadra della mia città con l’atteggiamento, nelle gambe e nello stomaco, di chi sa con dominio la levatura di ciò che va fatto. Va fatto, ripeto. La bellezza tecnica, la purezza del gesto, queste sono ancora remissioni distanti. Però c’era qualcosa a Genova. Qualcosa di ben più alto delle tribù che festavano perché avevano scoperto di poter dire, solo allora, di esistere. Qualcosa come un rantolo di vita o morte, di zoppichiccio quando un arto è segato dalla sciabola e l’altro ti porta sulla vetta del colle. Da dove si vede… Ancora niente si vede. Ma si sente. E’, però, dalla mia tunica di popolano aristocratico che tremo a vedere i palazzi intrecciati di nastri azzurri, e le piazze ancora con i segni della festa. Perché in quelle piazze, le stesse, i cassonetti-stomaci-deviati sono stati adoperati per raggiungere quei lampioni, quei balconi, gli stessi. Per i nastri. Con l’occhio di certo popolo che preferisce chiudersi nell’alcova della palpebra, e sognare ancora un altro gol di Ciruzzo Ferrara allo Stoccarda di Klinsmann.


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Parliamoci chiaro. Questo blog non è un albergo né un giornale. Non è una carta, non è giornaliera né qualcosa da mangiare. Questo blog rappresenta l’offesa della tecnica all’uomo, e viceversa. Non è me, non è il munaciello che vi parla, non è me che vi dico, anche perché voi non esistete che in certe vecchie cartoline. Io e  te non esistiamo e, soprattutto, non coincidiamo. Quindi nel caso in cui tu avessi qualche soddisfazione da chiedermi per cose che ho detto o fatto a te o a qualsiasi tua parente di gradevole aspetto, non hai che da dadà darmi appuntamento domattina all’alba – facciamo alle cinque che prima delle cinque la gallina non fa l’uovo e posso mai duellare a stomaco vuoto? – dietro la chiesa abbattuta e sconsolata. Oppure mi chiedi con urgente violenza di rimuovere, ed io, che so intendere senza mercanteggiare, rimuorrò.

Stesso discorso vale per le immagini, le foto, e soprattutto per le cose che non capisci. E per quelle che non capisco io. Stesso discorso non vale invece per le sparatelle dei commentatori. Quindi altro discorso:



 

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