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Diario


23 febbraio 2008

arriva la bufera

dal Rapporto Confidenziale di febbraio


Il marcio non muore mai, ma neanche vive.

 

 

Daniele Luchetti nel 1993 provava invano a replicare al successo de’ Il portaborse con Arriva la bufera, film grottesco che si ciba di attualità esasperandola, e cerca di farne poesia ove non psicologia. Il risultato non fu particolarmente apprezzato perché il prodotto risulta difficile senza che ciò da cui deriva la difficoltà gli doni qualcosa in più: è confuso e sconnesso nella costruzione della trama proprio dove avrebbe dovuto essere più semplice ed essenziale per colpire. Tuttavia l’eccessività di alcune scene, la riuscita costruzione dei set, e una certa idea di struttura di fondo rendono il film piacevole nonostante la scena finale lasci un fastidioso retrogusto retorico – la salvezza del singolo che passa per amore, mare, e libertà, è un discorso consumato dall’uso.

Manca una definizione geografica, ma è chiaro si tratti del meridione, forse Sicilia, forse Campania non importa. Importa invece il panorama in cui si ambienta la storia, la realtà sociale, che finirà per interagire molto strettamente con i personaggi manipolando il senso complessivo del film e finanche dirigendo, quasi organizzando, il catastrofico ma purgante evento finale: l’eruzione. Si tratta infatti di una città che se non dorme quasi, che negli occhi possiede dei filtri per i quali la più banale definizione di legalità e illegalità finisce per essere sfocata, indebolita. Il male per i cittadini è talmente quotidiano da apparire ridicolo, appena percepibile. Per cui i reali problemi della città, che saranno colti come tali solo quando lì approderà dal settentrione il giudice Fortezza (Diego Abadantuono), tendono molto gradualmente a sparire al cospetto della problematica interiorità delle vite dei protagonisti: l’integerrimo giudice che soffre di mal d’amore e mal di vivere, il piccolo truffatore (Silvio Orlando) che diventa nei sogni il poeta che non ha saputo essere, la bella ereditiera di un impianto di smaltimento rifiuti (Margherita Buy) tutta emozione e istinto, e sua sorella maggiore (Marina Confalone) che legifera nell’ombra e nella stessa perde le sue lacrime.

I problemi della società vengono paradossalmente sommersi dalla lotta dei personaggi contro i problemi stessi, sotterrati con poca polvere, messi cioè distrattamente a tacere in una perpetua condizione di transitorietà. Si tratta quindi della messa in scena del più frustrante errore di valutazione dell’essere umano: l’illusione di riuscire a ignorare le scorie del proprio benessere, di seppellirle alla meno peggio sotto la terra che avvelenerà i suoi frutti, e dalla quale le formiche disegneranno il loro disperato esodo (“il marcio non muore mai” dice la Confalone al giudice nel sottolineare la convenienza del fare affari con la spazzatura). È l’atteggiamento cieco e ottuso del tirare avanti, dell’arrangiarsi, tipico non della città di chi adesso sta scrivendo ma della sua cartolina che, per continuare nell’illecito, viene venduta da chi ha i mezzi e la posizione per vendere e comprare. Questa Napoli che oggi, a distanza di quindici anni da Arriva la bufera, sembra quella piazza che nel finale del film appare moribonda sotto la coltre di cenere e immondizia, travolta però da una bufera che dev’essere arrivata di notte, nascosta e sorniona come una marea che inesorabilmente cresce, al buio delle carte e del malgoverno della provincia, al buio degli accordi sottobanco con le organizzazioni criminali, in quel buio che oggi racchiude e nasconde ciò che di più vitale ed elementare lega l’uomo alla natura: l’aria.

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Parliamoci chiaro. Questo blog non è un albergo né un giornale. Non è una carta, non è giornaliera né qualcosa da mangiare. Questo blog rappresenta l’offesa della tecnica all’uomo, e viceversa. Non è me, non è il munaciello che vi parla, non è me che vi dico, anche perché voi non esistete che in certe vecchie cartoline. Io e  te non esistiamo e, soprattutto, non coincidiamo. Quindi nel caso in cui tu avessi qualche soddisfazione da chiedermi per cose che ho detto o fatto a te o a qualsiasi tua parente di gradevole aspetto, non hai che da dadà darmi appuntamento domattina all’alba – facciamo alle cinque che prima delle cinque la gallina non fa l’uovo e posso mai duellare a stomaco vuoto? – dietro la chiesa abbattuta e sconsolata. Oppure mi chiedi con urgente violenza di rimuovere, ed io, che so intendere senza mercanteggiare, rimuorrò.

Stesso discorso vale per le immagini, le foto, e soprattutto per le cose che non capisci. E per quelle che non capisco io. Stesso discorso non vale invece per le sparatelle dei commentatori. Quindi altro discorso:



 

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