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Diario


19 settembre 2007

paessaggi

 

Sabato sera per una mezz’oretta ho messo da parte lo studio del comportamento dei quark in prossimità di eruzioni cutanee dovute a gorgonzola e paprika, e ho seguito su rai 3 “un giorno in pretura”. Napoli, un padre ha ammazzato il ragazzino che aveva rubato il motorino alla figlia probabilmente istigato da questa, e altre cazzate (qui per maggiori dettagli). Bisiach in settimana, lodando una puntata di blob, e commentandola, aveva posto l’accento su una frase di Giuseppe Ayala, tra l’altro modesta quanto a intonazione e senso, per cui la mafia sarebbe “una cosa seria”. Altra corrente di pensiero, parzialmente opposta a questa della serietà, sostiene che poco c’azzecchi il tanto vituperato contesto (altrove “disagio”) sociale. Proviamo a muoverci.
Mafia e camorra sono serie e umane, cioè uomini che seriamente s’adoperano per campare assai bene (l’intensità degli avverbi dipende da gusti e aspettative) unendosi con professionalità, lavorando con spirito di squadra, e talvolta scannandosi con noscialanza prebestiale. Allora è serio ‘o fatt. Meno serio, ma più grottesco e a tratti schifoso, è il palcoscenico di mezzi meschini e mezzi guapparielli e mezzi cati di merda che fanno il sostrato di cui le organizzazioni si servono o nutrono. Sono tutti quelli che aspirano alla guapparia, ma sono indecentemente stupidi per organizzarsi per un atto che vada al di là del minuto o dell’angolo di muro. Sono tutti quelli che, occhi annebbiati e memoria ventilata, accettano o negano in vizio della affascinazione che subiscono dal potente che guadagna facile, che spara facile, che a volte muore facile.

Sul banco dei testimoni della vicenda di cui accennavo, questi guitti dicono una verità e quattro bugie, il tutto intervallato da finzioni, scene di salute cagionevole, di stress o prossima pazzaria. La menzogna bassa, detta dalla bocca che non ha mai conosciuto né inventato la grazia che occorre a far della barzelletta una commedia, è tra le massime privazioni di gioia di vivere, per me. Il banco dei testimoni è una sfida col giudice e col pm, col dotto insomma. Quasi a manifestare, in un disperato conato d’orgoglio decadente, la bisbigliata supremazia della strada e delle sue leggi rispetto al tribunale, alla civiltà. Il morto sperava di morire col piombo in testa – ‘nu muccus’ che ruba i motorini come svago quotidiano aveva confidato a un amico che a suggello della vita di strada voleva tre botte ‘n cap’. Ma chissà, mi chiedo, quanto dopo l’esplosione del cervello questi randagi della terra si rendono conto che poi si muore davvero. Cioè: più niente! È chiaro o no? Queste maschere à la Casablanca sono finzione che prima del nulla qualche segno lo lascia sì o no? Certo, se hai diciotto anni e già alle spalle un discreto numero di scopate, di schiaffoni presi e dati, e qualche esperienza anomala, ti sembrerà di aver fatto il più. Se i tuoi parenti entrano ed escono dal carcere già dalle età in cui entrare e uscire si dovrebbe farlo solo con le fichette poi… se tua mamma ti ama follemente come una troia ama il preservativo marcio poi… ti pare anche che la strada sia già un po’ tua, e che “morire” equivale semplicemente a “pensare di morire” con tutto il peso lirico in più e il nulla in meno. Quel ragazzo non avrà avuto la minima conoscenza del significato non delle parole – sarebbe grossolana ignoranza – ma delle cose – cecità. Eppure quanta roba in appena nove anni, dai miei diciotto ad esempio – ma potresti parlare tu – ad oggi. Quanti azzeramenti, rivoluzioni. Scopri che le scopate possono essere anche distinte in migliori e peggiori; i cazzotti, quelli diminuiscono; ma le esperienze anomale aumentano perché ti fai più spesso tu, e perché s’ingrandisce ciò che fa la norma contro cui si staglia l’anomalo per esserci, e tutto un po’ migliora se sviluppi gli occhi per riconoscere le tonalità nuove, quelle intermedie, nascoste fra un rosso e un bianco, un rosa ad esempio.

La gente che certifica il potere del camorrista è l’osanna della sottigliezza. Una lastra di ghiaccio che regge il passo d’o malament’, e che da sotto gli specchia i testicoli pensando per un attimo che siano i suoi. Ma che appena il camorrista è passato, che appena l’aria sale di mezzo grado, si fracassa mille pezzi e… laggiù il freddo che fa! pare di essere morti.


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permalink | inviato da ciromonacella il 19/9/2007 alle 14:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa
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Parliamoci chiaro. Questo blog non è un albergo né un giornale. Non è una carta, non è giornaliera né qualcosa da mangiare. Questo blog rappresenta l’offesa della tecnica all’uomo, e viceversa. Non è me, non è il munaciello che vi parla, non è me che vi dico, anche perché voi non esistete che in certe vecchie cartoline. Io e  te non esistiamo e, soprattutto, non coincidiamo. Quindi nel caso in cui tu avessi qualche soddisfazione da chiedermi per cose che ho detto o fatto a te o a qualsiasi tua parente di gradevole aspetto, non hai che da dadà darmi appuntamento domattina all’alba – facciamo alle cinque che prima delle cinque la gallina non fa l’uovo e posso mai duellare a stomaco vuoto? – dietro la chiesa abbattuta e sconsolata. Oppure mi chiedi con urgente violenza di rimuovere, ed io, che so intendere senza mercanteggiare, rimuorrò.

Stesso discorso vale per le immagini, le foto, e soprattutto per le cose che non capisci. E per quelle che non capisco io. Stesso discorso non vale invece per le sparatelle dei commentatori. Quindi altro discorso:



 

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