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Diario


27 aprile 2007

La parola e il colore


Per uno che ha scritto da sempre, nelle agende con le bucce rigide, e nei flosci quaderni, e sulla carta da parati e su quella da puppù, per uno così può succedere questo. Può succedere che vedersi semi-pubblico (il semi-, come ogni seme, nasce dalla saturazione del sistema – in questo caso sistema-blog) provochi una stretta al lazzo, una bruciata nel palmo di fune che scende e sale con la maneggevolezza di un’erezione mattutina a tredici, quattordici anni. Un nanosecondo.
Per uno che ha scritto da quando ha smesso di disegnare perché ha scoperto la complessità del colore, che è meglio e più efficace farne parola che tintura, può succedere che vedersi semi-“di-tutti” faccia glaciazione. Ma – e c’è il ma, c’è – uno che ha scritto da sempre è precedente e superiore a ogni mezzo. La sua mano, la sua mano può reggere funi di fuoco e lingue di ghiaccio, perché è. Perché è l’accavallarsi della materia – anche questa, adesso, qui. Il fango. La stessa puppù. Perché sa la legge del fine, e si sbatte il mezzo dove l’intero non c’entrerebbe, figurarsi il sole. Quel semi, come ogni seme, potrebbe sfocarsi bene con un lavoriccio politico. Ma qui mi tremano i polsi alla sola parola, e pesti nelle vene, e bubboni e lazzaretti. Ed ecco il lampo svergina il cielo: una tinta sbagliata, una questione di tono, di colore.
Di sotto – in spazio e tempo – leggo imbeccate e le lodo e ne sono grato. Questo mi basta. Questo mi spiega il blog. Fanculo il resto e l’impegno non pagato: leverò del rosso e impiastrerò con verde pisello, e tutt’attorno viole.
Ci sono persone con cui mi sono preso per i finali di certe parole, ed è un’anomalia di saliva e baci, e mi sono mancate. Uno che sa scegliere i lemmi con scarsa bilancia amici li direbbe. Bene. Male. Così così. Non cambio un trattino al semi né intendo sfumarlo perché… perché il pubblico è cacchina di pulce – lo so, siamo ad un elevato grado di autarchia, siamo all’assioma chi non m’ama non mi merita… ma che direste se scrivessi che queste poche righe andrebbero sostituite alle centinaia di pagine di un Moccia o d’altri suoi simili ben politicati?
Io scriverò per me, e per chi so che mi legge e per chi capita senz’ordine. Scriverò con destinatario. Amici, si direbbe senza bilancia.




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Parliamoci chiaro. Questo blog non è un albergo né un giornale. Non è una carta, non è giornaliera né qualcosa da mangiare. Questo blog rappresenta l’offesa della tecnica all’uomo, e viceversa. Non è me, non è il munaciello che vi parla, non è me che vi dico, anche perché voi non esistete che in certe vecchie cartoline. Io e  te non esistiamo e, soprattutto, non coincidiamo. Quindi nel caso in cui tu avessi qualche soddisfazione da chiedermi per cose che ho detto o fatto a te o a qualsiasi tua parente di gradevole aspetto, non hai che da dadà darmi appuntamento domattina all’alba – facciamo alle cinque che prima delle cinque la gallina non fa l’uovo e posso mai duellare a stomaco vuoto? – dietro la chiesa abbattuta e sconsolata. Oppure mi chiedi con urgente violenza di rimuovere, ed io, che so intendere senza mercanteggiare, rimuorrò.

Stesso discorso vale per le immagini, le foto, e soprattutto per le cose che non capisci. E per quelle che non capisco io. Stesso discorso non vale invece per le sparatelle dei commentatori. Quindi altro discorso:



 

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